Dal complesso di San Domenico la rinascita di Forlì

Piccolo itinerario nel cuore della città tra recuperi, restituzioni e gallerie a cielo aperto

Uno scorcio del complesso monumentale di San Domenico

Dopo tante ricognizioni urbane condotte nella città di Ravenna e nel comprensorio, per la prima volta il raggio di azione si amplia e la rubrica “Città e quartieri” raggiunge Forlì. Qui viene proposto un possibile percorso fra i tanti nella città storica, una traccia che privilegia alcune emergenze e necessariamente lascia in ombra tanto altro.
Non è la più bella, la più elegante e forse nemmeno la più vivace fra le città romagnole, ma Forlì ha deciso di mettersi in gioco, ripensando, recuperando, ridisegnando spazi urbani, viabilità e servizi. Nonostante la crisi economica, e superando i limiti delle città della provincia italiana, forti nel conservare la tradizione, fragili nell’immaginare il futuro, Forlì rinnova la propria immagine, si proietta nel XXI secolo e ricomincia dal patrimonio monumentale. Se il Novecento ha rappresentato l’incontro con la grande Storia, riconoscibile nel programma monumentale dell’architettura razionalista del Ventennio, (capitolo che verrà trattato altrove all’interno della rivista), il cuore della città, ha trovato nella restituzione del complesso di San Domenico di piazza Guido da Montefeltro un centro propulsivo di attività, contenuti, messaggi e opportunità. Il restauro da subito si lega alla possibilità di riorganizzare il sistema museale cittadino e di riqualificare un quartiere degradato. Curatori del progetto sono l’architetto Gabrio Furani per il restauro delle strutture architettoniche, e lo studio Lucchi & Biserni con Wilmotte & Associés, per il recupero degli interni e l’allestimento museale. Un’operazione condotta grazie a un accordo di programma che ha visto coinvolto il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione e il Comune di Forlì. L’allestimento è stato realizzato con il contributo della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. Nel 2005 con una mostra dedicata a Marco Palmezzano inizia l’avventura culturale del complesso, seguiranno esposizioni che indagano l’opera di Silvestro Lega, Guido Cagnacci, Antonio Canova, Melozzo da Forlì, Wildt per citarne alcune e poi il Liberty, il Novecento fino all’ultima in chiusura il 26 giugno “Piero della Francesca. Indagine su un mito”. Una scelta che a lungo ha concentrato risorse pubbliche su un unico obiettivo, a differenza di altre città vicine, impegnate su più fronti nell’ambito della promozione culturale. In dieci anni “I musei San Domenico” hanno trovato posto nella migliore programmazione a livello nazionale con risultati lusinghieri in termini di pubblico.
Il complesso di San Domenico risale al XIII secolo nel nucleo originale, la chiesa di San Giacomo, oggi auditorium e sala convegni, e il convento adibito a mostre e sede della Pinacoteca e dei musei civici, subiscono nei secoli significative modifiche, fino al periodo napoleonico quando la chiesa viene espropriata per usi militari, sarà definitivamente acquisita dallo Stato nel 1866-67 per diventare ospedale militare, gendarmeria, e, in seguito, teatro per l’accademia dei Filodrammatici, infine una fabbrica. Il fenomeno di degrado culmina nel 1978 con il crollo di parte della copertura e della facciata meridionale. La chiesa originale fu ampliata tra il XV secolo l’inizio del XVI secolo diventando a navata unica.

L’oratorio di San Sebastiano, oggi utilizzato come spazio espositivo

Di quell’epoca la costruzione del vicino oratorio di San Sebastiano, progettato dall’architetto e disegnatore forlivese Pace Bombace, un tempo sede della confraternita dei Battuti Bianchi, l’edificio, oggetto di un accurato restauro tra il 1978 e il 1982, e utilizzato per mostre temporanee. Lasciato il vicino ristorante Don Abbondio, meta della ristorazione forlivese, dalle vie, fra loro parallele, Cobelli, Bufalini o Anita Garibaldi si raggiunge Corso Garibaldi e di lì via Santa Croce in direzione della cattedrale. La città, sulla via Emilia porta nel nome la propria origine romana, Forum Livii, anche se popolazioni celtiche da secoli abitavano la zona. Si attende da anni la sistemazione definitiva del museo archeologico per riscoprire la storia antica dell’abitato, anche se non di primo piano nel contesto romagnolo. Della pieve di Santa Croce si hanno notizie dal X secolo; riedificata nel 1173 è cara ai forlivesi per la presenza della xilografia della Madonna del Fuoco conservata in una cappella, sovrastata da una cupola ottagonale affrescata da Carlo Cignani. La tradizione vuole che abbia resistito alle fiamme di un incendio nel 1428, divenendo la protettrice della città. Nella cappella del Santissimo Sacramento costruita su progetto di Pace Bombace per volontà di Caterina Sforza nel 1490 è conservata invece l’immagine della Madonna della Ferita. L’austerità dell’edificio dovuta alla ricostruzione firmata dall’architetto Giulio Zambianchi nel 1841, è spezzata dalla targa che compare nella bussola di ingresso che avverte “Proibito introdurre biciclette”.

Il vicino palazzo Piazza Paolucci, sede della Prefettura, costruito a partire dal 1673, che negli anni Trenta subì nuovi e corposi interventi è una delle quinte di piazza Ordelaffi, dalla quale si raggiunge con facilità via delle Torri, sulla quale si aprono i giardini Orselli, area verde attrezzata. Su via Maurizio Quadrio si sussegue una serie di ristorantini e negozi che ravviva le serate cittadine, da Salumè, all’osteria Nascosta, all’osteria del Mercato fino alla Sosta, solo per citarne alcuni in ordine sparso. Più avanti il mercato coperto di piazza Cavour attende di riprendere l’antico nome di Foro annonario. Una vivacità che si ritrova anche in via delle Torri che conduce in piazza Aurelio Saffi, seguendo il profilo del campanile di San Mercuriale. Un piccolo bus elettrico serve la zona e tra buon cibo e shopping presto si raggiunge la grande piazza, il cuore della città. Uno spazio urbano vasto, fra i più imponenti d’Italia, è strettamente legato all’antica abbazia di San Mercuriale, le fonti infatti la indicano come campo dell’Abate. La presenza di un corso d’acqua in prossimità del palazzo Comunale, edificio già della famiglia Ordelaffi, segnava un tempo il limite urbano. Da secoli piazza del mercato, al centro ospita alla sommità di una colonna la statua di Aurelio Saffi che nell’Ottocento ha sostituito quella della Madonna del Fuoco. Ricostruita nel 1173 su un precedente edificio religioso, la chiesa subì nel corso dei secoli diversi rifacimenti, fino ai danneggiamenti della Seconda guerra mondiale e oggi conserva la cappella di Barbara Manfredi e la Madonna con Bambino fra i Santi Giovanni Evangelista e Caterina d’Alessandria opera di Palmezzano. L’imponente campanile, edificato nel 1180 è posto sul lato destro della chiesa. Il portale in marmo conserva una lunetta, contenente il pregevole complesso scultoreo raffigurante il Sogno e adorazione dei Magi. Come nella cattedrale il carattere composto dell’edificio viene mitigato dalla vivezza degli annunci della bacheca posta sulla bussola di entrata, nella quale si può leggere un memo circa un imminente torneo di maraffone e beccaccino. Fanno da quinte alla piazza i palazzi delle Poste, del Podestà e Albertini. Dal 2015, il palazzo Talenti Tramonti ospita su quattro piani Eataly, con all’interno la Trattoria da Giuliana, già anima del Gambero Rosso di San Piero in Bagno. Lasciata la vastità di piazza Saffi, vale la pena di raggiungere la vicina via Giorgio Regnoli, in passato segnata dall’abbandono e dal degrado e ora rinata nel segno “dell’arte, dell’artigianato e del buon vivere”. Un’associazione di volontari, l’appoggio del Comune e tante buone idee hanno rilanciato la strada come spazio di socialità e come “Galleria d’arte a cielo aperto”. Sulle facciate degli edifici compaiono opere di artisti selezionati ogni anno da una giuria. Da qualche tempo l’apertura di nuovi negozi, attività artigianali, e recuperi sono il frutto tangibile della rinascita.
Riguadagnata piazza Saffi, non resta che percorrere Corso Garibaldi che con via delle Torri raccoglie un fitto tessuto commerciale fra negozi storici e grandi marchi. Numerosi gli edifici di rilievo che costeggiano la via dal cinquecentesco palazzo del Monte di Pietà, a palazzo Albicini dove una lapide sulla facciata ricorda il soggiorno di Dante Alighieri esule alla corte degli Ordelaffi; palazzo Guarini; palazzo Gaddi che ospita il museo del Risorgimento e il museo romagnolo del Teatro, fino a palazzo Manzoni che conserva decorazioni del pittore neoclassico Felice Giani; palazzo Reggiani; palazzo Tartagni Malvelli solo per citarne alcuni. Da non dimenticare infine palazzo Romagnoli, vicino al complesso di San Domenico, sede a lungo del distretto militare ospita dal 2013 le collezione civiche del Novecento, in particolare la Collezione Verzocchi, dedicata al tema del lavoro.

Tutte le foto sono di Paolo Bolzani.