Escono dall’oblio alcuni grandi affreschi di Sebastiano Galeotti

Storia E Memoriajpg01

Sebastiano Galeotti, Allegoria dell’invito alla virtù

La “ravennate” Gerso ha ritrovato a Torino le opere celate alla vista. Eseguiti a Ravenna i restauri conservativi

Non è insolito, nel corso di restauri significativi, imbattersi  in opere d’arte occultate nel tempo, vuoi perché degradate o perché “passate di moda” e non più adeguate alle ristrutturazioni successive. Ma il caso che qui segnaliamo s’impone alla nostra attenzione per la sua eccezionalità, trattandosi di un rinvenimento portentoso, sia per la qualità dell’opera che per la sua estensione.
Si tratta di dipinti realizzati nel quarto decennio del XVIII secolo da Sebastiano Galeotti, un artista di respiro internazionale e attivo soprattutto nell’Italia settentrionale.
Sebastiano Galeotti, nato a Firenze il 22 dicembre 1675 e battezzato nel Battistero di San Giovanni, ebbe come primo maestro Alessandro Gherardini da cui assorbì lo stile mosso e vivace e la tavolozza schiarita, e si arricchì delle molteplici suggestioni del contesto artistico fiorentino, caratterizzato in quel periodo dalla presenza di pittori di diversa provenienza, come Pietro da Cortona, Luca Giordano e Sebastiano Ricci.
Seguì poi un soggiorno di studio a Bologna presso Giovan Gioseffo Dal Sole.
Per la sua straordinaria capacità di organizzare il lavoro, Galeotti si distinse per l’intensa attività di “frescante” al servizio di regnanti, nobili, ordini religiosi e confraternite, lasciando significative testimonianze quasi in tutta l’Italia settentrionale: a Piacenza, Parma, Como, Milano, Lodi, Cremona, e a Genova, dove si trasferì con la famiglia nel 1729. Chiamato a Torino da Filippo Juvarra nel 1722, affrescò per Vittorio Amedeo II la volta dell’atrio del Castello di Rivoli con la favola di Bacco e Arianna e operò anche nel Teatro Regio (1740),  al servizio di Carlo Emanuele III.
Fu particolarmente attivo nel Ducato dei Farnese, a Piacenza e a Parma, dal primo decennio del 1710 quando godette della speciale protezione del principe Antonio Farnese che gli aveva fornito uno speciale lasciapassare, un Passaporto, che gli consentiva di entrare e uscire dal Ducato  e transitare con “sue Robbe, Armi, Arnesi…”
Le spettacolari decorazioni murali che realizzò nella sua attività frenetica, nella grande giostra di impegni e cantieri, sono spesso impaginate da quadrature e stucchi, appositamente creati dal quadraturista Francesco Natali con cui ebbe una strettissima collaborazione.

Allegoria dell’invito alla virtù, particolari di Giove e Venere

«…disegnatore facile e bizzarro,
ardito coloritore, e copioso inventore
ed esecutore di grandi storie a fresco…»
Galeotti viaggiò dipingendo
e dipinse viaggiando, portando in giro
per l’Italia la sua felice vena artistica
nata a Firenze nella bottega
di Alessandro Gherardini,
il suo maestro.

Sebastiano Galeotti diventò ben presto portavoce di un linguaggio di marca internazionale, sapientemente frivolo, petulante e squisito, in cui confluivano le lezioni acquisite nei frequenti viaggi per la Toscana, l’Emilia, il Piemonte, il Veneto.
Le volte fiorentine di Luca  Giordano e gli affreschi di Pietro da Cortona nelle Sale di Palazzo Pitti rimasero un costante riferimento iconografico per le storie mitologiche che, secondo il gusto del tempo, spesso gli vennero commissionate. Da questi eccelsi esempi gli arrivò un’ impareggiabile lezione di fluidità di disegno, di rapidità di tratto e di capacità di orchestrare la vastità degli spazi con un’intonazione generale di luminosa chiarezza, un colorito morbido e un disegno sicuro. Questo linguaggio veloce e accattivante era facilmente adattabile sia alle allegorie profane e alle favole mitologiche che alla rappresentazione di estasi o apoteosi di Santi.
Nella Storia pittorica della Italia l’abate Luigi Lanzi1 scrive che a Firenze si ricorda Sebastiano Galeotti, allievo di Alessandro Gherardini, ma non lo si conosce bene perché «giovane uscì di Patria; e senz’ aver sede ferma viaggiò gran tempo, e in moltissimi luoghi dell’Italia superiore lasciò ricordo d’esservi stato».
Galeotti viene descritto dal Lanzi come «uomo bizzarro e facile d’ingegno», come un disegnatore buono «ardito coloritore, vago nella scelta delle teste, atto alle grandi composizioni a fresco» e viene accostato a tutti quegli artisti «avventurieri della pittura, i quali viaggiarono dipingendo, o dipinsero viaggiando; pronti a replicare di paese in paese, senza nuovi studj, le stesse figure e talvolta le stesse cose», come i Peruzzi, gli Zuccheri e i Ricci.
Nel 1818 Stefano Ticozzi nel suo Dizionario sottolinea le stesse caratteristiche del linguaggio pittorico di Galeotti «disegnatore facile e bizzarro, ardito coloritore, e copioso inventore ed esecutore di grandi storie a fresco»; ma nella seconda metà dell’Ottocento il giudizio critico sul Galeotti si trasforma in un’aperta condanna dello stile del tempo: Federigo Alizeri2,nelle Notizie dei Professori del Disegno in Liguria dalla fondazione dell’Accademia, lo descrive come «pittor di ventura, uso a dipinger molto e per molti, pronto ad ogni richiesta; talchè non vi ha quasi città dell’alta Italia ove non si incontri quel suo stile tutto capricci e mattezze».

Un fortunato ritrovamento

Ma veniamo al fortunato ritrovamento dei dipinti, occultati alla vista da una controsoffittatura, avvenuto nel 2012 nel corso degli interventi di adeguamento e nuova sistemazione degli uffici al primo piano di Palazzo San Federico. E per comprendere meglio la vicenda ci è utile ricordare i lavori realizzati a Torino dal Galeotti. Lasciati i territori parmense e cremonese, nel 1738-1740 Galeotti si recò a Torino dove venne chiamato  «ad istanza della nobil Famiglia de’Tana, nel cui palazzo dipinse la maestosa sala, e vi rappresentò gli Dei in iscompiglio cagionato dalla Discordia. Nell’anticamera fece le immagini d’alcune Virtù: in un salotto le diverse età dell’uomo:nella stanza da letto espresse Giove e Venere: e in un gabinetto figurò Cefalo in atto di rapire l’Aurora».3

Storia E Memoriajpg06

Allegoria dell’invito alla virtù, Ercole e Atena (particolare)

Fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento i dipinti in questione furono strappati dal loro sito originario e il Palazzo Tana, come attesta nel 1914 l’ingegnere Giovanni Chevalley, aveva perso completamente tutte le testimonianze del suo antico splendore. È pertanto evidente che gli affreschi del Galeotti furono rimossi prima della demolizione dell’edificio e trasferiti nella nuova sede del quotidiano torinese “La Stampa” in Palazzo San Federico, inaugurata nel 1934. In una documentazione fotografica del giorno dell’inaugurazione è ben visibile, nel grande salone, il dipinto che abbellisce la volta, e si tratta proprio di uno dei tre affreschi ritrovati.
Nel corso dell’ultima guerra si avranno lesioni all’edificio, ma subito l’anno dopo, nel 1944, il grande salone viene riaperto.
Nella monografia del 1955 dedicata dal Carboneri4 a Sebastiano Galeotti si dichiara che i dipinti, affrescati in Palazzo Tana, e successivamente trasferiti, non esistono più e sono andati probabilmente distrutti nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Ma fortunatamente la storia è stata clemente, la guerra ha risparmiato i dipinti che hanno continuato a vivere come clandestini, celati alla vista!
I tre affreschi strappati e trasferiti su tele e telai lignei erano stati modificati per adeguarli a nuovi ambienti in cui si aveva intenzione di allestirli.
Il dipinto maggiore era stato assemblato in quattro tele, ciascuna dotata di un telaio ligneo, ed è probabile che questo nuovo assetto risalga al 1967, come si evince dal frammento di un quotidiano dell’epoca ritrovato durante i lavori. L’affresco risulta modificato rispetto alla redazione originaria, con l’aggiunta di cornici e zoccolature a riquadri geometrici, utili per raccordarlo al nuovo soffitto e per accogliere i corpi illuminanti.
L’opera, di grande impatto visivo, colpisce per l’effetto grandioso e la moltitudine dei personaggi, dai profili affilati, legati fra di loro da un intenso dialogo di sguardi. Il disegno, vigoroso e deciso, è ravvivato da rapidi tratti stesi a punta di pennello.
La composizione, complessa e articolata, sembra proporre un programma educativo indirizzato al giovane rampollo del committente, secondo una consuetudine molto in voga. Il messaggio che si vuole comunicare è di superare i vizi e coltivare la virtù, riflettendo sulla durata della vita e sulla necessità di utilizzarla al meglio.
Atena toglie il giovane dalle braccia di Venere, lo sollecita a superare la mollezza e gli svaghi per condurre una vita di studi e d’ impegno, e lo affida pertanto a Ercole, inteso come virtù eroica.

Storia E Memoriajpg02

Luigi Soligo (Gerso), Valeriano Mariani (Acmar), Cetty Muscolino (storica) e Lorenzo Cottignoli (Unipol Sai Ass.) osservano gli affreschi restaurati

Di grande effetto è la poderosa figura di Ercole, accuratamente connotato dai principali simboli delle sue fatiche: dalla pelle leonina, alla nodosa clava, ai pomi delle Esperidi nella sinistra, alla terribile Idra vicino al suo piede sinistro.
Le tre Moire (le Parche romane) sono intente ad assolvere il loro compito di tessere il filo del fato: Cloto fila, Lachesi avvolge il filo sul fuso e Atropo siede in attesa di reciderlo con le sue lucide cesoie.
Il Tempo, Cronos,  domina in alto munito di falce e clessidra, mentre un leggiadro Apollo, coronato di fiori, è intento a suonare la cetra. Alcuni dettagli, come un amorino che tiene con un nastro rosso due bianche colombe in volo, o altri con uno specchio e serpenti, vocaboli che richiamano la Prudenza, suggeriscono il tema della contrapposizione fra vizi e virtù, programma educativo molto in voga, e ribadiscono allo stesso tempo che la vita scorre e il suo percorso avrà prima o poi un termine, e quindi è fondamentale viverla con impegno. I panneggi accartocciati e mossi, le perfette anatomie dei personaggi, i finissimi tocchi di pennello, la luminosa gamma cromatica che predilige azzurri rosa pallidi e gialli, conferiscono all’opera un’ariosità e una leggerezza eccezionale.

Aurora e Cefalo

Cefalo, figura della mitologia greca, era un bellissimo cacciatore sposo di Procri. Aurora (Eos), innamoratasi di lui lo rapì mentre questi era intento alla caccia.
Il dipinto ci mostra il momento cruciale in cui l’alata Aurora è avviluppata intorno al giovinetto, rappresentato con lancia e arco e con i suoi due cani, e lo sta involando verso l’alto. Intorno un tripudio di amorini dalle sottili ali trasparenti, tratteggiate con minutissime pennellate, con variopinti serti floreali. Una falce accesa simboleggia l’incendio d’amore.
Il dipinto, originariamente di forma quadrangolare, era stato modificato durante la ricollocazione a Palazzo San Federico, con l’inserimento di due inserti di circa 30 cm., con telai autonomi, in corrispondenza di due lati.

Storia E Memoriajpg05

Aurora rapisce Cefalo , particolare

La toeletta di venere

L’affresco ornava originariamente la camera da letto.
Al centro del dipinto campeggia una leggiadra figura femminile che sostiene recipienti e vasi per approntare la toeletta di Venere, insieme a molti amorini che si avvicendano intorno con serti di fiori.
Venere, posta ad un livello superiore, tiene nella mano destra il pomo aureo donatole da Paride quando la scelse nella famosa contesa con Giunone e Minerva, e le volano affianco due colombe, suo particolare attributo iconografico.
Nell’estremità superiore, assiso fra le nubi si scorge un Giove vegliardo con lo scettro nella mano destra, ai suoi piedi sbuca fuori dalle nuvole l’aquila che lo contraddistingue.
La luminosità diffusa della gamma cromatica, dai rosa tenuissimi ai viola, dai celesti perlacei delle vesti degli Dei alle carni opalescenti delle Dee, contribuisce a creare quell’atmosfera gioiosa e brillante che bene si confaceva ad un’alcova.
Questi sono solo piccoli spunti, osservazioni minime, che ci auguriamo possano ispirare chi di dovere a investire le risorse necessarie per la completa valorizzazione di  questi stupefacenti affreschi, contribuendo così ad accrescere il patrimonio artistico nazionale… di meraviglie non se ne ha mai abbastanza!

Storia E Memoriajpg07

Allegoria dell’invito alla virtù, Ercole (particolare)

Dettagli di una scoperta

Nel 2012, durante i lavori di valorizzazione e restauro del Palazzo San Federico a Torino, di proprietà di Tikal R.E. Fund  ora Unipol Sai Assicurazioni, Gerso Restauro Opere D’Arte srl, società  controllata di Acmar scrl Ravenna, ha ritrovato nello stretto vano di una controsoffittatura, importanti  dipinti di Sebastiano Galeotti (Firenze 22 dicembre 1675 – Mondovì 1741).
I lavori diretti dal restauratore Luigi Soligo di Gerso, hanno visto  la rimozione dei dipinti  avvenuta con grande attenzione e cautela come è d’obbligo in questi casi e il loro trasporto nella sede operativa di Gerso a Ravenna, dove sono stati oggetto delle “cure” necessarie.
I dipinti riportati su tela erano in origine affreschi eseguiti sulle volte del Palazzo Tana, residenza nobiliare ubicata sul sedime dell’attuale Palazzo San Federico. Dalla ricostruzione cronologica  si desume che gli stessi furono “strappati” dalla loro posizione originaria prima della demolizione dell’edificio, avvenuta tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tanto che nel 1914 l’ingegnere Giovanni Chevalley affermava che il Palazzo Tana, a causa delle ultime trasformazioni, aveva ormai perduto gli ultimi resti del suo antico splendore.
Nel 1934 venne inaugurata la nuova sede del quotidiano torinese “La Stampa”, sita all’interno del Palazzo San Federico appena ultimato, dove, come risulta dalla documentazione fotografica dell’epoca, il dipinto di maggiori dimensioni  venne applicato sul soffitto di un ampio salone. Degli altri due, non si hanno notizie documentate.
Anche nella monografia dedicata a Galeotti da Nino Carboneri (1955), vengono citati gli affreschi eseguiti per Palazzo Tana e poi trasferiti nella sede del quotidiano torinese ed in seguito distrutti durante l’ultima guerra. Il ritrovamento dei tre dipinti nel 2012, smentisce, ovviamente, quanto sopra esposto.

 

Tutte le foto del servizio sono di Pietro Barberini

NOTE

1 Luigi Lanzi Storia pittorica della Italia, 1809.
2 Federigo Alizeri,  Notizie dei Professori del Disegno in Liguria dalla fondazione dell’Accademia, Genova, 1864.
3 C.G.Ratti, Delle Vite de’ Pittori, Scultori, ed Architetti Genovesi in continuazione dell’opera di Raffaello Soprani, Casamara, Genova, 1769 (pp.363-367).
4 N.Carboneri, Sebastiano Galeotti, Venezia, 1955.

CONSAR – HOME BILLB TOP 15-21 07 19