Un mosaico da sfogliare

In un libro fotografico di Anna Maria Valli Spizzuoco gli scatti che raccontano paesaggi di Romagna

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La danza delle stagioni, misterioso e inaspettato caleidoscopio musivo di una Ravenna sotterranea e archeologica, compone un mosaico da sfogliare: è un pensiero forte che guida alla “lettura” di questo “album” di fotografie.
Il libro di Anna Maria Valli Spizuoco, Foglie Fiori Frutti della mia terra, dalla collina al mare apre piccoli orizzonti nella geografia e nella storia, abbracciando un arco temporale assai vasto. Dove non arriva l’immaginazione, Anna ricorre alla simbologia: le lettere con Dante,  l’incorruttibilità-immortalità con i pavoni, l’albero che affonda le radici nella terra e innalza la chioma al cielo…
La Romagna viene descritta a filo doppio, abbinando i piani del racconto alla presentazione di un paesaggio sedimentato dalla natura e dal lavoro dell’uomo.
Lo scritto di Anna Maria Valli Spizuoco incide i rilievi e il piano, avvicinando la storia a immagini di un momento magico: dalla fioritura dei peschi, agli esiti della mietitura o della raccolta delle cipolle.

Istantanee che accendono, di volta in volta, uno sguardo amico, aprendo finestre emblematiche sulla Romagna.
Il racconto di Anna è didascalico, ma ammorbidito dalle lente evoluzioni di uno sfondo domestico e storico allo stesso tempo.
Da Porta Vandalaria le mura di Valentiniano, figlio di Galla Placidia, corrono al Parco di Teodorico: un volo fantastico nel verde della città,  sull’antica duna costiera dove la storia ha accumulato granelli di vita.

In alto a destra: una rappresentazione coreografica della “Danza delle Quattro Stagioni”, ispirata al mosaico della Domus dei Tappeti di Pietra di Ravenna. La messa in scena è con le ballerine allieve dell’Accademia Cecchetti, in occasione della presentazione del libro di Anna Maria Valli Spizuoco nel Palazzo della Prefettura di Ravenna.

Nelle alttre immagini alcuni scorci di giardini e ambienti naturali ravennati.

Un particolare della carta che descrive i territori della battaglia di Ravenna del 1512 permette di atterrare nel nostro tempo, con la localizzazione del Molino di Coccolia, tuttora in sito. È la premessa cartografica alla prefazione di Leonardo Spadoni, «mugnaio del terzo millennio”, contento di aver trovato un riscontro così  importante nei Musei Vaticani.
La regia, perché di tale cosa stiamo parlando, è dell’autrice che nell’occasione non ha inquadrato con la propria fotocamera, ma ha accompagnato e indirizzato Franca Bernardi, sensibile e originale dietro i propri obiettivi.  E la stessa autrice ha utilizzato immagini edite e inedite di Alfredo De Zerbi, Roberto Bacchilega, Sergio De Marchi, Cristina Patuelli, Primo Zambrini e Donatella Marini. Quest’ultima ha fotografato i “suoi” pavoni, come fossero ruote fiorite, nella propria villa che sorge sopra le antiche rovine della reggia di Teodorico.
Di particolare suggestione sono anche le foto dall’aereo di Cristina Patuelli, che offrono una Ravenna dal taglio inedito, a volo d’uccello.
Il racconto per “scatti” risulta sempre semplice e raffinato, pensando a chi lo sfoglia, come fosse un album di famiglia,  inducendo a memorizzare istanti  e aprire nuovi “file” nelle proprie conoscenze.
Si ri-scoprono luoghi e atmosfere, cadenze e scadenze: perché le foto-grafie appaiono nel senso strettamente etimologico del termine. La luce “scrive” e inonda il lettore, deborda dall’album creando cornici oniriche alla semplicità delle foglie, dei fiori e dei frutti.
Il libro è diviso in vari capitoli che mi piace qui elencare:
–    Uno sguardo dall’alto
–    Il giardino diffuso e le colture ravennati
–    Ville di campagna, case coloniche, orti, serre
–    Sponde dei fiumi, canali, bordi dei fossi
–    Verde pubblico, sacro, privato
–    Pinete, valli e dune
In questo percorso Anna cammina attraverso ricordi, amicizie, frequentazioni, paesaggi e quel mondo che continua ad amare scandito da abitudini piacevoli e non sempre necessarie, vapori  mattutini, orti “rugiadosi”  e nebbie fluviali.
I colori sono quelli delle tessere del tappeto di pietra, dove s’inseguono le stagioni in un girotondo che possiamo sceneggiare in uno dei tanti giardini incastonati fra le nostre architetture protettive di tesori che brillano (quelli sì) di luce propria!
È la stessa luce, è l’immagine di quel tempo che ricopre di fiori il sottobosco del dantesco paradiso terrestre, la Pineta di “Chiassi”, con le acque floride e docili, altrove capaci d’indomite progressioni, fra potenza produttiva e testardo disordine.
Mi sembra di vedere Anna sulla porta di casa, ai confini urbani, fra valli e pinete, o sulle strade della campagna dove la nostalgia si è acquietata nel presente.
La realtà è quella dell’obiettivo, dell’occhio curioso che fruga nei particolari?
O è quella più emozionale che fa emergere in tutta la sua tavolozza di colori memorie parlanti e odorose?
È sempre un atto d’amore.