Il consulente di parte civile: «Le impronte di Cagnoni nella cantina dell’omicidio»

Diciottesima udienza / L’ex poliziotto Salvatore Musio, esperto di dattiloscopia con trent’anni di carriera, ha confrontato le tracce rilevate nel sangue della vittima con i campioni del dermatologo trovando 26 corrispondenze per la palmare muro e 20 per la palmare frigo: per la legge ne bastano 16. E i segni nella villa fanno pensare all’azione di un assassino mancino, come l’imputato

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L’impronta denominata “palmare muro” impressa con il sangue di Giulia Ballestri su uno spigolo della cantina dove è stato trovato il cadavere della donna il 19 settembre 2016. Secondo la polizia scientifica e il consulente della parte civile appartiene al marito Matteo Cagnoni, imputato

Ha confrontato le impronte prese dalla polizia a Matteo Cagnoni in carcere a Firenze il 14 ottobre 2016 con le tracce di mani sporche del sangue di Giulia Ballestri rilevate nello scantinato dove il 19 settembre 2016 è stato trovato il cadavere della donna e non ha dubbi: corrispondono con un rilievo probabilistico importante, ben oltre le necessità richieste dalla giurisprudenza italiana. Il consulente di dattiloscopia per la parte civile, Salvatore Musio che undici anni fa lasciò la polizia per dedicarsi all’attività privata, ha parlato stamani 16 marzo in tribunale a Ravenna davanti alla corte d’assise dove si è celebrata la 18esima udienza del processo che vede il dermatologo 53enne alla sbarra per l’omicidio volontario pluriaggravato della moglie 39enne. L’esito del lavoro svolto da Musio è lo stesso a cui è giunto il gabinetto regionale di polizia scientifica pur procedendo ognuno in maniera autonoma. Insomma, sulla scena del delitto ci sono le impronte dell’imputato impresse con il sangue della vittima.

Le impronte in questione sono due, sono quelle già entrate nel dibattimento con le deposizioni dei testi di polizia giudiziaria chiamati dall’accusa tra i 78 ascoltati finora in quasi sei mesi: sono note come “palmare muro” (mano destra) e “palmare frigo” (mano sinistra). La prima è su un muro grezzo a 90 cm di altezza, sullo spigolo dove più in basso l’omicida ha fatto sbattere più volte il volto della donna per il massacro finale. La seconda è sulla parete di un vecchio frigorifero poco distante. Le immagini dei rilievi fotografati dagli investigatori sono state proiettate ancora una volta in aula.

L’ex poliziotto ha spiegato di aver lavorato sulle fotografie digitali in alta qualità contenute nel fascicolo del pubblico ministero e per prima cosa ne ha accertato la qualità per stabilire se fosse sufficiente per consentirne l’utilizzo in una comparazione. A questo punto il lavoro di dattiloscopia prevede di individuare le cosiddette minuzie: in buona sostanza i punti delle creste cutanee che rendono unica quell’impronta digitale. Una volta individuate si procede al confronto con il campione preso al sospettato.

«La giurisprudenza italiana – ha precisato Musio, così come già fece in aula l’assistente capo Enrico Filippini della polizia scientifica di Bologna – stabilisce che la corrispondenza di 16 punti fra due impronte consente una base statistica talmente elevata da considerare quelle due impronte appartenenti alla stessa persona perché si è nell’ordine di un caso ogni 4-5 miliardi di individui. In 120 anni di dattiloscopia non sono mai state trovate due impronte uguali». Si tratta comunque di una convenzione italiana per alzare l’asticella della qualità: nella vicina Svizzera – «Dove non mancano certo di democrazia», ha commentato Musio – ci si ferma a 8. Ebbene, per il caso specifico del processo in corso le cose stanno così: nella palmare muro Musio ha individuato 26 minuzie corrispondenti e la scientifica 20 (16 sono in comune), nella palmare frigo Musio ne ha individuate 20 e la polizia 28 (16 in comune). E l’ex agente di polizia ci tiene a sottolineare di aver consegnato la sua relazione conclusiva con il suo risultato prima che Filippini andasse a testimoniare.

Il pubblico ministero Cristina D’Aniello ha rivolto le sue domande a Musio per fare emergere un ulteriore indizio a carico dell’imputato. Il ragionamento del pm, eviscerato attraverso le risposte del testimone, è questo: se su quello spigolo è stata sbattuta la faccia della donna mentre era carponi o prona è facile ipotizzare che l’aggressore l’abbia fatto usando la mano forte mentre chinato si appoggiava al muro con l’altra, quindi siccome sul muro c’è una mano destra il killer potrebbe essere mancino. E l’imputato lo è.

Ma il lavoro del consulente ingaggiato dall’avvocato Giovanni Scudellari, su mandato della famiglia Ballestri, è andato oltre alle due palmari. Sul «maledetto spigolo» – come lo chiama Scudellari – dove l’assassino ha finito la vita di Giulia, circa 40 cm più in alto della palmare, c’è la traccia di un pollice destro. Per quello Musio ha individuato 13 corrispondenze con Cagnoni.

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