Cagnoni: «Giulia rispose al telefono davanti a me». Ma i tabulati lo smentiscono

L’imputato parla di una chiamata mentre erano nella casa del delitto il giorno dell’omicidio. Il pm ribatte: «A quell’ora qualcuno la stava ammazzando»

Cagnoni ZaniL’ultima volta che il cellulare di Giulia Ballestri aggancia una cella telefonica è stato alle 10.05 e 10.06 del 16 settembre 2016: per il marito Matteo Cagnoni, accusato di averla uccisa, sono due telefonate dal centro diabetico a cui ha risposto davanti ai suoi occhi mentre si trovavano nella villa di via Padre Genocchi; per la procura che porta i tabulati della compagnia telefonica sono due chiamate di un centro ottico che vanno a finire nella segreteria «perché a quell’ora – affonda il pm Cristina D’Aniello – qualcuno la stava ammazzando». È uno dei passaggi della ventesima udienza del processo per l’omicidio della 39enne, celebrata nel pomeriggio di oggi 26 marzo.

Dopo l’esame dell’accusa svoltosi tre giorni fa, oggi è stata la volta del controesame della difesa (avvocato Giovanni Trombini) e delle parti civili. Al termine il presidente della corte d’assise Corrado Schiaretti (a latere Andrea Galanti) ha interrogato per un’ora l’imputato. Mettendolo di fronte a una circostanza finora mai emersa: le telecamere della caserma della guardia di finanza che inquadrano via Genocchi mostrano nel pomeriggio di sabato 17 il passaggio di un veicolo Chrysler Voyager scuro come quello di proprietà dei Cagnoni. C’era l’imputato al volante che tornava sulla scena del crimine? «Non ero io, quel giorno non ero a Ravenna, ero a Firenze e ho fatto una lunga dormita pomeridiana. Non sono l’unico ad avere quel veicolo a Ravenna».

Il passaggio del Voyager avviene in un orario tra le due telefonate che partono dal telefono fisso della casa coniugale in via Bruno a Ravenna e arrivano al telefono fisso della casa toscana dei genitori dell’imputato (una alle 13.43 e l’altra alle 15.59). Chi telefona? Cagnoni aveva già risposto venerdì: «Non io, potrebbero essere partite da sole».

Le domande della difesa invece hanno cercato di fare chiarezza sulle modalità di accesso alla casa del delitto e sulle possibilità che anche altre persone potessero essere entrate. Cagnoni ha ribadito che da tre-quattro mesi prima dell’omicidio l’allarme non era più funzionante nella casa: «Quella mattina aprì la porta Giulia che aveva le chiavi e non andammo a digitare nessun codice per disattivare l’antifurto perché non veniva più inserito. Quando si fa la procedura si sente una voce a volume alto in casa che dice “acceso” o “spento”». Nei video dei sopralluoghi della scientifica, che fa digitare il codice al vigilante della Colas, non si sentono comunicazioni audio. Cagnoni poi ha ricordato che per l’ora abbondante passata nella casa – facendo foto ai quadri da vendere, cercando libri in biblioteca e discutendo della separazione – non chiusero la porta di ingresso e chiunque nascosto nei pressi avrebbe potuto introdursi.

Poi si è tornati a parlare dei tristemente noti cuscini verdi mancanti dalle poltroncine della villa e trovati in cantina a Firenze. Soprattutto si è parlato dei loro spostamenti. Le telecamere di videosorveglianza a casa di Cagnoni a Firenze dicono che l’imputato li scarica dal baule della Mercedes Classe C al suo arrivo venerdì 16 e li mette dietro una siepe, li carica sulla Classe A del padre la domenica prima di partire per Bologna e li riscarica dalla stessa auto al rientro da Bologna per finire definitivamente in cantina. «Sono stati tolti dalla vettura perché mi ero convinto di partire subito per rientrare a Ravenna nella notte tra domenica e lunedì usando l’auto di mio padre per lasciare quella più grande ai miei genitori in caso servisse per spostare i miei tre figli. E i cuscini dovevano restare là perché lunedì mio padre doveva portarli a lavare». Il lavaggio infatti sarebbe la ragione del trasferimento, dato che Giulia li aveva visti sporchi durante un ingresso nella casa di via Genocchi in agosto e Matteo sapevo quanto i genitori li considerassero delicati.

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