Al telefono parlavano di vino ma intendevano droga: 6 arresti, 26 kg sequestrati

Operazione del nucleo investigativo dei carabinieri partita da un tentato omicidio con sparatoria del 2015 nel parcheggio dell’ospedale di Ravenna. Secondo gli inquirenti il sodalizio era l’unione di due bande: un gruppo di albanesi riforniva un gruppo di tunisini che smerciava al dettaglio

Amarcord1«Di fatto bastava chiamare un numero che qualcuno mi portava la droga». È la sintesi efficace resa da un 42enne consumatore abituale di cocaina, nell’interrogatorio davanti al pubblico ministero dopo il suo arresto a gennaio 2017, di quanto fosse ben organizzata e puntuale la banda da cui si riforniva. Per quanto sintetica, la frase riesce bene a descrivere una delle caratteristiche peculiari della struttura del presunto sodalizio criminale radicato a Ravenna che ora gli inquirenti sono convinti di aver messo in ginocchio con alcuni arresti: tra chi contrattava le cessioni con i clienti –parlando di bottiglie di vino bianco o vino rosso come linguaggio in codice – e chi faceva effettivamente la consegna delle dosi c’era una catena di passaggi di ordini che ha reso più complesso ricostruire i collegamenti e la rete. Dopo tre anni di indagini la svolta è arrivata all’alba di stamani, 9 luglio, quando i carabinieri del nucleo investigativo hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Antonella Guidomei su richiesta del sostituto procuratore Daniele Barberini, titolare delle indagini con il procuratore capo Alessandro Mancini: cinque persone arrestate (una sesta era già in carcere per altre vicende, una settima è irreperibile perché espatriata all’estero e altre due risultano indagate). In totale l’operazione Amarcord, dal nome di un bar che il gruppo usava come luogo di ritrovo, ha consentito di sequestrare 26 kg tra droga e sostanza da taglio: soprattutto cocaina ma anche eroina. Ritrovati anche 39mila euro in contanti a casa di un collaboratore estraneo alle vicende più gravi.

I destinatari del provvedimento restrittivo sono Avni Avduli (42 anni), Elton Avduli (37), Irakli Papa (38), Fatjon Sanxhaku (28), Rochdi Iuissaoui (32), Noamen Issaoui (37) e Khatrin Valeriani (32): i primi quattro di nazionalità albanese, altri due tunisini e una italiana sposata con uno dei nordafricani. Secondo la ricostruzione investigativa – operata attraverso intercettazioni telefoniche e immagini raccolte nel corso di pedinamenti e appostamenti – si tratterebbe di un gruppo che riunisce due bande: «Possiamo definirlo un sodalizio bicefalo – ha commentato il colonnello Roberto De Cinti, comandante provinciale dell’Arma –, in alto gli albanesi che importavano la droga dall’Albania e sotto i tunisini che si occupavano dello smercio al dettaglio sulla piazza locale con clienti che venivano a rifornirsi anche dalle province limitrofe» (circostanza emersa anche in un recente articolo sul mercato dello spaccio locale). Una delle zone maggiormente battute dai pusher, come ha precisato il procuratore Mancini sulla base delle evidenze emerse dalle indagini, era il quartiere della stazione: «Lavoravano in maniera professionale, con caratteristiche quasi imprenditoriali. Possiamo dire che da oggi Ravenna non deve più fare i conti con queste persone». Al dettaglio venivano piazzati circa 60-70 grammi di coca ogni due giorni per un giro di affari che gli inquirenti stimano milionario.

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Amarcord2L’avvio dell’inchiesta è stata la sparatoria nel parcheggio dell’ospedale di Ravenna il 16 maggio di tre anni fa. Un tentato omicidio con dieci colpi esplosi, senza andare a segno, di un 32enne albanese. A fronteggiarlo furono un tunisino e un italiano, poi condannati. All’origine di tutto pare ci fosse una controversia fra le due bande per il mancato accordo sul pagamento di una partita.

A quel punto si sono messi in moto i militari. E si è visto come il gruppo aveva delle abitudini ben oliate: nascondigli della droga nei punti più impensabili come sotto un albero in una traversa della Classicana o nella massicciata della linea ferroviaria a Milano Marittima, ricambio frequente di cellulari con comunicazione dei nuovi numeri ai clienti, un appartamento a Lido di Classe usato come laboratorio per il taglio della droga, incontri tra la folla di un centro commerciale di Rimini per passare inosservati.

Nell’appartamento usato da uno degli albanesi i carabinieri avevano nascosto una telecamera nella cappa sui fornelli. Se n’è accorto l’inquilino quando ha aperto l’elettrodomestico per tentare di aumentare l’aspirazione mentre stava impastando la droga. A quel punto è montato in auto senza nemmeno chiudere la porta di casa e ha raggiungo la massicciata della ferrovia. Gli investigatori sono poi intervenuti: sulla linea del treno c’erano 800 grammi di eroina, in casa una ventina di chili di eroina.

IMG 5049Elementi importanti sono giunti dalle intercettazioni telefoniche. Come quella volta a gennaio 2017: «Sapevamo che era un coglione però non avevamo alternativa. Questo è uno che si cacava in mano, al processo per direttissima ha confermato invece che magari smentire». È il giorno dopo l’arresto del 42enne già citato in apertua, usato come galoppino per le consegne in cambio della sua dose giornaliera, e una delle persone indagate si sfoga al telefono con un altro cliente. Per il gip si tratta di «una spontanea e inconsapevole confessione». Le parole registrate sembrano lasciare poco margine di dubbio: «Era sotto casa e si è trovato i borghesi dietro al culo. Abbiamo ripulito casa e siamo fermi, però siamo anche un po’ in paranoia». Poi qualcuno qualcuno in sottofondo li invita a stare zitti: «Adesso non posso neanche parlare più di tanto…». Ma ormai era già troppo tardi.

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