Omicidio Minguzzi, dopo 32 anni la procura vuole processare tre persone

Chiuse le nuove indagini sulla morte del 21enne carabiniere di leva di Alfonsine: in arrivo la richiesta di rinvio a giudizio per due ex militari e un idraulico condannati nel 1988 per un’estorsione con analogie. Restano altri 16 delitti irrisolti in provincia dal 1970

A distanza di 32 anni dalla morte del 21enne Pier Paolo Minguzzi di Alfonsine, studente di Agraria e carabiniere di leva a Mesola (Ferrara), la procura di Ravenna è convinta di aver individuato i responsabili del sequestro e omicidio del rampollo di una facoltosa famiglia di imprenditori ortofrutticoli. Nella mattinata odierna, 19 luglio, sono stati notificati gli avvisi di conclusione indagini a tre uomini: all’epoca dei fatti due erano carabinieri in servizio ad Alfonsine e l’altro l’idraulico del paese. Il procuratore capo Alessandro Mancini ha anticipato l’intenzione di chiedere il rinvio a giudizio: «Un delitto con una tale efferatezza merita un processo».

I tre indagati sono gli ex militari Angelo Del Dotto (56 anni, di Ascoli) e Orazio Tasca (55, di Gela) e l’idraulico Alfredo Tarroni (63). Il nome di una quarta persona era stata iscritta nel registro degli indagati un anno fa, al momento della riapertura del fascicolo, ma la sua posizione è apparsa di scarsa rilevanza e non fu coinvolto nel prelevamento dei campioni di Dna da confrontare con eventuali tracce che gli inquirenti auspicavano di trovare sui resti mortali di Minguzzi riesumati la scorsa estate. Quel confronto non portò a corrispondenze utili, secondo i consulenti, ma la procura ritiene di aver raccolto altri elementi indiziari e probatori sufficienti a reggere in aula. L’accusa è di concorso in sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere.

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Come già noto quando si diffuse la notizia della riapertura del “cold case”, i tre indagati sono gli stessi che furono condannati nel 1988 per un episodio accaduto un paio di mesi dopo nella stessa Alfonsine con molte analogie. L’imprenditore Roberto Contarini, attivo nello stesso settore dei Minguzzi, fu vittima di un tentativo di estorsione per 300 milioni di lire, stessa somma chiesta in precedenza per Minguzzi. Il caso Contarini finì in tragedia: i malviventi che andarono all’appuntamento concordato per avere i soldi trovarono invece i carabinieri, cioè colleghi ma dalla parte giusta, e nella sparatoria che nacque morì il 23enne Sebastiano Vetrano. Tre arresti in flagranza. «In alcune telefonate fatte ai familiari del giovane – ricorda Mancini – il sequestratore si sbagliò e usò il nome di Contarini, un segnale che la banda avesse pianificato una serie di sequestri a scopo estorsivo». I tre furono condannati per il caso Contarini ma non venne portata avanti la pista per attribuire loro la responsabilità dell’omicidio Minguzzi.

Il militare di leva fu rapito la notte del 21 aprile 1987, lunedì di Pasqua, mentre rientrava a casa dopo aver accompagnato la fidanzata con cui aveva passato la giornata in occasione di una licenza. A casa non arrivò mai e l’indomani la sua Golf rossa fu trovata parcheggiata in via dei Mille ad Alfonsine: le chiavi nel quadro, il sedile di guida molto avanti, posizione incompatibile con l’altezza di Minguzzi. L’1 maggio nel Po di Volano venne trovato il cadavere del giovane legato a una grata di ferro pesante circa 16 kg. Le indagini ricostruirono che quella grata proveniva da una stalla di Vaccolino dove lo studente era stato portato dopo il rapimento. L’omicidio avvenne poco dopo il sequestro e i rapinatori continuarono a chiedere il riscatto per giorni. Per la sera dell’1 maggio era in programma una telefonata dei rapitori, al mattino venne trovato il corpo ma la notizia non fu diffusa proprio nella speranza che i sequestratori facessero una mossa falsa e utilizzassero una delle cabine sotto osservazione e invece nessuno telefonò.

Le nuove indagini, effettuate dalla squadra mobile di Ravenna con la collaborazione del Servizio centrale operativo (Sco) di Roma, sono state riaperte sul finire del 2017 su richiesta della famiglia della vittima e sono consistite principalmente in una minuziosa analisi di quanto già in atti e nella raccolta di varie testimonianze di persone infornate sui fatti. L’attività svolta avrebbe evidenziato significativi elementi comuni tra i due gravi fatti delittuosi e la sussistenza di un importante quadro indiziario nei confronti dei tre indagati. Cosa mancò allora per fare i collegamenti fatti ora? Su questo la procura al momento preferisce non fare commenti.

Alcune circostanze però Mancini, titolare del fascicolo con il sostituto procuratore Marilù Gattelli, le fornisce: «Impensabile che in una cittadina rigogliosa come Alfonsine operassero due gruppi criminali dediti al racket dei sequstri di persona. I pregiudicati o sorvegliati speciali che gravitavano su quella zona erano risultati del tutto estranei alla vicenda. Le tre persone indagate oggi e condannate per l’altra vicenda avevano contatti frequenti o quasi quotidiani».

Al momento ci sono altri 16 delitti irrisolti in provincia di Ravenna dal 1970. Quattordici trovano spazio con dovizia di particolari nel libro Delitti imperfetti (Pagine edizioni) dei cronisti Nevio Galeati e Carlo Raggi pubblicato nel 2015, gli ultimi due sono successivi all’uscita del libro: il vigilante Salvatore Chianese alla cava Manzona di Savio il 30 dicembre 2015 e l’ambulante Mor Seye a Casal Borsetti il 12 settembre 2015.

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