Addio al titolare della “Cubana”: inventò la griglia in strada per attirare clienti

A 73 anni è morto Alfonso Barberini, storico gestore della trattoria sul Candiano, uno dei dodici figli di Irma e Pino che fondarono il locale nel 1967. Il ricordo del figlio Luca: «La vendita al cartoccio è stata un’invenzione. E quando sbarcavano i turisti dal traghetto regalava assaggi di spiedini per invogliarli»

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La foto scelta dalla pagina Facebook della trattoria Cubana per salutare il suo titolare

Nessuna frase classica da commiato sul retro delle foto ricordo distribuite alla camera mortuaria, ma una battuta dal gergo dei pescatori che Alfonso Barberini usava spesso: “In culo alla balena”. La scelta è stata del figlio Luca, noto mosaicista titolare dello studio Koko a Ravenna: «Non mi andava di scrivere la solita formula banale. Mio padre era un tipo spiritoso, con la battuta pronta». Sono andati in tanti oggi, 22 ottobre, all’obitorio a dare l’ultimo saluto al 73enne che ormai da decenni era l’anima della trattoria “Cubana” a Marina di Ravenna, nota anche come “Irma e Pino” dai nomi dei genitori di Alfonso che la fondarono nel 1967.

I due, originari di Bellaria, si trasferirono a Marina all’inizio degli anni ’50 per motivi di lavoro: lui faceva il pescatore e il mercato ittico ravennate all’epoca era più florido di quello riminese. «Mio nonno Pino andava in barca con mio padre e mio zio Carlo – racconta Luca –. Loro due hanno continuato a pescare mentre mio padre a un certo punto decise di dedicarsi al ristorante che aveva aperto mia nonna».

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La partenza di tutto fu prendendo la gestione del circolo dei Repubblicani all’inizio dei Sessanta, poi il passaggio alla cooperativa Biagio Crociani trasformata nel bar-trattoria “Sette sorelle”: «Il nome era ispirato al numero delle mie zie – sorride il nipote di Irma e Pino – e poi lo cambiarono in “Otto sorelle” perché arrivò un’altra figlia». Dodici in totale, contando i quattro maschi.

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Alfonso Barberini e la moglie Maria Teresa Manaresi

Il ristorante, con il nome di “Irma e Pino”, è nella sede attuale sulla banchina del Candiano nei pressi dell’imbarco del traghetto dal 53 anni. Era stato lo stesso Alfonso, qualche anno fa, a raccontarci come finirono lì: «Mio padre aveva dipinto le pareti della cooperativa di un colore che non piaceva ai proprietari e in pochi giorni ce ne andammo. Comprammo il capannone che era di un fabbro e ci mettemmo il ristorante». Ma da dove arriva quel nome Cubana? «C’è sempre stato un velo di mistero. Mio padre non l’ha mai svelato del tutto. C’è chi dice che era venuto dal logo di una marca di caffè, c’è chi dice che fosse un omaggio a Fidel Castro. Di sicuro aveva quel sapore di esotico che stuzzicava».

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Due le mosse che fecero la fortuna del locale. Una fu una mossa di “fishing”, da intendersi nel vero senso della parola e non come oggi si usa per indicare una truffa sul web: «Quando mio padre vedeva il traghetto in partenza da Porto Corsini metteva la griglia in strada e buttava su del gran pesce per fare fumo e profumo: i turisti, soprattutto i tedeschi si incuriosivano e passavano e lui regalava uno spiedino a ognuno. Questi assaggiavano e poi tornava la sera in comitive di trenta persone. Li prendeva per la gola». E l’altra trovata fu la vendita “al cartoccio”, ben prima dei tempi in cui il coronavirus ci ha fatto scoprire il take-away. «Tanti venivano la domenica anche da lontano con la tovaglia da casa e una bottiglia di vino per farsi un fritto e uno spaghetto. Mio padre non ha mai detto niente se si portavano da bere…». E il cartoccio ha salvato l’attività nell’estate della pandemia, anche grazie alle idee della terza generazione che sta entrando nell’attività del locale: «L’attività di ristorante con servizio non è ripresa ma mio cugino Nino si è inventato di usare tutto lo spazio come self-service: questo ha permesso di fare più turni per ogni pasto».

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