La caserma di Alfonsine sapeva della licenza pasquale di Minguzzi

Udienza 2 / Prima testimonianza in corte d’assise nel processo per l’omicidio del 21enne nel 1987: alla sbarra due ex carabinieri e l’idraulico del posto

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Prima udienza in corte d’assise per l’omicidio Minguzzi del 1987

I carabinieri di Alfonsine sapevano per certo che il collega Pier Paolo Minguzzi, 21enne ausiliario a Mesola, avrebbe passato sei giorni di licenza per la Pasqua 1987 nella località perché il regolamento militare in vigore all’epoca imponeva di comunicarlo alla locale stazione dell’Arma. E nella caserma di Alfonsine erano di stanza Angelo Del Dotto e Orazio Tasca, imputati per il rapimento a scopo estorsivo e l’omicidio del 21enne insieme a Alfredo Tarroni, idraulico del paese. È una circostanza emersa stamani, 7 giugno, nel corso della seconda udienza del processo per l’omicidio del giovane carabinieri di leva, figlio di una facoltosa famiglia di imprenditori dell’ortofrutta. Il primo teste chiamato a deporre davanti alla corte d’assise (presidente Michele Leoni, a latere Federica Lipovscek) è Anna Rita Andraghetti, viceispettrice di polizia che ha lavorato al nuovo fascicolo di indagine sul cold case (pm Marilù Gattelli e Lucrezia Ciriello).

In caserma ad Alfonsine in quel periodo di Pasqua erano rimasti in pochi in servizio: la maggior parte dei 7-8 militari erano in licenza a loro volta. Erano invece presenti Del Dotto, Tasca e un amico di entrambi. Tutti utilizzavano gli alloggi a disposizione dei carabinieri.

La testimonianza odierna di Andraghetti è partita dalla ricostruzione dei giorni immediatamente precedenti al rapimento di Minguzzi avvenuto verso l’1 della notte tra il 20 e il 21 aprile di 34 anni fa. Per sommi capi: sabato 18 il giovane si presenta attorno alle 19 a casa della fidanzata ad Alfonsine e le comunica di aver ottenuto la prima licenza da quando è entrato in servizio a ottobre 1986. La concessione del permesso era qualcosa di inatteso. Il 21 aprile, lunedì di Pasqua, i due giovani vanno al mare a Marina Romea al mattino – e lungo il tragitto vengono fermati per strada da una pattuglia dei carabinieri per un controllo di routine di cui però non risultano riscontri agli atti – e alla sera vanno al bowling di Imola con amici. La coppia viaggia su una Golf rossa, l’auto di Minguzzi: al ritorno da Imola guida la fidanzata di 19 anni perché l’indomani avrebbe dovuto dare l’esame della patente. Verso l’1 di notte Pier Paolo lascia l’abitazione della compagna per dirigersi a casa, un tragitto di brevissima durata. Ma a casa non arriverà mai.

La mattina del 21 aprile viene segnalata la scomparsa. Per primo lo fa il cognato della vittima in via informale, poi la sorella Anna Maria presenta denuncia. Intorno alle 10 la Golf viene trovata in via dei Mille: la posizione del sedile, diranno gli inquirenti, è per una persona alta circa 170 cm ma Minguzzi era almeno 180. La sera del 21 poco dopo le 21 si capisce che è stato un sequestro: la madre del giovane risponde alla prima telefonata dei sequestratori che chiedono 300 milioni di lire.

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