La testimonianza di Ciccio lascia dubbi alla corte: «Modalità di indagine mai vista»

Udienza 11 / Ascoltato in aula il fantomatico brigadiere che si presentò con un nome di battaglia «come previsto per gli operativi dell’Anticrimine». L’ex carabiniere ricorda la marca del registratore consegnato alla fidanzata di Pier Paolo ma non ricorda dove lei gli consegnava le cassette o se lui le abbia ascoltate

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I giudici togati della corte d’assise per l’omicidio Minguzzi: il presidente Michele Leoni, a latere Federica Lipovscek

Dice che non era un fantasma sulla scena del crimine, ma è difficile non considerarlo tale visti i pochi riscontri ufficiali rimasti dalla sua attività di indagine sul sequestro e omicidio di Pier Paolo Minguzzi nel 1987. L’ex carabiniere Vittorio Di Santo – testimone stamani 6 dicembre in corte d’assise a Ravenna nell’undicesima udienza del processo per il cold case – ha confermato che a quel tempo era ad Alfonsine. «Mi mandò il comandante della sezione Anticrimine di Bologna a cui appartenevo per aiutare i colleghi del posto». Il 21 aprile venne rapito per estorsione un ventunenne carabiniere ausiliario alla stazione di Mesola e terzogenito di una facoltosa famiglia di imprenditori dell’ortofrutta. Dieci giorni dopo fu trovato il cadavere. Trentaquattro anni dopo ci sono tre uomini imputati.

«Sono quel brigadiere Ciccio di cui hanno scritto i giornali – ha ammesso Di Santo –. Ciccio era il mio nome di battaglia, come aveva chiunque appartenesse all’Anticrimine. Era una ragione di sicurezza, gli operativi non agivano con la propria identità per evitare di essere rintracciati dalla criminalità organizzata». Questo significa che sapevano ci fosse la mafia dietro all’accaduto nella Bassa Romagna? «No, secondo il principio di massima prudenza usavamo l’anonimato all’inizio di ogni indagine. In fin dei conti avevano pur sempre rapito un carabiniere…».

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Marilù Gattelli rappresenta l’accusa con la collega Lucrezia Ciriello

La fidanzata di Minguzzi all’epoca dei fatti, una 19enne della stessa Alfonsine, nella sua deposizione rilasciata nelle udienze passate ha raccontato che nei primi giorni dopo il rapimento si presentò a casa della sua famiglia un fantomatico brigadiere Ciccio che le consegnò un registratore per tenere copia di eventuali telefonate di interesse investigativo. E perché farlo se il numero di casa era ufficialmente intercettato? «Un eccesso di zelo, forse. C’erano solo telefoni fissi, non volevamo perdere niente visto che non è come oggi che basta un clic per avviare le intercettazioni dei cellulari».

Alla ragazza arrivarono solo le chiamate del sedicente Alex, poi rivelatesi di alcuna utilità alle indagini nonostante la pista venne tenuta viva per oltre un anno (altro aspetto che nel dibattimento ha sollevato più di una perplessità emersa anche dalle domande della corte). Di Santo ha confermato la consegna dell’apparecchio, ricordando addirittura la marca Sony. Ma non c’è traccia di un verbale di quella o di altre attività di Ciccio.

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Gian Carlo Minguzzi, fratello della vittima

«Le regole per gli appartenenti all’Anticrimine erano quelle – assicura Di Santo –. Gli operativi non facevano verbali dell’attività perché eravamo solo di supporto ai carabinieri locali a cui riferivamo tutto e a cui spettava la stesura delle relazioni». Ma su questo anonimato si è concentrata l’attenzione del presidente della corte Michele Leoni (a latere Federica Lipovscek). Con una serie di domande, il giudice togato ha cercato di fare luce su questo modo di agire nell’ombra: «È una modalità che mi lascia perplesso. In 35 anni di mia attività è la prima volta che sento dire che non venivano firmati verbali dagli operatori». Di Santo è stato irremovibile: quelle erano le regole per tutta Italia se si faceva parte dell’Anticrimine ideata dal generale Mario Dalla Chiesa. Nel 1988 Di Santo passò poi ai servizi segreti del Sismi e lì rimase fino al 2001.

A distanza di 34 anni il brigadiere Ciccio, come detto, ricorda la marca Sony del registratore ma non ricorda le circostanze e i luoghi in cui la famiglia della fidanzata di Minguzzi consegnava le cassette delle registrazioni: «Forse in caserma, forse per strada, non ricordo di essere mai andato a casa sua. Io le ricevevo e le consegnavo ai responsabili delle indagini». Il pm Marilù Gattelli fa emergere una singolare evidenza: un alto ufficiale (a cui il corpo assegnava anche un autista) si ritrovava a fare da fattorino per passare le cassette. La fidanzata ha testimoniato che la consegna avveniva anche di notte in parcheggi o zone isolate.

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L’avvocato Luca Orsini (difesa Tasca)

Per quanto si nascondesse dietro al nome di Ciccio nei confronti dei civili, il suo ruolo e la sua presenza erano cosa nota a chi dirigeva le indagini: «Avevo rapporti con i pm dell’epoca Gianluca Chiapponi e Francesco Iacoviello e tenevo informato il capitano Antonio Rocco che comandava la compagnia locale». Quest’ultimo sarà ascoltato nella prossima udienza in programma il 7 febbraio. Residente a Baronissi (Salerno), per due volte Rocco ha comunicato un legittimo impedimento a lasciare il domicilio per problemi cardiaci. Ma a fine novembre la polizia lo ha rintracciato a Bologna, a passeggio con la moglie durante una visita alla figlia nel capoluogo emiliano. La corte ha quindi disposto l’accompagnamento coatto per l’ex militare, ritenendo che non vi siano più impedimenti allo spostamento. E verrà valutata la posizione del medico che ha rilasciato i certificati.

Per il 7 febbraio è previsto anche l’interrogatorio dei due imputati, dopo la deposizione di alcuni altri testimoni richiamati dalla corte tra quelli a cui aveva rinunciato l’accusa. Per il 21 febbraio è prevista la discussione della perizia fonica (ammesso che il consulente non chieda proroghe ai 90 giorni che scadono il 10 gennaio). Seguirà una pausa per la preparazione delle discussioni. È quindi ipotizzabile che la sentenza non arrivi prima di aprile.

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