domenica
08 Febbraio 2026
la recensione

“Rappare” la pace in tempo di guerra: Sette a Tebe, un’opera pacifista che rilegge Eschilo

L’architetto e studioso ravennate Antonio Pedna si è affidato all’IA per realizzare i brani musicali che accompagnano la sua rivisitazione di un classico immortale

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Sette a Tebe di Antonio Pedna – architetto dalla doppia vita: studioso di Ravenna e di teorie urbanistiche e poi costruttore di «strade, dighe e tunnel in diverse regioni del mondo, senza mai abbandonare le parole», come si legge nella quarta di copertina dell’autoprodotta pubblicazione – è un’«Opera rap pacifista», come suona il sottotitolo. Si tratta, ça va sans dire, di una rilettura della tragedia di Eschilo, I Sette contro Tebe, rappresentata per la prima volta ad Atene, sotto l’arconte Teagenide, nel 467 a.C., in occasione della 78ª olimpiade. Il dramma è la terza e ultima parte di una trilogia dedicata al cosiddetto “ciclo tebano”, di cui le prime due, Laio e Edipo, sono andate perdute. In sintesi, la tragedia tratta dello scontro tra due fratelli tebani, Eteocle e Polinice,  gli di Edipo, che si erano accordati per dividersi il trono di Tebe, un anno a testa. Tuttavia, Eteocle – almeno secondo una delle due tradizioni del mito – per brama di potere, allo scadere del suo anno di regno, non aveva voluto cedere il posto al fratello e questi, appoggiato dal re di Argo Adrasto, aveva dichiarato guerra alla propria patria. È il tema della stasis, la guerra civile, che ha flagellato la storia delle poleis greche, Atene in primis. Ai sette guerrieri nemici scelti per assalire le analoghe porte di Tebe, vengono contrapposti altrettanti guerrieri tebani per difenderle.

Il fato vuole che l’ultimo assalitore sia proprio Polinice, ed Eteocle si prepara ad affrontarlo. La Dike, la giustizia, dunque, non sta da nessuna delle due parti. Entrambi i fratelli, infatti, peccano di hybris, di arroganza, la colpa più grave per il mondo greco: il primo per aver infranto il patto di alternanza, il secondo per aver posto l’assedio alla sua patria. Il finale è scritto: la città resiste all’assalto nemico, ma, nello scontro fratricida, i due fratelli si uccidono a vicenda e i loro corpi vengono portati dentro la città, a sancire il compimento della maledizione lanciata dal padre Edipo ai due fratelli, in quanto nati dall’incesto inconsapevole di Edipo con sua madre Giocasta. Un poeta sconosciuto, ispirandosi all’Antigone di Sofocle, ha aggiunto una parte finale alla tragedia, introducendo le figure di Antigone e Ismene; così come posteriore è il finale dove Antigone si oppone al decreto di Creonte, re di Tebe, di lasciare insepolto il corpo di Polinice, preda di cani e uccelli rapaci, pur sapendo di infrangere la legge della polis.

In cosa si differenzia la riscrittura di Pedna? Principalmente nel grande tema del libero arbitrio. Per far questo l’Autore mette in scena il creatore della tragedia, Eschilo, in qualità di apparentemente distaccato narratore del dramma, nonché guida di una ragazza che si scoprirà essere Antigone, la sorella di Eteocle e Polinice. Pedna aggiunge molti altri personaggi parlanti allo scarno elenco della tragedia originaria – Eteocle, il coro di vergini tebane e il messaggero –, che portano alla luce due opposte visioni del mondo: da una parte, il guerriero Capanèo e il Padre Vanaglorioso, sostenitori della gloria che proviene dalle armi, dall’altra la moglie di Capanèo, la Madre Sarcastica e l’indovino Anfiarào, che la considerano inutile vanagloria (un capitolo dell’opera si intitola proprio: “La gloria non consola”). A loro si aggiunge il giovane Megàreo, «combattuto tra la sete di vendetta e il desiderio di spezzare il ciclo di violenza, simbolo di una generazione alla ricerca di riscatto e speranza». Verso la fine dell’opera, Eschilo, come una sorta di Socrate maieutico, fa sorgere nell’animo della ragazza la consapevolezza che “la violenza genera violenza” – è il titolo di uno dei capitoli finali – e che Megarèo può scegliere di non compiere la sua vendetta. Sollecitato dal coro che lo accusa di non “costruire ponti” ma di assecondare una scia di sangue, il poeta rivela alla ragazza che il nome di lei è Antigone, «la portatrice di pietà», la donna che può opporsi al destino e sconfiggerlo: «Il destino – scrive Pedna – non è altro che un’ombra, mentre la pietà è una scelta concreta». E Antigone sceglierà, tra la legge che le vieta di seppellire Polinice e la legge più grande del sangue, proprio quest’ultima.

In tutto questo, cosa c’entra il rap? È l’autore steso a chiarirlo in una sorta di postfazione dal titolo Sette a Tebe: la tragedia antica e il grido moderno contro la guerra: «Il rap, con il suo linguaggio diretto e crudo, diventa il mezzo per esplorare la rabbia, il dolore e il desiderio di giustizia dei protagonisti. Nata come espressione di protesta nei quartieri marginalizzati, questa forma d’arte contemporanea dà voce a chi lotta per essere ascoltato, proprio come i personaggi di questa tragedia».
Un’opera musicale, dunque, che vuole far riflettere, in tempi contrassegnati da guerre, odi e vendette, che questa catena si può spezzare con la “debole forza messianica”, avrebbe detto Walter Benjamin, della pietas. Questa possibile via di uscita a un destino che sembra ineluttabile era stata indicata anche dal coro delle vergini tebane della tragedia eschilea. Che sia un coro di donne non è certo causale. Rivoltesi a Eteocle che vuole scontrarsi a duello col fratello, il coro canta: «Non ti trascini l’accecamento che invade gli animi e infuria con la lancia: scaccia l’inizio di questa passione funesta. […] non sarai chiamato vile se avrai vissuto bene», rivendicando che la libera scelta del protagonista di non combattere può infrangere la maledizione che incombe sulla stirpe di Laio. «Dai retta alle donne, anche se non le ami», supplica il coro. Affermazione del tutto rivoluzionaria, quest’ultima, nel mondo greco, notoriamente misogino (Eteocle, a inizio tragedia aveva così apostrofato le vergini: «Né fra le sventure né nell’amato benessere debba io convivere con la razza delle donne! […] Gli affari esterni infatti riguardano l’uomo – la donna non partecipi alle decisioni: sta in casa e non danneggiarci!»).

Ma se questo è l’attualissimo contenuto dell’opera di Pedna, non va certo sottaciuto come sia stata realizzata l’opera: mediante l’IA o AI, con cui sono stati creati i brani musicali. Con l’eccezione delle voci di Eschilo e di Antigone, rispettivamente di Pedna e di Carolina Carlone. Per chi volesse verificare il frutto di questa collaborazione uomomacchina, basta collegarsi al sito Traccedinchiostro.

Buon ascolto.

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