L’agricoltura assorbe oltre la metà dell’acqua prelevata in Italia (l’uso civile si ferma a un terzo). Lo dice una stima della Fondazione Utilitatis che si occupa di ambiente e risorse idriche. L’irrigazione gioca un ruolo cruciale per le coltivazioni: circa un quinto della superficie agricola nazionale è irrigato. Nel 2024, secondo Istat, il 54 percento delle aziende agricole dell’Emilia-Romagna ha avuto problemi con la disponibilità di risorse idriche (è la regione italiana con la percentuale più bassa). Questo quadro evidenzia quanto sia importante una gestione efficace dell’oro blu nei campi.
È un fronte dove la tecnologia è un alleato per i coltivatori. Gli strumenti ormai consolidati sono i sensori da inserire nel terreno per la misurazione del livello di umidità in modo da pianificare l’irrigazione con tempi e quantità giusti.
Il 35enne Martino Marin si occupa di assistenza tecnica nella gestione idrica per la cooperativa agricola Terremerse di Bagnacavallo dove lavora dal 2019: «L’acqua va vista come un fattore produttivo al pari dei fitofarmaci o del concime. Dobbiamo usarla per massimizzare la coltura».
I sensori più comuni oggi sono di due tipi: forchetta o asta. I secondi, per esempio, sono cilindri con un diametro di 3-5 cm e un’altezza di circa 30 che vanno inseriti nel terreno. «Sono collegati via cavo – spiega Marin – e inviano dati a una stazione sul posto che poi trasmette a un server». Al contadino non è richiesto diventare un hacker informatico per leggere le informazioni: «Diciamo che il livello di competenza tecnologica sufficiente è pari a quello che basta per usare Whatsapp. Il sistema è progettato per dare informazioni semplici da capire». Se nel terreno c’è umidità sufficiente alla specifica coltura, non c’è bisogno di aprire il rubinetto. E conoscendo le caratteristiche del terreno si può stimare quando ci sarà bisogno di irrigare: «Questo fa sì che l’agricoltore non debba visitare i campi tutti i giorni e possa organizzare meglio gli spostamenti degli impianti di irrigazione mobili».
Se si considera un uso per un periodo di 3-5 anni, Terremerse stima un risparmio di acqua del 15 percento: «Oltre a essere positivo per l’ambiente, diventa un risparmio economico per l’azienda perché meno acqua usata vuol dire quasi sempre meno motopompe in funzione che consumano gasolio o energia elettrica». In alcuni casi, però, la soluzione più efficiente è usare più acqua: «Irrigare meno del fabbisogno di una coltura può limitare il potenziale di resa di un appezzamento. Allora può essere utile fornire più acqua perché la resa maggiore può coprire i costi maggiori. Il dato da misurare è quanti litri di acqua uso per ciascun kg di prodotto».
L’utilità dell’investimento non è solo per chi ha grandi estensioni, ma dipende dal tipo di coltivazione: «Un ettaro di kiwi fa la stessa produzione lorda vendibile di 30-40 ettari di grano e il kiwi ha una relazione molto stretta con l’acqua. Si capisce bene che l’utilità dei sensori è data dalla specificità della coltivazione. Parliamo di attrezzature che in due-tre anni ripagano i costi sostenuti». E per andare incontro a chi non vuole acquistare gli strumenti, Terremerse offre un servizio a noleggio tutto compreso: «Montiamo, diamo assistenza per l’uso e smontiamo a fine raccolto. Oggi contiamo circa 350 appezzamenti di terreno monitorati».
Oltre alla sensoristica a supporto dell’irrigazione, la tecnologia nei campi oggi significa anche mappatura della fertilità del terreno: «È come scattare una foto del momento attuale dell’appezzamento con le potenzialità produttive di ogni singola area. Così diventa possibile razionalizzare la posa del drenaggio, la semina, la concimazione e l’irrigazione. Diventa interessante perché consente di sfruttare al massimo potenziale tanti macchinari tecnologicamente avanzati che finora diverse imprese hanno comprato solo perché beneficiavano di contributi, ma senza sfruttarli. Diciamo che molti agricoltori hanno una Ferrari e la stanno usando come fosse una Panda».



