Un anno fa il rigassificatore entrava in funzione davanti a Punta Marina. E chi aveva espresso dubbi sull’operazione, si sentiva rispondere che si trattava di un sacrificio necessario. Per l’interesse nazionale, certo. Ma anche per Ravenna. Per il porto. Per il lavoro. Per l’economia locale. Oggi forse è ancora presto per un bilancio. Ma non per cominciare a porsi qualche domanda. L’occasione arriva dai dati diffusi nei giorni scorsi dall’Autorità portuale sul traffico merci. Numeri positivi, che mostrano una crescita rispetto all’anno precedente. Come fa notare in questi giorni l’associazione Ravenna in Comune, però, una parte consistente di questo incremento è legata proprio al rigassificatore, che viene conteggiato nelle statistiche portuali pur svolgendo la propria attività al largo, senza interagire direttamente con le normali operazioni del porto. È una questione tecnica, forse. Ma non irrilevante. Se la crescita dei traffici dipende in larga misura da un’infrastruttura che genera valore soprattutto per chi la gestisce, è lecito chiedersi quale sia il beneficio concreto per la comunità locale.
La stessa domanda vale per le compensazioni ambientali. In questi giorni si parla dei pini secchi nel nuovo bosco realizzato da Snam nell’area di Punta Marina. È probabile che ci siano spiegazioni tecniche, che parte delle piante venga sostituita e che il progetto possa essere corretto. Ma colpisce comunque l’immagine di un bosco nato per compensare un’opera industriale e già in difficoltà ancor prima della sua effettiva realizzazione. Un’immagine che rischia di diventare una metafora. Perché il tema non è il destino di qualche decina o qualche centinaio di alberi. Il tema è se le compensazioni ambientali siano davvero in grado di restituire al territorio qualcosa di equivalente a ciò che viene chiesto in termini di impatto paesaggistico, infrastrutturale e ambientale.
E poi c’è il mare. Le segnalazioni sul possibile aumento della sindrome della tartaruga debilitata lungo l’Adriatico e i dubbi avanzati da alcuni studiosi e associazioni meritano certamente prudenza. Nessuno dovrebbe usare argomenti ambientali in modo ideologico. Ma proprio per questo servono monitoraggi continui, dati pubblici e verifiche indipendenti.
A Ravenna si parla molto di transizione energetica. Ma la transizione dovrebbe servire a ridurre progressivamente la dipendenza dalle fonti fossili, non a consolidarla. Forse il vero interrogativo, a un anno dall’avvio del rigassificatore, è proprio questo: al di là dei numeri, delle statistiche e delle inaugurazioni, cosa resta oggi a Ravenna di questa grande operazione? Perché se i benefici (oltre che per il sistema-Paese, come ci è stato detto) finiscono soprattutto nei bilanci di una grande società nazionale, mentre al territorio rimangono le compensazioni da verificare, i monitoraggi da attendere e un altro pezzo di Adriatico sempre più industrializzato, allora qualche domanda in più sarebbe in effetti doverosa.
Foto di Luca Rosetti


