martedì
02 Giugno 2026
l'intervista

«C’è bisogno di una nuova ricerca di senso e San Francesco può dialogare col contemporaneo»

Il 3 e 4 giugno ai Chiostri Danteschi il ravennate Luca Maria Baldini presenta in prima nazionale la sua performance audiovisiva “Nessun cielo è senza luce”, ispirata al santo

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Mercoledì 3 e giovedì 4 giugno (ore 21.30) i Chiostri Danteschi di Ravenna ospitano Nessun cielo è senza luce, performance audiovisiva dell’artista ravennate Luca Maria Baldini ispirata alla figura di San Francesco, inserita nel programma del Ravenna Festival. Lo abbiamo sentito per scoprire qualcosa in più.
Luca, qual è la genesi di Nessun cielo è senza luce? Da dove arriva la “folgorazione” per San Francesco?
«Il lavoro nasce dalla mia relazione con la spiritualità e dalla continua ricerca di senso delle cose. Da anni mi interrogo sul ruolo che ha avuto e che ha ancora l’eredità mistica e spirituale cristiana ed ebraica nelle nostre vite. Cosa è universale e possiamo ancora portarci dietro come valore? E cosa invece dobbiamo lasciare andare? In fondo tutto questo ci attraversa, che ci piaccia o no, e penso sia importante farci i conti. San Francesco è forse il santo più interessante, potente e radicale dopo Cristo. Così ho iniziato a studiarlo e a lavorarci sopra, anche grazie all’incoraggiamento di un direttore illuminato dell’Istituto Italiano di Cultura, Alessandro Ruggera. L’occasione degli 800 anni dalla morte sembrava la scusa perfetta per darmi un termine e trasformare questa ricerca in un lavoro concreto».
Come hai lavorato? Cos’è esattamente la performance che vedremo?
«Sono partito dalle parole, dai testi originali di San Francesco, Sant’Agnese e Santa Chiara, per poi metterli in relazione con filosofie contemporanee, da Ailton Krenak a Leonardo Boff, passando per Mark Fisher, Donna Haraway, Byung-Chul Han e Laura Pugno, fino ad arrivare al mio pensiero sociale e politico. I testi sono in forma di canto gregoriano e pop da voci artificiali; tutto diventa parte delle mie composizioni musicali originali eseguite dal vivo. L’intero immaginario prende forma grazie allo straordinario lavoro di Salvatore Insana, che è una parte fondamentale del progetto. Le immagini sono in gran parte originali e realizzate da lui, integrate da due filmati dell’archivio AAMOD, con cui abbiamo creato gli avatar che interpretano i brani dal vivo, quasi fossero presenze che mi accompagnano sulla scena. Si tratta di documentari sui rituali pagani della Romania del nord, nella Moldavia rumena. Quella che si vedrà è quindi una performance audiovisiva live che condensa tutti questi elementi: musica elettronica, spiritualità, archivio, filosofia contemporanea e presenza artificiale.»
Il pensiero di San Francesco parla ancora all’oggi ad altissima voce. Tu conoscevi bene la sua figura?
«Lo conoscevo, come tutti, in modo piuttosto superficiale. Ma scavando ho scoperto una figura incredibile. Esiste una storia ufficiale che ha cercato di nascondere – e in quegli anni letteralmente bruciare – molte delle fonti di chi aveva vissuto accanto a lui quei momenti così potenti. Francesco era un radicale, un mistico, e molte storie non sono affatto come le conosciamo oggi. Utilizzava il corpo e la nudità come atto di rinascita spirituale, quasi un ritorno all’umano senza proprietà né status. Pratiche che oggi vengono regolarmente attraversate dall’arte contemporanea ma che nel 1200 erano davvero avanguardia. I suoi messaggi sulla povertà, sul rapporto con il non umano e sulla proprietà privata risuonano oggi come una possibile alternativa a un turbo-capitalismo fondato sul consumo e su un’idea di ricchezza messa davanti a qualsiasi principio etico, filosofico o spirituale. Ci siamo dimenticati di essere umani, dei nostri corpi e delle nostre anime. C’è bisogno di una nuova ricerca di senso, e San Francesco può essere uno dei contributi da mettere in dialogo con tutte le visionarie e i visionari contemporanei che ci stanno mettendo in guardia sulla direzione che stiamo prendendo come umanità»
Ultimamente stai lavorando molto in Albania, dove organizzi anche un festival. Com’è nata questa liaison?
«L’incontro con Tirana e con l’Albania nasce dal progetto Rivisitazione dello sciopero, il lavoro sul documentario di Pasolini che lui non ha mai realizzato. È un progetto live che porto avanti da anni con Cosimo Terlizzi, prodotto da AAMOD. Un capitolo di questo lavoro è stato presentato proprio a Tirana, e siamo appena tornati dalla presentazione al festival Documenta Madrid. È lì che ho conosciuto Alessandro Ruggera, con il quale abbiamo iniziato lo scorso anno un festival insieme alla sua collega Cristina Gordini, con l’idea di portare realtà interessanti della musica elettronica italiana a Tirana. Da lì ho deciso di coinvolgere anche Marco Ligurgo, un curatore che stimo molto, e da quest’anno anche Nita Neda, curatrice di Vila 31, spazio di arte contemporanea e residenze d’artista che ci ha ospitati. Si tratta della villa dell’ex dittatore Enver Hoxha, Nessun cielo è senza luce ha avuto lì la sua anteprima fuori dall’Italia. Quella che vedrete sarà invece la prima nazionale».

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