Come tanti ravennati, ho sentito narrare sin da piccola tante storie legate alla morte di Teodorico e al suo fantasma, alcune ben alimentate dalla crepa del monolite che funge da tetto del suo mausoleo: quanti ravennati sono stati convinti infatti per un breve o lungo periodo che Teodorico fosse terrorizzato dai temporali dopo aver ricevuto un’infausta previsione da una veggente, fino a morire proprio colpito da un fulmine che aveva squarciato il suo imponente mausoleo?
In realtà il grande monumento che è stato riconosciuto parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 1996, fu fatto costruire per volere di Teodorico intorno al 520: non come rifugio dai pericolosi temporali, bensì come luogo di sepoltura. Fedele alla tradizione romana, il re ostrogoto aveva scelto una posizione esterna alle mura cittadine, tradizionalmente legata alle necropoli: si trattava anche di una posizione simbolica, perché ai tempi la costa distava poche centinaia di metri e chiunque provenisse dal mare poteva vedere immediatamente il luogo di eterno riposo di Teodorico. Senza dubbio oltre alle imponenti dimensioni del mausoleo un ruolo fondamentale in materia di visibilità giocava (e gioca tutt’ora) il materiale di costruzione, la pietra bianca d’Istria: una scelta insolita che prendeva nettamente le distanze dai gloriosi edifici ravennati in mattoni e tempestati all’interno di incredibili mosaici.
Del resto anche oggi capita ai più attenti cittadini di captare conversazioni tra turisti ordinari che si trovano a manifestare la propria “delusione” (se così la vogliamo definire) uscendo dal Mausoleo di Teodorico perché “all’interno non ci sono mosaici” bensì blocchi nudi che mostrano conchiglie incompiute (probabilmente perché la morte del re fu improvvisa) e un sistema di conci molto differenti tra loro.
A prescindere dai gusti personali, questo mausoleo è davvero un unicum del quale andare fieri: un edificio che vanta una cupola costituita da un unico monolite di circa 300 tonnellate ancora oggi oggetto di discussione e studio, colmo di simboli e richiami ai gloriosi mausolei di imperatori romani del calibro di Augusto e di Adriano. Le già menzionate conchiglie che si possono ammirare nella cella inferiore sono simbolo di rinascita e tra le decorazioni che invece ci ricordano ancora oggi che Teodorico era figlio di una tradizione molto diversa da quella romana si annovera il famoso fregio “a tenaglia”, visibile all’esterno come ornamento della cupola: un motivo che nella tradizione gota era frequente anche nei gioielli di uso comune.
Il grande ritorno alla romanità e alla fama degli imperatori di un tempo sono gelosamente custodite dalla famosa vasca di porfido rosso conservata nella cella superiore, che molti studiosi ritengono fosse il sarcofago di Teodorico: pur essendo stata realizzata intorno al II o III secolo e senz’altro ad uso termale, è ragionevole pensare che fosse stata poi riutilizzata (come del resto accadeva a molti manufatti antichi) e pensata come sarcofago, in quanto il porfido rosso era diventato nel tempo simbolo del potere imperiale.
Oggi il Mausoleo di Teodorico non accoglie i viaggiatori che arrivano dal mare ma migliaia di turisti provenienti da ogni parte del mondo: a noi ravennati, in questo anniversario importante, resta da raccogliere la memoria di un personaggio senza dubbio controverso la cui biografia si intreccia alle numerose leggende, che tuttavia ha saputo fare dell’integrazione il punto di forza del suo regno. Perciò, forse l’omaggio più onesto che possiamo fare a Teodorico in questo millecinquecentesimo anno dalla sua morte è proprio una genuina riflessione rivolta alla sua Ravenna: città di rinascita, conciliazione e integrazione.



