Si inizia da casa sua. Ci troviamo nell’attuale via di Roma, tra quel che resta del cosiddetto Palazzo di Teodorico e sant’Apollinare Nuovo, siamo con Marcella Culatti, storica dell’arte e guida turistica di Oriente Occidente a cui si deve la recente visita di Alessandro Vanoli in città a parlare, ovviamente del re ostrogoto che riportò Ravenna agli splendori di capitale, domenica 14 giugno in un incontro all’aperto che ha raccolto tantissimi applausi dal pubblico. A lei abbiamo chiesto una breve “visita” ai luoghi della città dove quell’epoca gloriosa ha lasciato le tracce più evidenti. La premessa necessaria, ribadita anche dallo stesso Vanoli, è che Teodorico dal 493 fa di Ravenna una delle sue capitali basandosi su un’idea di continuità e tradizione: costruisce acquedotti, opere che mirano ad allietare gli animi dei cittadini ravennati, a creare un clima di pace, si inserisce così nella tradizione dell’operare degli imperatori romani. Fatte le premesse, inizia la visita.
«Di quello che era il palazzo di Teodorico – ci racconta Culatti – ora c’è solo la cappella palatina, l’attuale basilica di Sant’Apollinare Nuovo, fu costruito nelle prossimità del primo palazzo imperiale, situato nella zona di San Giovanni Evangelista, che allora, va ricordato, era vicino al mare; in origine la struttura gravitava intorno a un quadriportico, ma si è conservata solo la chiesa». Da qui risaliamo insieme lungo via di Roma, svoltiamo in via Diaz e arriviamo, ovviamente, in piazzetta degli Ariani dove i protagonisti sono la Basilica di Santo Spirito e il battistero degli Ariani. La prima oggi è una chiesa dove si celebra il rito ortodosso, il secondo è di proprietà dello stato Italiano, sono entrambi fuori dalla giurisdizione della diocesi e rappresentavano il culto pubblico dell’arianesimo.
Torniamo poi su via Diaz e la percorriamo fino in fondo, una volta giunti alle colonne di fronte al Comune possiamo volgere lo sguardo a sinistra e osservare il portico del palazzetto veneziano. «I capitelli sulle colonne – ci dice la nostra guida – sono elementi originari della Chiesa di Sant’Andrea dei Goti, che si trovava un tempo nei pressi della
Rocca Brancaleone». Un “riuso” che si spiega con il fatto che con la caduta di Costantinopoli e la rottura dei rapporti tra la Serenissima e i successori di Maometto II dagli anni ‘80 del ‘400 «l’importanza di Ravenna ha subito un declino e la città faticava a ricevere nuovi approvvigionamenti di materiale pregiato, per questo si iniziò a riutilizzare il marmo. Un altro esempio ce lo fornisce anche Sigismondo Pandolfo Malatesta, che per il tempio Malatestiano usa i marmi di sant’Apollinare in Classe, ma questa è un’altra storia…». Tornando a Teodorico, proseguiamo quindi la passeggiata verso Piazza Kennedy, in direzione di piazza dell’Arcivescovado. Qui non siamo in luogo strettamente teodoriciano ma l’epoca della Cappella di Sant’Andrea è quella, costruita con un’iconografia ferocemente anti ariana, voluta del Vescovo Pietro II, esprime il pensiero del mondo ortodosso, che cerca di oscurare ogni legittimità di un credo che non sia quello imperiale». Proseguiamo quindi su via Mariani, volgendo un cenno al sepolcro dantesco, torniamo su via di Roma e proseguiamo su viale Farini, costeggiamo la Rocca, passiamo il ponte sulla ferrovia, e guardiamo a sinistra. Qui si erge la sua tomba, il Mausoleo di Teodorico, una struttura in pietra calcarea, coperta da un monolite di 230 tonnellate, al suo interno riposa il sarcofago aperto in pregiatissimo marmo purpureo. «Già all’epoca – ci dice Culatti – fu costruito fuori città, nelle prossimità del porto coriandro e di alcune vie d’acqua, fondamentali per trasportare i pesanti materiali. Il famoso monolite fu probabilmente issato per rotolamento, e crepato per errore durante il processo, le leggende però continuano ad alimentarsi sulle origini di quella fessura. Si raccontava del destino di morte per fulmine di Teodorico, che cercò invano di proteggersi sotto il grande disco di pietra. La tradizione medievale ha alimentato storie e leggende di ogni genere nel suo conto, il re fulminato, il re gettato nell’Etna, i fantasmi dei morti che lo perseguitano». Il suo sepolcro aveva un basamento ed era circondato da una cancellata. «Molti turisti oggi dicono che il sarcofago somiglia a una vasca – racconta la guida – ma in realtà era scoperto perché proprio il monolite che chiudeva il mausoleo doveva proteggerlo, l’intera struttura è la sua tomba».
Culatti ci rivela un’ultima curiosità, al centro anche del recente spettacolo degli ArchivioZeta: se fossimo vissuti prima del 1924 avremmo anche potuto vedere quella che fu creduta la corazza del re, conservata al Museo Nazionale e rubata in quell’anno per il suo valore. Il Nazismo e il suo culto delle radici ariane e germaniche del popolo trova fondamento anche nella figura del grande sovrano barbaro: alcuni totenburg, monumenti ai caduti tedeschi, si ispirano esplicitamente al mausoleo, attraverso miti e leggende che sono riusciti ad attraversare i secoli».
Amalasunta, Narsete, Atalarico… la storia nella toponomastica di un quartiere
Anche la toponomastica cittadina reca tracce della storia teodoriciana. La zona compresa tra via Sant’Alberto e via del Mangano, infatti porta il nome dei protagonisti di quell’epoca come la “Rotonda dei goti” lascia presagire. Amalasunta fu infatti Regina degli Ostrogoti, figlia di Teodorico, alla morte del padre governò per il proprio figlio Atalarico, che successe (30 agosto 526) appena decenne al grande avo materno, che dal letto di morte lo dichiarava erede del trono. Narsete fu un generale dell’Impero d’Oriente (m. Roma 568 d. C.) che fu inviato in Italia nella guerra contro i Goti. Boezio fu invece filosofo e condannato a morte per alto tradimento e giustiziato a Pavia per ordine proprio di Teodorico. Cassiodoro, politico e letterato, figlio d’un alto funzionario di Teodorico, fu magister officiorum e animatore dell’ideale di fusione tra Romani e Goti e autore dell’Historia Gothica. Simmaco fu il Papa in favore del quale si pronunciò Teodorico, proprio a Ravenna, per sanare uno scisma interno alla Chiesa. Vitige è stato un re ostrogoto dal 536 al 540, agli inizi della guerra greco-gotica.



