martedì
23 Giugno 2026
l'intervista

A tu per tu con Toni Servillo: l’insegnamento del teatro e quella necessità di «restare umani»

Il grande attore napoletano sarà a Lugo sabato 27 giugno, dove interpreterà un testo del drammaturgo Eduardo De Filippo insieme al musicista Nicola Piovani

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Nato ad Afragola nel 1959, dopo gli esordi in teatro e il debutto cinematografico con Morte di un matematico napoletano di Mario Martone (1992), la carriera di Toni Servillo si consolida tra palcoscenico e grande schermo, fregiandosi di due Efa Awards (gli Oscar europei per il cinema), quattro David di Donatello, una Coppa Volpi e quattro Nastri d’argento, oltre a collaborazioni con alcuni dei più importanti registi nazionali. Nel cinema di Paolo Sorrentino, in particolare, trova una delle sue collaborazioni più memorabili, che lo porterà anche a vestire i panni di Jep Gambar della nel premio Oscar La grande bellezza. Il prossimo 27 giugno, nella cornice del Pavaglione di Lugo, reciterà i versi di uno dei cosiddetti poemi “minori” del drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo, Padre Cicogna, un’indagine in versi sul dolore umano e sull’ipocrisia della società.
Sul palco insieme a lui, il maestro Nicola Piovani, che nel 2009 reinterpretò per la prima volta in chiave lirica i versi di De Filippo con la voce narrante del figlio Luca.􀀑

Porterà in scena il poemetto Padre Cicogna in scena insieme a Nicola Piovani. Può raccontarci la genesi dello spettacolo?«L’ideazione artistica è da attribuire completamente a Nicola Piovani: è un suo concerto, che prevede una voce recitante sul poemetto di Eduardo De Filippo. Mi ha chiesto di partecipare e ho accettato con entusiasmo: anni fa ebbi modo di assistere all’interpretazione di quel testo da parte di Luca De Filippo, e ne rimasi profondamente colpito. Mi sembra un bel modo per celebrare la memoria di Eduardo e Luca e, al tempo stesso, rinnovare la stima nei loro confronti e in quella del maestro Piovani».

Cosa rappresenta la drammaturgia di Eduardo De Filippo per lei?
«Un intero universo drammaturgico che prima di lui non esisteva e che ha dato la possibilità a intere generazioni di rispecchiarsi al suo interno. Come diceva lui stesso, al centro del suo lavoro c’è il conflitto tra uomo e società􀁪declinato in una moltitudine di esempi ancora attuali. Per citarne uno, Napoli milionaria, dove Eduardo racconta gli orrori della guerra tra lucidità e poesia. Inoltre, bisogna riconoscergli una straordinaria maestria d’attore con un’assoluta economia di mezzi. Credo sia un grande insegnamento per chiunque voglia approcciarsi a questo mestiere».

La sua carriera artistica nasce in teatro, a partire da Mario Martone e Leo De Berardinis. Da attore, quali sono le differenze principali tra teatro e cinema?
«Il teatro vive nel momento in cui si manifesta, il cinema lascia una traccia che resterà per sempre. Sono due nature che richiedono un approccio completamente diverso. Il teatro è contemporaneità eserre citata nel rapporto diretto con lo spettatore, mettendo al centro della scena il vissuto tra chi guarda e chi recita. Il cinema è tecnicamente riproducibile».

Dove si sente più a suo agio?
«Da tanti anni ormai non faccio più distinzioni: scelgo di fare solo film e spettacoli che mi convincono veramente, e il resto viene da sé. C’è da dire però che per un attore il teatro è il luogo che testimonia la sua più profonda essenza».

C’è un film al quale si sente legato più legato che ad altri?
«Non faccio graduatorie. Ho avuto la fortuna di poter scegliere sempre quello che facevo e tutti i film rappresentano momenti diversi della mia vita. I veri legami che ho creato non sono tanto con i film,􀀏ma con gli autori: Sorrentino, Martone, Andò, solo per citarne alcuni. Anche qui ho avuto la fortuna di stringere sodalizi importanti che hanno prodotto opere e personaggi che porto ancora con me».

Questo vale anche per il teatro?􀀢
«In questo caso è un po’ diverso: anni fa, durante le mie prime regie, ho iniziato a lavorare su testi di Moliere come Il Misantropo e Il Tartuffo. Credo che nella vita di un attore o un regista teatrale il rapporto con Moliere segni punto di svolta: ti mette a confronto con una genialità inaudita di temi e di argomenti, su una giacitura comica di straordinaria forza espressiva».

In generale, crede che il panorama del cinema italiano di oggi riesca a mantenere la stessa qualità e profondità di un tempo?«Credo che la condizione del cinema italiano di oggi sia penalizzata da una mala gestione delle leggi nazionali che non riescono a proteggerlo, incrementarlo e valorizzarlo come meriterebbe. La qualità degli artisti e delle artiste della scena italiana però, dai registi agli attori, inclusi quelli delle nuove generazioni, emerge ogni anno nei grandi festival del cinema, ottenendo sempre i dovuti riconoscimenti».

Quale sente essere oggi la sua più grande responsabilità come artista?
«Credo che ogni momento pubblico in cui ci si manifesta debba comportare un atteggiamento consono e un senso di responsabilità. Quelli di oggi sono tempi confusi, in cui capita di sentirsi smarriti e di vedere sfumare tante idee che per anni sono state alla base della civiltà: diventa necessario restare umani».

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