Con il suo lavoro, Jacopo Veneziani porta ogni giorno la storia dell’arte fuori dai libri e dai musei, rendendola viva, accessibile e sorprendentemente attuale. Nato a Piacenza nel 1994, e specializzato con un dottorato in Storia dell’arte alla Sorbona di Parigi, oggi la sua attività di divulgatore passa dalla cattedra della Iulm di Milano ai programmi televisivi “Vita d’artista” su Rai 3 e la rubrica su La 7, fino a podcast e pubblicazioni per Rizzoli e Feltrinelli. Sui social, per lui, la comunicazione diventa “pop”, con un viaggio tra epoche, simbolismi e storie reinterpretati alla luce del presente, per creare connessioni immediate con il nostro quotidiano. Il 24 giugno dalle 21.30 (in uno spettacolo – sold out- sostenuto dalla nostra casa editrice Reclam) accompagnerà i ravennati alla scoperta dei misteri e dei simboli nascosti dietro a uno dei monumenti più rappresentativi della città, il Mausoleo di Teodorico. «Non solo un monumento al potere del re degli Ostrogoti, ma un’incantevole testimonianza che, tra antiche pietre e leggende, va guardata sia come memoria del passato che come strumento per interrogarsi e riflettere sulla società di oggi».
Al Ravenna Festival parlerà dell’enigma del Mausoleo di Teodorico, cosa si intende?
«Il mausoleo è considerato dagli studiosi uno degli edifici più enigmatici del passato, un unicum rispetto agli altri monumenti della città. I ravennati forse ci sono abituati e
non lo guardano con occhio attento, ma non si trovano paralleli diretti per quanto riguarda stile e architettura. Perché, ad esempio, la copertura è composta da un blocco unico e non da qualcosa di più agile da costruire e trasportare? Come tutti gli edifici antichi è un manifesto per la città, su cui ancora si cercano significati nascosti. È così affascinante perché manca ancora qualche tassello».
Nel suo lavoro hai mai approfondito qualche altro aspetto particolare di Ravenna e dei suoi dintorni?
«Come storico dell’arte, “bazzico” Ravenna almeno una volta all’anno: ogni volta trovo nuovi spunti. L’anno scorso ho assistito a un evento maestoso, Cantare amantis est, con migliaia di coristi diretti dal maestro Muti (l’iniziativa si è ripetuta anche quest’anno, sempre nell’ambito del Ravenna Festival, ndr). Ho raccontato l’esperienza in un documentario Rai che dovrebbe uscire prossimamente. È venuto naturale il parallelismo con la natura multiculturale della città, la diversità delle sue basiliche e dei monumenti bizantini».
E per quanto riguarda la storia di Ravenna?
«In generale mi piace approfondire la storia immateriale della città, camminarci attraverso nei panni di chi si è lasciato ispirare da quello stesso contesto. Penso a Klimt che viene a Ravenna e vorrei camminare per il centro con la sua celebre tunica e i suoi occhi da artista. È un modo per guardare un luogo sempre in modo diverso. Sembrerà retorico, ma in una città come Ravenna il tempo non scorre, si stratifica. E da visitatore, puoi sintonizzarti ogni volta sull’epoca che preferisci: la Ravenna romana, quella medievale, fino a quella dell’Ottocento e Novecento, ancora poco raccontata».
Quale deve essere il ruolo di uno storico dell’arte nel 2026?
«Fare “il gioco del telecomando” cercando di offrire tanti spunti diversi a chi guarda. Alla fine parlare di opere d’arte significa aprire finestre sul mondo che le ha generate, ma anche sul nostro. Ogni opera nasce con uno scopo, e capire come sono fatte ci aiuta a leggere il presente. Credo poi che possa esserci un importante ruolo di pace:
soffermarsi su un’opera e approfondirla può far emergere alcune caratteristiche che pensavamo essere solo nostre, ma in realtà sono condivise tra popoli diversi. Infine, lo storico dell’arte ha un ruolo importante nel mettere in mostra il valore del nostro patrimonio».
L’Italia fa abbastanza per preservare il suo patrimonio artistico?
«Sì, anche se si può sempre migliorare. Oltre all’attenzione a tutele e restauri, dal Covid in poi è cambiata profondamente anche la narrazione del patrimonio culturale. Si è migliorata la valorizzazione virtuale e si è lavorato per una maggiore accessibilità. Il fatto che le persone fossero chiuse in casa ha spinto i musei a cercare nuovi ponti per arrivare al pubblico, ma si potrebbero implementare ulteriormente le connessioni per attirare nuovi fruitori».
Come racconterebbe il suo approccio alla divulgazione, che l’ha portata al successo sui social?
«Non so se si può parlare di successo, ma quando racconto qualcosa cerco di essere il meno didascalico possibile. Cerco di trovare dettagli nascosti che stimolano la curiosità e non soffermarmi su ciò che è visibile al primo sguardo. Mi piace poi approfondire l’aspetto umano di un’opera: il suo autore è una persona come noi e ha scelto di crearla in un momento specifico della sua vita. Cerco di capire cosa stavano vedendo, vivendo quando hanno realizzato una determinata opera. Se si mette l’accento sul lato umano, riusciamo ad avvicinare l’arte a noi».
I più giovani sono interessati alla narrazione culturale?
«Basta guardarsi attorno in un museo, una mostra o a teatro per vedere come i luoghi della cultura non siano frequentati in massa dai giovani. I social però sono una buona occasione per avvicinarli a questa dimensione, soprattutto se si riesce a rapportare l’opera d’arte all’attualità e il presente. Per fare un esempio, si può partire dalla scoppiettante coreografia di Sal Da Vinci a Sanremo, dove sul finale di canzone mostra un anello, anche abbastanza discutibile dal punto di vista estetico, per procedere a ritroso andando a scoprire il ruolo degli anelli nella storia e nelle rappresentazioni artistiche. Ed ecco che Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, dipinto nel Cinquecento, sembra improvvisamente più vicino. Il punto è trovare un gancio con il presente per avvicinare i giovani, non in modo pretestuoso ma pensato per creare un cortocircuito mentale capace di rendere pop anche Raffaello».
In un tempo dove l’intelligenza artificiale ricopre un ruolo sempre più preponderante, ci sono nuovi rischi o nuove opportunità per il mondo dell’arte? «Se usata in modo saggio può diventare fonte di poesia, ma è uno strumento e tale deve rimanere. Non bisognerebbe mai delegare l’intero processo creativo all’intelligenza artificiale, ma trovo positivo il fatto che faccia interrogare il mondo dell’arte. D’altra parte, ogni volta che l’arte si scontra con una nuova tecnologia gli artisti inventano modi originali per uscirne: dall’invenzione della fotografia nascono impressionismo e avanguardia, proprio per contrapporsi al realismo della stampa. Le minacce rinvigoriscono il mondo dell’arte creando nuove prospettive. Al di fuori dell’ambito strettamente artistico, credo che l’Ai intercetti anche un desiderio diffuso, offrire a chi non possiede competenze tecniche, come il disegno, la possibilità di tradurre le proprie idee in immagini».



