Da mercoledì 22 a venerdì 24 luglio il bagno Peter Pan di Marina di Ravenna ospita la XII edizione dell’Under Fest, il festival dedicato alla cultura rap e hip hop nato nel 2013 da un’idea di Moder e Brain all’interno del Cisim di Lido Adriano, poi divenuto un punto di riferimento nazionale del rap underground. Per scoprire tutto – o quasi – sul festival, abbiamo fatto una chiacchierata con Lanfranco Vicari, in arte Moder.
Com’è cambiata la scena rap nazionale in questi dodici anni di Under Fest?
«Il festival è diventato molto noto suo malgrado, non era quella l’idea iniziale. Le prime edizioni rappresentavano la generazione di quel momento, artisti tra i 24 e i 28 anni, in un periodo del rap pre-2016, quando avevamo davanti più strade di quante ne abbiamo oggi. Volevamo mettere insieme le realtà di tante città, in maniera molto semplice, al Cisim, poi la cosa ci è un po’ esplosa in mano, già dal secondo anno».
Cos’è successo nel 2016?
«Una serie di cose fondamentali: Spotify è esploso a livello globale, e in quel momento è uscito l’album Santeria di Marracash e Guè, un successo enorme, cosicché da allora tutti cominciarono a guardare ai numeri, e subito dopo arriva tutta l’area trap, che la vecchia guardia rap sottovalutò totalmente, ma che invece ha cambiato radicalmente le regole del gioco. Per i ragazzini di oggi il 2016 è old school. Questo perché non c’è stato tra le generazioni uno scambio, un ponte, un passato condivisibile, basti pensare che a oggi non c’è un altro festival in Italia come l’Under. Ma questo discorso è troppo grande e composito da sviscerare qui».
Veniamo allora all’Under di quest’anno. Me lo illustri?
«Quest’anno le tre giornate le ho divise per rappresentare tre aspetti della varietà stilistica che abbiamo. Nella prima serata è rappresentato un po’ di più il rap underground duro e puro, con il ritorno di Danno del Colle der Fomento, che è da poco uscito con un disco clamoroso, che si potrebbe definire new classic, ma anche molto hardcore. Poi c’è Tony Zeno, un ragazzo siciliano che seguo da tempo, che quest’anno ha avuto un picco, un piccolo successo underground, anche grazie proprio all’apprezzamento di Danno. Lui rappresenta un po’ l’Under degli inizi, ha una trentina d’anni. Scrive bene, ha uno stile molto crudo ma anche tanta poesia, diciamo una sorta di Nas siciliano, che racconta certe cose con una credibilità di strada, un progetto che mi attirava molto. Il secondo giorno invece ci focalizziamo maggiormente sulla scrittura. Ci sarà Rancore, che ha appena fatto un gran disco e che verrà con la band, la prima band all’Under, e poi ci sono anch’io, per la prima volta in solitaria. L’ultima delle varietà stilistiche di quest’anno è il freestyle. La terza giornata di venerdì (oltre a valere la visita grazie alla presenza dell’americano Brother Ali) sarà infatti un vero tributo all’hip hop, con la gara dei tiri da tre di basket, il muro per il graffiti jam dei writer, e quattro teste di serie del freestyle (c’è un vero e proprio ranking dei freestyler). In questo momento il freestyle è quasi un campionato a sé, probabilmente nessuno di chi lo fa vorrà mai fare carriera musicale, cosa che è radicalmente cambiata da quando ero piccolo io, con il freestyle che invece serviva proprio a far parlare di te per poi iniziare a fare i concerti. I grossi tornei di freestyle sono eventi enormi, seguitissimi. Quelli che saranno all’Under sono un po’ gli ultimi freestyler underground, vengono con piacere, sono molto seguiti».

C’è poi un aspetto fondamentale che ha sempre caratterizzato l’Under Fest, il cypher. Ci spieghi cos’è e chi parteciperà quest’anno?
«L’idea del cypher è nata perché i primi anni al festival non c’era un main guest, si faceva che ogni artista dava al dj cinque pezzi e ogni rapper si alternava con gli altri per un pezzo, poi un altro e così via. Questa cosa avvicina molto le persone, per me ad esempio era fondamentale, avevi la possibilità di fare il cypher con gente tipo Willy Peyote e tutti i grossi nomi che venivano. E oggi è ancora più importante, perché c’è molta meno socialità tra i rapper coinvolti nel festival. Ho notato che se qualcuno viene con la sua crew, con il gruppo di amici che lo segue, tende a stare con loro e basta, ci sono poche interazioni con gli altri artisti, mentre una volta era molto diverso. Forse c’entra anche la questione “generazione digitale”. Dunque ogni anno cerchiamo di dare tanta spinta al cypher, alla condivisione. Quello della prima giornata vedrà coinvolti Pierin, produttore/fondatore giovanissimo dei riminesi RN Squad, spettacolari dal vivo, il loro nuovo disco è tanta roba; poi Kiki, una ragazza di Torino anche lei giovanissima, molto fresh, con un approccio tecnico molto interessante. E poi ho chiamato Trais, da Grosseto, una leggenda dell’underground che ho sempre apprezzato tantissimo, ha uno stile davvero naturale. L’avevo cercato tanti anni fa, finalmente riesce a venire. Nella seconda giornata ci saranno invece Michael Sorriso e Roy Zen, che scrivono benissimo, con barre molto politiche. Brattini, molto surreale e intrigante; quindi Trama, una ragazza romagnola molto delicata e profonda, dal timbro caldo, infine un gioiellino preso all’ultimo, il bolognese Tibe, uscito con un disco musicalmente bellissimo, scritto bene e soprattutto nuovo, fresco, fuori dagli stili definiti».
Un’altra questione importante del festival sono i talk pomeridiani, chi ascolteremo quest’anno?
«Il pomeriggio del primo giorno ci saranno Danno e Dj Craim in dialogo con Damir Ivic e Camicia Variopinta. Ivic è un giornalista storico, un punto di riferimento. Camicia Variopinta è un divulgatore musicale che lavora senza redazione, fa approfondimenti, i più disparati, ascolta musica di tutti i tipi, è seguitissimo, perché è un drago nel far scoprire musica nuova e nel proporre playlist. Cosa che una volta potevano fare i negozi di fiducia, che però non esistono più. Ci tenevo molto a dar spazio a questo tipo di divulgazione. Il secondo pomeriggio c’è David dei Kick in the door, che sono dei “matti” totali, fanno dei documentari musicali incredibili, hanno un archivio magnifico. Volevo proprio una cosa così. Poi c’è Barrette, un progetto di Zona Mc nato per tradurre e spiegare le migliori rime dell’hip hop americano, importanti da capire ma difficili, per gli innumerevoli doppi sensi. Quindi Matteo Zanotto, che è tipo Camicia Variopinta ma meno personale, più neutro, è molto addentro al sistema musica. Infine Keso, che con il format Let’s talk bars parte dal freestyle per poi ampliare in vari modi la sua attività».
Parliamo anche del tuo ultimo album, Poco dopo mezzanotte. Come si colloca nella tua carriera?
«Sicuramente è la fine di un percorso e contiene già i semi per quello che potrebbe essere il futuro. Prendiamo l’ultimo pezzo del disco, “Bologna Centrale”, molto soul, molto suonato. È da qualche anno che ho il fantasma di Mac Miller che è lì, c’è un lato oltre il rap che mi interessa, non dico di uscita dal genere, visto che sono orgoglioso di essere un rapper e che nel tempo qualcosina l’ho imparata, anche a livello di scrittura musicale. L’album comunque sta andando davvero bene, ho fatto tantissimi live, ma credo che ora la mia dimensione più consona non sia più quella della serata hip hop classica, ma un po’ più cantautorale, diciamo. Intendiamoci, rappare mi piace sempre tantissimo, è una gran fetta della mia vita, ma non è che posso fare le jam per sempre, sento che per me è il momento di andare in altre direzioni. Sicuramente non ci sarà un nuovo disco subito, ma più una serie di esperimenti su ep, non mi occuperò più io degli arrangiamenti perché sono stanco, quindi lavorerò un po’ con due produttori che mi piacciono molto solo su piano e voce, senza sovrastrutture, senza batteria. Voglio arrivare poi a un disco totalmente suonato da portare dal vivo a tutti i costi. Adesso sto studiando una formula intermedia, perché mi sono accorto che molti dei miei pezzi funzionano anche togliendo tutto e facendoli chitarra e voce. Voglio sperimentare questo approccio, che mi lascia “nudo” ogni volta, è una sfida, è bello avere un po’ di paura. Voglio uscire un po’ dai canoni del mio genere, mi interessa provare una strada non battuta, il rap in versione acustica, avere la libertà di costruire un disco senza elettronica».
Moder



