Il vignaiolo che sfida le convenzioni e crea anche con il pentagramma

Alberto Mazzotti nell’azienda di Bertinoro produce 21 tipologie di vini, senza artifici e senza etichette, per 2.500 clienti privati: «Il sedimento nel fondo della bottiglia per me è un vanto»

Tenuta Mazzotti Bertinoro

La tenuta di Alberto Mazzotti a Capocolle di Bertinoro

Per introdurre Alberto Mazzotti, vignaiolo in Bertinoro (in fondo a via Colombaia), si potrebbe parafrasare un noto adagio di Josè Mourinho: «Chi sa solo di vino, non sa niente di vino». Ecco, Mazzotti il vino lo sa fare in maniera eccelsa, ma sicuramente non sa solo di vino, anzi forse sa molto più di molte altre cose, tanto che egli stesso si definisce «in prestito all’enologia».
Andiamo a conoscere più da vicino questo vignaiolo che non etichetta i suoi vini e li vende esclusivamente a privati, con una lavorazione delle uve a basso impatto.

Alberto Mazzotti Vignaiolo

Alberto Mazzotti

Mazzotti, da dove arriva il richiamo della vigna?
«Il richiamo della vigna… È il richiamo che sente la persona che entra in un teatro, in un museo, il richiamo che sente il cacciatore d’arte, il cacciatore d’emozioni. In vigna posso dipingere, creare forme, aiutare la natura a differenziare nello specifico più di determinati enzimi (profumi, colori) rispetto ad altri. Avevo 4-5 anni quando mio nonno Giacomo mi portava ad ammirare le sfumature dei colori dell’uva, mi raccontava di viaggi e avventure attorno al mondo del vino. Forse tutto iniziò lì».

Qual è stato il tuo percorso fino a qui?
«Ho fatto l’Istituto Tecnico Agrario, abbastanza interessante, poi una serie di lavoretti in giro, ma non c’era alcuna emozione, mancava secondo me il cuore pulsante del concetto “lavoro”, che non è fare qualcosa per avere soldi in cambio, bensì creatività, condivisione, inventiva, passione. Quindi decisi di rimanere qui, a casa mia, coi miei genitori, e ho dato un’impostazione diversa all’azienda, che era orticola, frutticola e solo in piccola parte vitivinicola. Quest’ultimo ramo aveva infatti una cinquantina di clienti, di cui la metà erano ristoranti o hotel, mentre oggi, dopo un po’ di anni, i clienti sono oltre 2.500, tutti privati, che vengono da centro e nord Italia, e centro Europa».

Come si è arrivati a un numero di tali proporzioni?
«Il mio cliente tipo è certamente un grande appassionato di vini, ma che viene da me a incontrare non tanto un vino nuovo ma un verbo nuovo, una filosofia nuova che ha radici antiche, è quello che gli fa fare 500 o 1.000 chilometri, gli piace il mondo che sta attorno alla creatività artistica che usiamo per realizzare i nostri vini. Siamo dei piccoli inventori, progettiamo i nostri vini e siamo anche fortunati, perché la natura ci mette a disposizione materie prime eccellenti. Non dobbiamo dimenticare che la prima progettazione viene fatta in vigna, studiando il terreno, l’esposizione al sole, ai venti, alle ombre. Il vino deve fare incontrare le persone, deve permettergli di fare viaggi emozionali. La è lì, molto astratto, in un qualcosa che va a finire nel bicchiere. Questa è la parte più affascinate e profonda di ciò che faccio. È la genesi di un vino nuovo. Dare vita, in un calice, a una visione».

Cascina Mazzotti BertinoroHai scelto di lavorare le tue uve con un grande rispetto della materia prima.
«I miei sono vini a basso impatto e a bassa lavorazione. Non facciamo nessun tipo di lavorazione invasiva, per esempio niente microfiltrazione, niente stabilizzazione tartarica forzata o fermentazione malolattica indotta. Per me, se nel fondo della bottiglia c’è un po’ di sedimento, dovuto alla non microfiltrazione, quindi un sedimento biologico, è un vanto, un punto di forza. Molte di queste operazioni (microfiltrazione, ecc.) necessitano di una copertura di antiossidanti importante, sono abbastanza invasive, devi addizionare con conservanti in quantità, devi tenere la solforosa libera un po’ alta. Non facendo queste operazioni, non devo tenere la solforosa alta, e sarebbe un caso che i miei vini facciano venire mal di testa. Sono scelte».

Mi dai un po’ di numeri?
«L’azienda si sviluppa su 20 ettari, con una superficie vitata di meno di 10, e abbiamo solo uve autoctone romagnole, quindi Sangiovese, Trebbiano, Albana, Moscato, Pagadebit, Refosco d’Istria dal peduncolo rosso (la Cagnina), e così via. Di Sangiovese realizziamo nove tipologie, e facciamo poi un unico blend con le quattro uve bianche, da cui ricaviamo un orange wine. Tutti gli altri sono vinificati in purezza e in diverse tipologie. Prima di bere un vino, bisogna perdersi tra i suoi colori, spogliarlo, giocare con lui».

 

Rifrazioni Colori Vino MazzottiIl colore dei vini di Mazzotti anche in un cofanetto, da un progetto di Franco Chiarini con le foto di Enzo Pezzi

I vini di Mazzotti, di cui parliamo nell’intervista, sono anche i protagonisti della seconda pubblicazione della collana “Le carte dei cibi dei produttori virtuosi” (editore Mistral), da un progetto di Franco Chiarini, e RavennaFood che associa il fior fiore della ristorazione ravennate, dei produttori e dei negozi di qualità.
Si tratta di “Rifrazioni”, un cofanetto composto da 39 schede relative ai “colori” dei vini prodotti dall’Azienda di Capocolle di Bertinoro, con le foto calibrate sulle tonalità cromatiche di Enzo Pezzi, tra cui anche i due scatti della tenuta pubblicati in questo servizio.

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