Tredicesima udienza / Al processo del dermatologo Matteo Cagnoni per l’omicidio della moglie Giulia Ballestri la deposizione del parente, ingegnere informatico. Emerge un messaggio inviato via Whatsapp nei primi giorni dopo il ritrovamento del cadavere: «Volevo solo dare il senso di quello che raccontavano i giornali». Inizialmente l’influenza mediatica avrebbe anche convinto l’uomo della colpevolezza dell’imputato
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Per tutto il tempo della sua deposizione, più di due ore, se l’è presa con un plico di fogli arrotolati. Contenevano la trascrizione di una intercettazione telefonica, una di quelle che mettono a disagio. Con un mignolo infilato in una delle estremità li ha torturati senza pause, mentre dondolava una gamba, anche quando le domande sono passate oltre a quel dialogo. Di fronte alla corte d’assise di Ravenna oggi, 9 febbraio, per il 58enne Stefano Cagnoni è stata una testimonianza sofferta: il 52enne fratello Matteo è imputato per l’omicidio della moglie 39enne Giulia Ballestri, trovata morta il 19 settembre 2016 nello scantinato di una villa disabitata di proprietà del padre Mario Cagnoni a ridosso dei giardini pubblici di Ravenna.

Alto e magro, spalle curve, sulla testa la riga da una parte e sul naso gli occhiali da vista con lenti tonde e montatura sottile, volto rasato: il professore di ingegneria informatica all’università di Parma, città dove risiede, riempiva una giacca verde a quadri e un gilet scuro. Voce bassa, modi gentili, toni pacati, sorrisi timidi: il suo interrogatorio – punteggiato da colpi frequenti di tosse nervosa e secchi schiarimenti di voce – ha aperto la tredicesima udienza del processo. La settimana scorsa era toccato al padre: per entrambi la difesa (avvocati Giovanni Trombini e Francesco D’Alaiti) aveva chiesto la possibilità di rinunciare a deporre in quanto prossimi congiunti dell’imputato, la corte ha rigettato la richiesta ritenendo che il beneficio non sia ammissibile in quanto parenti affini della parte lesa (solo lo zio Giorgio ha potuto avvalersi sette giorni fa, la madre invece per due volte di fila ha presentato certificati medici che attestano un decadimento cognitivo e il pm ha rinunciato ad ascoltarla).
Per la prima ora ha affrontato la pubblica accusa (pm Cristina D’Aniello) che ha accompagnato il teste, una domanda dopo l’altra, fino al fulcro della deposizione: l’intercettazione riportata nei fogli arrotolati. È una telefonata avvenuta la mattina del 19 settembre 2016 tra la casa dell’ingegnere e quella dei genitori a Firenze. Il colloquio avviene in un momento in cui sono passate una decina di ore dal ritrovamento del corpo della donna e Matteo Cagnoni è in stato di fermo dopo una rocambolesca fuga notturna dalla villa fiorentina quando la polizia si era presentata per cercarlo. È la prima chiamata del giorno: Stefano ha già appreso dalle testate online che Giulia è stata uccisa e il fratello è in carcere. Per molte volte nel corso della deposizione farà leva su quanto sarebbero stati influenti i giornali nel condizionare addirittura le sue convinzioni su un parente intimo, portando l’avvocato Trombini a ribadire ancora una volta la fondatezza della richiesta di trasferimento del processo in altra sede perché il clima ravennate sarebbe inquinato «dalla campagna avversa dei media». Nella telefonata si rivolge al padre: «È stato un eccesso di rabbia?». Il genitore risponde: «Penso dì sì. Naturalmente si dice che non è vero, che è stato qualcun altro da fuori». Stefano aggiunge: «Comunque bisogna tenere presente che i telefonini danno traccia di tutti i movimenti».
Quelle dell’ingegnere sembrerebbero le parole di uno che considera il fratello come l’autore del gesto, senza nemmeno tante incretezze. «Avevo letto nei giornali la notizia dell’arresto di mio fratello presentato come unico colpevole – prova a spiegare –. Di fronte alle questioni legali c’è un’abitudine nell’uomo della strada, come mi ritengo io, nel ritenere colpevole chi viene indicato come tale dai giornali, una tendenza a identificare l’indagato con il colpevole. La chiamerei maleducazione civica e io non ne sono stato esente. In quel momento ho dato per buono che potesse essere stato mio fratello e un eccesso di rabbia mi pareva l’unica spiegazione a un evento così tragico». Il fratello dell’imputato prova a fornire anche la sua lettura delle parole del padre, facendo leva sulla sottigliezza lessicale del “si dice” nell’accezione toscana: non quindi i prodromi di una strategia difensiva a tavolino ma l’equivalente di “noi diciamo che”, cioè la manifestazione di una convinzione. Così come l’idea di colpevolezza se l’era fatta leggendo i giornali, allo stesso modo Stefano viene a sapere delle dichiarazoni di innocenza del fratello ancora tramite i giornali minando in parte la versione di un racconto mediatico a senso unico e avverso all’imputato.

Prima di arrivare a quella telefonata nella deposizione, è stato inevitabile trattare i due atti firmati dal notaio a marzo 2016 con cui Matteo all’insaputa della consorte passò un patrimonio del valore di circa 1,5 milioni di euro (tra immobili e fondi) al fratello, in parte con donazioni e in parte con vendita (appena 160mila euro in totale). «Accettai per soddisfare una sua richiesta, avevo l’impresso che la cosa lo facesse stare più tranquillo. Anche se Matteo mi stava vendendo la casa familiare di via Giordano Bruno, non ho mai messo in dubbio che quello che spettava ai nipoti sarebbe poi arrivato ai nipoti. Da sempre, e tutt’ora avviene, i miei genitori contribuiscono al mantenimento dei tre figli di Giulia e Matteo». A questo punto nell’interrogatorio irrompe il presidente della corte Corrado Schiaretti: vendita vera o simulata? L’ingegnere tentenna, balbetta, prende pause: «Legalmente ero il proprietario». Schiaretti insiste, vuole un sì o un no. Alla fine di alcuni lunghissimi minuti di pressione arriva la conferma che si trattava di una vendita simulata: in famiglia era chiaro a tutti che i beni restavano di fatto di Matteo. In apertura di udienza la difesa ha comunicato di aver trovato la soluzione per arrivare all’annullamento degli atti per il ritorno dei beni nella disponibilità dell’imputato.
Tra le maglie della testimonianza è poi emerso un messaggio Whatsapp inviato da Stefano a un amica nelle prime ore dopo l’esplosione del caso. La donna gli chiedeva come andavano le cose e lui rispondeva “mio fratello è l’assassino di Ravenna”. Il 21 settembre del 2016 quando fu ascoltato dalla polizia durante le indagini preliminari mostrò spontaneamente il messaggio agli inquirenti: «Rileggendolo a posteriori mi sono stupito io stesso di averlo scritto». Come va spiegato? La risposta è sempre la stessa: «Volevo restituire il senso di quello che dicevano i giornali».
Primo passo ufficiale verso la Maratona di Ravenna Città d’Arte 2018. È stata presentata la medaglia ufficiale che finirà al collo dei finisher della manifestazione. Una medaglia, anzi un vero e proprio gioiello realizzato a mano, che ancora una volta è stata creata da Anna Fietta nel laboratorio del centro di Ravenna.
Un premio che non ha eguali nell’universo dei runner e che richiama in Romagna migliaia di appassionati a caccia di questo autentico pezzo pregiato, unico al mondo. «Ogni anno quando vedo la nuova medaglia – spiega Stefano Righini, presidente di Ravenna Runner Club, società organizzatrice della Maratona – mi sembra sempre più bella. La medaglia è qualcosa di veramente unico che ci caratterizza nel mondo e per questo ne possiamo andare veramente orgogliosi».




La cooperativa sociale Zerocento offre ai propri lavoratori (oltre 500 tra soci e dipendenti, impegnati nell’ambito dei servizi socio-sanitari-assistenziali ed educativi) un corso di Mindfulness – tecnica psicologica di meditazione diffusa in particolare negli Stati Uniti – al fine di fronteggiare meglio lo stress in ambito lavorativo.

Un verbale da 185 euro per aver evaso l’imposta sulla pubblicità. Se lo è visto recapitare il Comitato Cittadino di San Pietro in Vincoli. La sanzione è arrivata da Ravenna Entrate nei giorni scorsi ed è relativa ad uno striscione – esposto da gennaio a marzo del 2017 – che informava i cittadini delle date delle domeniche del riuso. Gabriele Zoli, presidente del Comitato, pubblica su Facebook il verbale sostenendo che tutto avrebbe avuto origini da una denuncia anonima: «Sappiamo che c’è un nostro concittadino particolarmente zelante in questo senso…» spiega. A San Pietro in Vincoli, però, c’è una questione ancora aperta: quella dei giochi al parco pubblico che il Comitato Cittadino ha finanziato ma che il Comune sembra quasi non volere, dal momento che non arriva l’atto per la donazione formale. Così di altalene e scivoli continuano ad occuparsi i cittadini, pagando con i soldi delle manifestazioni che ora vengono multate dallo stesso Comune.
Prima dei locali, delle passeggiate sul lungocanale e dei tanti progetti futuristici in Darsena di Città, ce n’è uno meno appariscente ma comunque prioritario: l’impianto fognario da rifare. Ora, grazie al bando “Periferie” vinto a livello ministeriale il problema sembra in fase di risoluzione. Nei giorni scorsi la giunta ha messo a punto l’accordo con Hera.
Prestigiosa collaborazione per l’illustratore ravennate Gianluca Costantini.






Due uomini di 44 e 45 anni anni originari della Basilicata sono stati arrestati dai carabinieri a Faenza nella notte tra il 7 e l’8 febbraio per concorso in furto aggravato di carburante: sono stati colti in flagranza da una pattuglia in servizio di perlustrazione nell’area del casello autostradale mentre in una piazzola di sosta, con l’utilizzo di un tubo e una tanica, stavano travasando del gasolio dal serbatoio del camion della ditta per cui lavora uno dei due all’auto dell’altro parcheggiata accanto al mezzo pesante. Dopo una notte in cella di sicurezza, stamani il giudice ha convalidato l’arresto e disposto l’immediata liberazione rinviando il processo a data da destinarsi.