Dalla Biblioteca Oriani all’impianto idrovoro di Cervia, passando per le opere di Biancini e i restauri del Museo Baracca
Torna in provincia il tradizionale appuntamento con le Giornate Fai di Primavera, il fine settimana dedicato al patrimonio promosso dal Fondo Ambiente Italiano festeggia quest’anno la sua 50esima edizione nel ravennate. Nel weekend del 22 e 23 marzo 750 luoghi simbolo del Paese (spesso inaccessibili o scarsamente valorizzati) saranno aperti al pubblico e accessibili a con un percorso guidato a contributo libero. Sono sei gli appuntamenti che interesseranno i cittadini del ravennate: la Delegazione Fai della città propone visite guidate alla Biblioteca di Storia Contemporanea Oriani, in via Corrado Ricci, nel contesto della zona dantesca: oltre alla comprensione delle linee architettoniche della ricostruzione attraverso gli spazi della biblioteca, saranno visibili la grande sala lignea disegnata da Arata, gli originari arredi della Sala oggi Spadolini, i magazzini librari, rarità bibliografiche e manoscritti (come gli esemplari della collezione di Autografi di Olindo Guerrini) e documenti costitutivi della storia della prestigiosa istituzione. La visita comprenderà anche il chiostrino esterno proveniente da Santa Maria in Porto, la cancellata di Umberto Bellotto, il giardino Rinaldo da Concorezzo, di fronte al quadrarco di Braccioforte, collocati, con la tomba di Dante, su un unico grande antico sepolcreto. Il sito sarà accessibile sabato dalle 15 alle 17 (ultimo ingresso) e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17. Domenica 23 (alle 18), nella Sala Spadolini della biblioteca è in programma la conferenza dell’architetto Paolo Bolzani dedicata a “L’opera di Giulio Ulisse Arata nella zona dantesca di Ravenna”.
Sempre a Ravenna, il Gruppo Fai Ponte fra Culture accompagnerà i visitatori alla scoperta della Chiesa di Santa Giustina, in Piazza del Duomo: straordinariamente aperta per il Fai, l’unica chiesa circolare a Ravenna (ripresa anche da Michelangelo Antonioni nel film “Deserto rosso”), offre l’opportunità di approfondire la storia dell’antica confraternita e degli interventi architettonici del Buonamici, nonché la complessa iconografia di Santa Giustina, che verranno narrate dai ciceroni. In questo caso l’ingresso andrà dalle 10 alle 12.30 (sabato) e dalle 15 alle 17 (domenica). Alle 10 di domenica è in programma una visita in lingua ucraina.
Il Gruppo Fai di Cervia invece ha organizzato una serie di visite all’Impianto Idrovoro “Madonna del Pino”, situato in via Di Vittorio: eccezionalmente aperto alle visite in occasione delle Giornate FAI di Primavera, all’interno dell’impianto idrovoro della Madonna del Pino sarà possibile visionare la tecnologia moderna (pompe automatiche con gestione in telecontrollo, sgrigliatori automatici, gruppi elettrogeni etc.) e al contempo la storia della bonifica meccanica, essendo ancora perfettamente conservate, seppur non usate, le prime meravigliose pompe Franco Tosi degli anni ’20, funzionanti a nafta e sopravvissute alle vicende della seconda guerra mondiale. Arricchiranno il percorso di visita le due mostre: “Acquadulcis” – fotografie di Luana Viaggi e esposizione di veicoli e attrezzature di Protezione Civile. L’impianto sarà aperto domenica dalle 9.30 alle 12 e dalle 14 alle 16.
Nel faentino si potrà scegliere tra due percorsi: il primo, un itinerario ottocentesco, vedrà protagonista la Capanna Rustica già del Giardino di Palazzo Milzetti, visitabile in via eccezionale. La Capanna rustica costituisce una rarissima testimonianza di arredo di giardino romantico, una straordinaria documentazione della cultura faentina di metà ‘800;Da lì, attraverso il viale alberato detto “lo Stradone”, si raggiungerà il Fontanone, con l’antica Prospettiva progettata da Pietro Tomba nel 1824. Le visite si apriranno sabato (10-12 e 14.30-17.30) e domenica (10-12; 14.30-17.30). Il secondo percorso, parte invece da Castel Bolognese e prevede la visita al Museo all’aperto Angelo Biancini, dedicato al celebre scultore: il percorso avrà inizio dalla scuola G. Pascoli e si snoderà attraverso il paese, dove verranno illustrate le opere collocate nel cortile privato della famiglia Biancini. Da lì, si proseguirà per visitare il Museo Civico, eccezionalmente aperto per i visitatori Fai. Un percorso autonomo condurrà poi alla via Crucis, una delle opere fondamentali dell’artista, situata nel viale del Cimitero, dove sarà anche possibile ammirare la tomba della Famiglia Biancini. L’appuntamento in questo caso è domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 14.30 alle 16.30. Alle 17.30 invece, nella Sala Spadolini della Biblioteca Oriani è in programma la conferenza del professor Alberto Mingotti dedicata a “Angelo Biancini: le forme della scultura”.
Infine, il Gruppo di Lugo propone la visita al Museo Baracca per scoprirne i recenti restauri, realizzati anche grazie al contributo delle Delegazioni Fai regionali e della raccolta fondi lanciata a seguito dell’alluvione. La visita guidata dai giovani apprendisti ciceroni permetterà di spaziare, al di là dei classici cimeli di guerra, in molti altri ambiti significativi: dalla vita di Francesco Baracca con i suoi molteplici interessi (musica, teatro, vita mondana), alla nascita dei “cavalieri del cielo”. Sabato le porte del museo saranno aperte dalle 14.30 alle 17, mentre domenica dalle 9.30 alle 12 e dalle 14.30 alle 17.
«L’edizione di questo cinquantenario Fai a Ravenna – spiega la Capo Delegazione Claudia Giuliani – nasce da un grande sforzo ideativo, studio e ricerca, compiuto dai volontari della delegazione e nei gruppi della provincia, articolando un’offerta molto diversificata, che attraverso la formazione dei giovani ciceroni si propone alla cittadinanza: apriamo porte solitamente chiuse di prestigiose istituzioni e di luoghi di culto, dalla storia suggestiva e complessa, di giardini aristocratici come di idrovore, di strade storiche e di percorsi artistici attraverso vie di città».
«Un programma con tanti fili rossi che si incrociano»
Avion Travel
Con il concerto del Cristina Zavalloni Sestetto a Massa Lombarda dell’8 marzo scorso, si è aperta l’anta romagnola della 26esima edizione del festival itinerante Crossroads (il programma su www.crossroads-it.org), organizzato come sempre da Jazz Network in collaborazione con l’assessorato alla Cultura della Regione. Ne parliamo con la ravennate Sandra Costantini, direttrice artistica del festival. Qual è il filo rosso che tradizionalmente lega Crossroads e quale, in particolare, quello di questa edizione?
«A formare la trama di un programma così vasto, i fili rossi sono giocoforza tantissimi… Di sicuro tornano e ritornano alcuni “temi” fondamentali, a noi cari, come gli “artists in residence”: artisti che si esibiscono in luoghi diversi con propri progetti diversi. Quest’anno sono ben quattro: Fabrizio Bosso, Mauro Ottolini, Javier Girotto e Karima. Altro filone che Crossroads ama seguire a ogni sua edizione sono le voci, di ogni latitudine e background, dal jazz di casa nostra (Rossana Casale, Simona Molinari, Costanza Alegiani) a quello internazionale (Cécile McLorin Salvant, Sarah Jane Morris, Jazzmeia Horn). E non solo voci femminili, ma anche maschili (Ray Gelato, Hugh Coltman, Joe Barbieri), e pure un gruppo vocale misto (i Baraonna). Altro aspetto che ci piace indagare, oltre ai solo (Uri Caine, Amaro Freitas, Aruán Ortiz, Mark Guiliana) e alle orchestre (immancabili le nostre produzioni con l’Italian Jazz Orchestra: quest’anno, una è dedicata ai Beach Boys con i Baraonna e l’altra a Nat King Cole con Flavio Boltro e Walter Ricci), la formula del duo, senza dubbio tra le più affascinanti e avventurose, una pratica conversativa di grande libertà foriera di esiti folgoranti: ben due i duetti di pianoforti (Stefano Bollani & Iiro Rantala, Rita Marcotulli & Dado Moroni), e svariate altre combinazioni (Javier Girotto & Vince Abbracciante, Vanessa Tagliabue Yorke & Giulio Scaramella, Eleonora Strino & Claudio Vignali, Émile Parisien & Vincent Peirani)».
Petra Magoni
In provincia di Ravenna ci saranno 25 concerti, con nomi importanti come Bosso-Burgio, Avion Travel, Leon Phal Quintet, Karima Soulville, Famoudou Don Moye, Richard Galliano. Oltre a questi, c’è qualche nome ma- gari meno noto che ti sentiresti di consigliare?
«Limitandoci ai dintorni ravennati, aggiungerei, per onorare la creatività femminile, la pianista-cantante Francesca Tandoi con il suo trio il 9 aprile, a Massa Lombarda; poi il duo voci-chitarre As Madalenas, ovvero Cristina Renzetti e Tati Valle, a Solarolo il 20 marzo; il quintetto di Eloisa Atti, cantante e polistrumentista, col suo progetto Lost Mona Lisa, a Fusignano il 18 marzo (approfitto per segnalare questa nuova data: infatti il concerto era previsto il 7 marzo, ma lo abbiamo rimandato proprio in questi giorni per indisposizione dell’artista); sempre a Fusignano Canzoni in bianco e nero, con la voce di Petra Magoni accompagnata dal pianoforte di Andrea Dindo. Per parità di genere, citerei questo duo di giovani (quasi) mai sentito in Italia: entrambi classe 1990, il portoghese Tiago Nacarato (voce, chitarra) e il brasiliano Cainã Cavalcante (chitarra) fondono le culture musicali dei rispettivi paesi (Fusignano, 28 marzo). Mentre il giorno dopo, a Massa Lombarda, il palco sarà tutto del nostro local hero del sax, Alessandro Scala, col suo quartetto, ospite speciale Fabrizio Bosso». Qual è il segreto per organizzare artisticamente un festival di sei mesi in tutta la regione, con oltre 60 concerti e 400 artisti coinvolti?
«Il segreto è la determinazione, e la pazienza… È come giocare con un puzzle complicatissimo: devi trovare il pezzo giusto da inserire nel posto giusto. Insomma, un lavoro di incastri, a tutti i livelli: prima perlustri l’orizzonte, ascolti, leggi, pensi, poi devi combinare i tuoi desiderata in generale, ma anche nello specifico di ben 26 diverse località e svariate sedi di spettacolo, ognuna con le sue caratteristiche, e tenendo in mente anche i rapporti con i tanti partner sul territorio e le loro aspettative (in questo spazio ci vedo Tizio, in quell’altro sarebbe bello avere Caio), con la disponibilità degli artisti nel periodo dato, ma pure dei luoghi dei concerti, e ovviamente del calendario che man mano prende forma… E più si procede con il posizionare bandierine più il gioco si fa duro. La cosa peggiore è rimanere con date secche da riempire, non hai alternative, devono essere quelle per forza. Poi, quando tutto il quadro è completato, guardi con tenerezza la creatura, sospiri e dici: è nata! Incredibile, anche questa volta ce l’abbiamo fatta».
Fabrizio Bosso
In tutta la storia del festival, quali sono stati i concerti per te in assoluto più memorabili?
«Non è facile pescare nella memoria, né elencarli tutti. All’impronta, ricordo con entusiasmo il solo del sudafricano Abdullah Ibrahim, pianista e compositore sublime, lo scorso anno a Ravenna Jazz: novantenne, non si risparmiò, fece un concerto memorabile, ispirato e colmo di poesia. Poi vorrei citare il grande Enrico Rava, il Maestro, l’Alighieri della tromba come l’ho battezzato più volte, immancabile presenza nelle nostre programmazioni: in particolare, nel 2022, per Crossroads a Medicina, mise in piedi un gruppo inedito sotto il titolo provvisorio di Enrico Rava Edizione Speciale, circondato da giovani musicisti, alcuni già al suo fianco in altri ensemble, altri due erano nuovi prodigi da lui scovati (la sua abilità in questo è proverbiale): il trombonista Matteo Paggi e la batterista Evita Polidoro. Ebbene, il concerto fu a tal punto travolgente che da quel giorno nacque una nuova formazione stabile, destinata a diventare una delle più folgoranti sulla scena: si sarebbero chiamati The Fearless Five, i cinque senza paura… Hanno appena stravinto al Top Jazz di Musica Jazz, come miglior gruppo e miglior disco. Anche quest’anno li riproponiamo, per la terza volta, a Correggio il 16 maggio. Sono orgogliosa di aver ospitato il loro battesimo nel nostro festival. Infine, non posso non citare il “colosso” Sonny Rollins nella prima edizione di cui sono stata direttore artistico, a Reggio Emilia nel 2001».
“Una tigre nel deserto” racconta le avventure di Raffaele Barbieri, scomparso nel 2023 a causa di un tumore. Il ricavato della vendita delle foto e delle donazioni è stato devoluto dal figlio Francesco all’Istituto Oncologico Romagnolo
Dall’8 febbraio al 23 marzo il Centro Civico di Conselice ha ospitato la mostra fotografica “Una tigre nel deserto“, nata nel ricordo di Raffaele Barbieri, scomparso nel 2023 a causa di un tumore al colon. L’iniziativa, organizzata dal figlio Francesco, ha permesso di raccogliere 5 mila euro per la ricerca contro il cancro, devoluti allo Ior.
«Anche nella desolazione si può trovare un motivo per lottare: è questo uno degli insegnamenti che mio padre ci ha lasciato – commenta Francesco Barbieri -. Per questo ho deciso di simboleggiarlo con un’immagine: quella di una tigre, animale che mio padre portava tatuato sulla spalla, nel deserto, un panorama che ricorda lo sconforto che si prova all’indomani di una diagnosi di cancro ma anche un orizzonte che lo stesso Raffaele conosceva bene e amava, avendolo attraversato da giovane insieme agli amici, con zaino in spalla, in sella a una moto sgangherata e con un sacco a pelo nel portapacchi».
Più che un viaggio un’avventura, una delle tante affrontate con la macchina fotografica sempre al collo, sua grande passione. Negli anni si era trovato ad accumulare tante immagini suggestive, che tuttavia rimanevano appannaggio di amici e parenti a causa del carattere schivo e dell’umiltà che gli impediva di considerare quegli album degni di essere esposti. L’esibizione di queste foto a un anno e mezzo dalla morte, vuole essere per il figlio: «Non solo un sentito omaggio al suo ricordo, ma la dimostrazione che papà sbagliava: nei tre weekend di apertura la partecipazione è stata convinta e entusiasta, tanto che le opere vendute hanno superato ogni aspettativa».
La mostra è stata patrocinata dal Comune di Conselice, ed è nata anche come una occasione per sostenere attivamente la ricerca scientifica contro il cancro: oltre alla vendita di fotografie e alla raccolta di donazioni libere, è stata creata anche una pagina di crowdfunding per chiunque volesse supportate l’iniziativa anche online. Alla fine del progetto, la famiglia di Barbieri ha potuto portare in sede all’Istituto Oncologico Romagnolo un assegno da 5.000 euro: «L’auspicio è che serviranno a chi vivrà la nostra stessa esperienza a rispondere a qualcuna delle domande che io e mia sorella ci siamo fatti in questo anno e mezzo senza mio padre – continua Francesco -. Raffaele aveva sempre aderito ai programmi di screening, portava avanti una vita controllata ed era attentissimo alla propria alimentazione: eppure ha ricevuto una diagnosi di tumore al colon che in pochi mesi gli ha tolto ogni energia. Quando succedono cose di questo tipo è normale farsi tante domande: prima fra tutte, perché è successo? Capirlo, grazie alla ricerca, non significa solamente avere la soddisfazione di una risposta, ma anche fare un passo avanti verso la prevenzione e la cura di queste malattie per tutti quelli che restano».
«Le parole, di fronte a iniziative come quella di Francesco e della loro famiglia, sono quasi superflue – ha commentato Fabrizio Miserocchi, Direttore Generale Ior – sarebbe probabilmente più sensato lasciar parlare le suggestive immagini della mostra, raccontate dai bellissimi commenti a margine di suo figlio. Spero vivamente si possa replicare l’esibizione perché ciò che ha donato, non solo in termini di raccolta ma soprattutto di emozioni, in coloro che l’hanno visitata, è impagabile. Questa iniziativa racconta una volta di più che anche da un momento drammatico, come la perdita di un padre o di un marito, possa nascere qualcosa di prezioso: soprattutto se quella persona, in vita, ha lasciato ricordi importanti e indelebili in coloro che sono rimasti. Per Raffaele, a causa della particolare malattia che l’ha colpito, non è stato possibile seguire la strada della prevenzione e della diagnosi precoce: tuttavia rimangono le due armi più efficaci che abbiamo nella lotta contro il cancro, specialmente se supportate dalla ricerca».
La vecchia struttura sarà demolita. Dal prossimo settembre, i bambini saranno ospitati nelle sezioni delle primarie, del nido Pappapero e del Cavina per l’anno scolastico 2025/26
Procedono i lavori per la realizzazione della una nuova scuola dell’infanzia in corso Matteotti ad Alfonsine, un imponente progetto da 3 milioni 290 mila euro finanziato grazie ai fondi del Pnrr. Il plesso scolastico Bruco-Samaritani verrà appiattito per lasciare spazio alla nuova struttura. I lavori dovrebbero concludersi in circa un anno: per questo, dal prossimo settembre i 150 bambini che compongono le sei sezioni del Bruco-Samaritani non potranno frequentare le lezioni all’interno dell’edificio e verranno trasferiti in altri plessi scolastici del comune.
Nei giorni scorsi, l’assessore alle Politiche educative del Comune di Alfonsine, Luca Capacci, e i responsabili dei Servizi educativi dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna hanno incontrato i genitori dei bambini che frequentano la scuola materna e i nidi interessati dai trasferimenti, informandoli della situazione e delle soluzioni che si intendono attuare qualora il numero delle iscrizioni ai nidi d’infanzia per il prossimo anno scolastico (che sono tuttora in corso) confermi le previsioni dei Servizi educativi.
Per i bambini dai 3 ai 5 anni che frequenteranno le scuole dell’infanzia di Alfonsine nell’anno scolastico 2025/26 i Servizi Educativi dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna hanno previsto una collocazione transitoria che vedrà le due sezioni con i bambini più grandi ospitate nei locali di una delle due scuole primarie (Rodari o Matteotti). Le altre quattro sezioni saranno collocate tra il nido comunale Cavina e il nido privato Pappappero, grazie all’attivazione di sinergie con il sistema integrato 0/3, dato che la struttura ha un’ampia riserva di posti in convenzione col sistema pubblico e accoglierebbe i bambini di una sezione dell’asilo Cavina.
A metà del mese di maggio, quando perverranno tutte le domande di iscrizione ai nidi e alle scuole dell’infanzia, i Servizi Educativi dell’Unione potranno dare attuazione definitiva all’assetto per l’anno scolastico 2025/26.
«Il nostro territorio può vantare un grande patrimonio di servizi per l’infanzia, oltre che un efficiente sistema scolastico integrato per la fascia da 0 a 6 anni – spiega Luca Capacci, assessore alle Politiche educative del Comune di Alfonsine -. Questo ci consentirà di affrontare questo anno transitorio nell’ottica di uno stimolo per affinare nuovi progetti di continuità e integrazione dei servizi. Abbiamo equipe di professionisti che valuteranno e cureranno ogni aspetto, da quelli di natura organizzativa a quelli di progettazione pedagogica, cercando di trarre da questa necessaria convivenza un valore aggiunto».
«Kraugé viene dal greco antico, significa grido di lamento e rabbia, è un regalo che mi ha fatto un giovane attore con cui lavoro da tempo, Carlo Garavini». Eugenio Sideri (regista e drammaturgo ravennate che si occupa da anni di teatro di impegno civile e sociale) spiega così il titolo del suo nuovo libro, pubblicato come il precedente da Pendragon. In libreria dal 3 marzo, Kraugé. Tre tragedie moderne è una raccolta di tre testi teatrali, due già andati in scena e uno inedito. Sideri presenterà il libro in città il 29 marzo, all’Oriani. «Per me si è trattato di chiudere un cerchio» dice Sideri, «il libro precedente, Ernesto che faceva le case, era un romanzo che andava dal 1870 alla Seconda guerra mondiale, lo spettacolo Calere parlava del passaggio tra lo scorso secolo e quello attuale e qui invece c’è l’oggi».
Ma l’oggi di chi, Sideri, chi sono gli eroi di queste tragedie moderne? E qual è il loro urlo?
«Mi sono sempre interessati i lavoratori, le persone che nella vita quotidiana cercano di resistere e a volte soccombono di fronte all’ingiustizia di un mondo che non li riconosce più. In particolare il testo inedito racconta la storia di un uomo, un muratore, che perde il lavoro a più di cinquant’anni e non riesce a trovarne un altro e non riesce nemmeno a capire le spietate dinamiche che portano aziende a chiudere per ragioni finanziarie, nonostante i conti in attivo… I due testi già rappresentati sono invece Tantum Ergo, dedicato alla strage di Bologna e raccontato dal punto di vista delle due giovani vittime ravennati, e Lo squalo, che ripercorre la storia della Mecnavi».
Parlare di lavoro non è particolarmente frequente, oggi. Si considera un nostalgico del Novecento?
«Sicuramente il mio sguardo è spesso rivolto all’indietro, agli ideali che furono quelli dei padri fondatori della nostra Repubblica, espressi a partire dall’art. 1 e 3, e cerco di raccogliere i pezzi di quel passato per cercare di costruire qualcosa di nuovo e migliore. È vero, non si parla spesso di lavoro, eppure il lavoro ancora uccide e i lavoratori esistono ancora nelle fabbriche, al porto, negli uffici. Io stesso amo definirmi un “lavoratore dello spettacolo”, perché è esattamente quello che sono e mi sento, ho solo avuto la fortuna di poter vivere di ciò che amavo fare».
Lei ha scelto la forma libro, la carta, per testi nati per il teatro. Cosa deve aspettarsi il lettore?
«Il primo, Tantum Ergo, è in versi, quasi un poema, senza note né didascalie. Invece negli altri ho cercato, con qualche nota, di restituire il ritmo della scena. Credo possa essere un libro letto anche da chi non frequenta il teatro».
Siamo nel 2025, ci avviciniamo agli Ottanta anni della Liberazione che è sempre stata al centro del suo lavoro. Ha ancora senso parlare di Resistenza oggi? E cosa resta di quella battaglia?
«Io credo che la Resistenza resista, magari anche in forme nuove. Credo che gli eredi degli antifascisti siano quei giovani che oggi si battono per i diritti delle minoranze, per le donne, per l’antirazzismo, in un mondo che invece vede ovunque rigurgiti neofascisti spaventosi. Quindi sì, credo che parlare di Resistenza e raccontare quegli anni abbia ancora un valore».
I suoi progetti in occasione di questo anniversario?
«Sto lavorando ad Alfonsine a una brigata di voci resistenti che si esibiranno in piazza il 10 aprile (giorno della liberazione della cittadina, ndr) e sono stato chiamato per uno spettacolo a Reggio Emilia, per commemorare gli ottant’anni, a ottobre, del funerale dei Fratelli Cervi. Un onore per me lavorare in quelle terre e portarci un po’ della mia Romagna».
Il commento di D’Angelillo: «Gli Stati Uniti hanno promosso l’apertura dei mercati, ma non sono competitivi in molti settori produttivi, Europa e Cina hanno trionfato»
Massimo D’Angelillo è un noto economista ravennate, che dal 1985 svolge attività di consulenza e formazione. Tra le pubblicazioni che ha curato c’è “Avviare e sviluppare una impresa di servizi di import-export”. Gli abbiamo chiesto un’analisi sulla politica dei dazi e sulle conseguenze che potrebbero provocare per le imprese ravennati, se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump darà seguito alle sue minacce di introdurli sui prodotti europei.
Cosa sono i dazi e quali conseguenze comportano?
«I dazi sono una tassa di ingresso a un Paese su una merce. Per esempio, se gli Stati Uniti mettono un dazio del 20 percento sui prodotti cinesi, significa che costeranno il 20 percento in più. La conseguenza non è solo sui prezzi, ma anche sulla quantità dei prodotti provenienti dall’estero, che saranno acquistati di meno da chi li importa e quindi saranno meno reperibili sul mercato».
Che scopo hanno i dazi?
«La politica dei dazi non serve tanto per ostacolare le importazioni, bensì per favorire la produzione interna. Se gli Usa ostacolano i prodotti cinesi, è perché sperano di favorire la produzione nazionale di un prodotto analogo».
Trump ha minacciato i dazi contro l’Unione europea. È un rischio reale?
«Assolutamente sì. In questo senso, la politica dell’attuale presidente degli Stati Uniti non è distante da quella del suo predecessore Joe Biden, che già aveva l’obiettivo di spingere una parte dell’industria europea a trasferirsi negli Usa. Molte imprese dell’Ue esportano i loro prodotti negli Stati Uniti, in primo luogo automobili, moto e farmaci; e alcune di queste, dopo le minacce di Trump, hanno già dichiarato l’intenzione di spostare la loro produzione negli Usa. In questo modo non sarebbero soggette a dazi. Inoltre risolverebbero un altro annoso problema europeo, quello del costo dell’energia, che negli Stati Uniti è molto meno cara. In definitiva, se Trump introdurrà davvero i dazi sui prodotti europei, per molte imprese potrebbe diventare molto conveniente spostarsi negli Usa».
Ci possono essere conseguenze negative per i paesi che introducono i dazi?
«Le ripercussioni sono di due tipi: la reazione degli altri Stati, che in risposta alle minacce di Trump, hanno già dichiarato l’intenzione di introdurre a loro volta i dazi sui prodotti Usa; e l’aumento dei prezzi. Questo vale soprattutto per i prodotti non sostituibili, come per esempio il nostro Parmigiano reggiano. Si tratta di un alimento unico al mondo, e anche se costerà il 20% in più, gli statunitensi continueranno ad acquistarlo, poiché non possono produrlo».
Perché secondo lei siamo arrivati a questa situazione?
«È la conseguenza del fallimento della globalizzazione promossa dagli Stati Uniti, che credevano di uscirne vincitori e invece hanno perso la partita. L’apertura dei mercati avvenuta negli ultimi vent’anni ha visto trionfare la Cina e l’Europa, poiché gli Usa non sono competitivi nella maggior parte dei settori produttivi. Quindi, anche se si credono grandi e forti, hanno adottato l’arma dei deboli: quella di chiudersi in difesa, come fanno le squadre di calcio per non prendere gol».
Le imprese ravennati saranno toccate dai dazi negli Usa?
«Solo in minima parte. L’economia di Ravenna non è molto dipendente dalle esportazioni negli Stati Uniti, in quanto si concentra su settori come l’agroalimentare, il turismo e il petrolchimico, che hanno i loro principali rapporti commerciali con il resto d’Europa. Le ripercussioni negative riguarderanno soprattutto le imprese del territorio che producono vino. Penso alla Cevico di Lugo e alla Caviro di Faenza, che esportano molte bottiglie verso gli Usa. Dal momento che gli Stati Uniti hanno una produzione nazionale di vino, i dazi potrebbero penalizzare fortemente le vendite di queste aziende».
E il porto?
«Il porto di Ravenna ha i suoi principali traffici verso il Mar Nero, perciò soffre molto di più per la guerra in Ucraina, che infatti negli ultimi due anni ha determinato un forte calo di container».
Giovedì 13 marzo alle 21 Roberto Tedesco e Gador Lago Benito sulle note di Daniele Di Bonaventura e Alfredo Laviano
Giovedì 13 marzo, alle 21 alle Artificerie Almagià, si terrà il primo dei due appuntamenti fuori abbonamento della stagione di danza di Ravenna dal titolo Impromptus: arie, danze e improvvisazioni, un progetto nato grazie al dialogo con il Centro Coreografico Nazionale/Aterballetto. La serata vedrà Daniele Di Bonaventura al bandoneon e Alfredo Laviano alle percussioni; a danzare sono Roberto Tedesco e Gador Lago Benito.
Favorendo una relazione fluida e spontanea tra le due discipline in uno spazio creativo dove coreografi e musicisti lavorano fianco a fianco, Impromptus permette di dare forma a opere attraverso l’improvvisazione e la reciproca ispirazione. Il secondo evento all’Almagià è il 15 aprile, quando saranno i violoncelli dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini a dialogare con i danzatori Leonardo Farina e Arianna Ganassi.
«Improvvisazione è oggi un termine assai vago. Che spesso allude soltanto a un margine di autonomia nella creazione – nota Gigi Cristoforetti, direttore del CCN/Aterballetto – La vera improvvisazione è invece quella che caratterizza il progetto Impromptus. Nasce da un incontro tra artisti di discipline diverse, i quali dentro lo spazio e con il pubblico costruiscono qualcosa che prima non siamo in grado neppure di immaginare. Aspettiamo con curiosità questo momento quasi magico».
«Da sempre cerchiamo di rendere la nostra programmazione sensibile ai nuovi linguaggi e ai nuovi pubblici – sottolinea Antonio De Rosa, sovrintendente di Fondazione Ravenna Manifestazioni – e siamo pertanto molto felici che quest’anno la collaborazione con il Centro Coreografico Nazionale/Aterballetto e il suo direttore generale e artistico Gigi Cristoforetti ci offra occasione di ampliare gli orizzonti della stagione, attraverso sperimentazioni nei territori dell’improvvisazione, all’incontro fra musica e danza. Grazie al coinvolgimento di interpreti di qualità, approdiamo alle Artificerie Almagià, fra i luoghi più caratterizzanti e vivaci della darsena di città, il ‘magazzino dello zolfo’ dove cercheremo nuove alchimie e ci spingeremo oltre i tradizionali confini della composizione».
Appuntamento il 13 marzo al salone Estense con la consigliera regionale Proni e il senatore Manca
Le prospettive della sanità regionale e il suo finanziamento sono gli argomenti di un incontro pubblico organizzato dal Partito democratico a Lugo per le 20.30 del 13 marzo. Nel salone Estense della Rocca interverranno la consigliera regionale Eleonora Proni e il senatore Daniele Manca.
«L’Emilia-Romagna è la Regione con la migliore sanità del Paese e si trova di fronte ad un bivio – si legge in una nota del Pd –: o ridurre e tagliare importanti servizi sanitari come il livello dei trasferimenti statali presupporrebbe, oppure fare una scelta difficile ma coraggiosa. Far fronte al fabbisogno finanziario della Sanità regionale investendo ancor di più nella rete dei servizi ospedalieri, territoriali e di medicina generale, nella prevenzione e nell’integrazione sociale e sanitaria». Come noto, la necessità di investire nella sanità è uno dei motivi forniti dalla giunta De Pascale per spiegare la decisione di aumentare le tasse stabilite dalla Regione.
«Il Governo delle destre ha stanziato per il servizio sanitario nazionale l’equivalente del 6 percento del Pil – prosegue la nota –, una cifra ampiamente insufficiente per garantire la qualità e continuità dei servizi e delle prestazioni sanitarie e sociali. Il Governo lavora ormai alla luce del sole per la privatizzazione della sanità e il ritorno alle assicurazioni. La Regione vuole garantire la qualità dei servizi e la protezione dei cittadini, in un contesto in cui le risorse nazionali sono sempre più limitate. Questa manovra rappresenta un impegno concreto per mantenere elevati standard di assistenza e supporto alla comunità emiliano-romagnola».
L’ex 007 originario di Lugo operava in Iraq nel 2005 e fu incaricato di riportare in Italia la giornalista Giuliana Sgrena per completare la missione dopo l’uccisione del collega dei servizi segreti
Marco Mancini aiuta la giornalista Giuliana Sgrena a scendere dall’aereo al rientro in Italia dopo la liberazione dal sequestro in Iraq nel 2005
Nei cinema è uscito “Il Nibbio”, il film che porta sul grande schermo la drammatica storia di Nicola Calipari, l’agente dei servizi segreti italiani ucciso a Baghdad nel 2005 durante una missione per liberare la giornalista Giuliana Sgrena. A completare la missione, riportando in Italia la cronista de Il Manifesto, fu mandato un altro 007, il lughese Marco Mancini. La foto che lo ritrae insieme a Sgrena, scendendo da un aereo a Roma, ha fatto il giro del mondo (ed è stata anche una recente prima pagina del settimanale Ravenna&Dintorni).
«Non sapevo nemmeno che Nicola fosse in Iraq – ha ricordato Mancini parlando con Ruggiero Montenegro sulle pagine de Il Foglio –. Nella tarda serata di quel 4 marzo fui convocato a Palazzo Chigi, ad attendermi c’erano diverse persone tra cui il generale Nicolò Pollari, l’autorità delegata Gianni Letta, Pier Scolari e il premier Silvio Berlusconi. Chiedo il perché e mi rispondono: Calipari è morto».
Il ventesimo anniversario della morte è caduto il 4 marzo scorso. «Provo un dolore molto profondo, ancor di più ora, a poche ore da questa tragica ricorrenza – ha detto Mancini al quotidiano –. Mi resta la consapevolezza di aver perso un amico, uno straordinario collega e un patriota. Ci frequentavamo e come si fa in trincea avevamo un rapporto stretto, scambiandoci anche confidenze private».
In quello stesso periodo anche Mancini operava in Iraq. «Ma non so nulla di quello che è avvenuto, non so perché gli americani abbiano sparato. Non so se Calipari avesse messo al corrente i servizi degli Stati Uniti».
Nelle dichiarazioni rilasciata a Il Foglio, Mancini ha ribadito un concetto espresso anche nell’intervista a R&D: «C’è un problema di controspionaggio in Italia, di cui l’autorità delegata e la premier dovrebbero farsi carico. Prendiamo il caso Paragon: se tutte le strutture negano di aver spiato Cancellato, Casarini o don Alessio Ferrari, allora vuol dire che c’è un vulnus di sicurezza nazionale. Gli spiati sono stati avvertiti da Meta, non dall’autorità delegata. Questo deve farci riflettere».
Paragon è il nome di una società israeliana che ha messo a punto il software Graphite con cui risulta che sono stati spiati, tra gli altri, i telefonini del fondatore dell’Ong Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini, e del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Graphite è una tecnologia di sorveglianza di livello militare in grado di penetrare anche in smartphone criptati.
«A mio giudizio è stata sottovalutata la forza e l’attività di intelligence che i russi svolgono da anni e in maniera capillare in tutti i paesi europei – afferma Mancini –. Un’attività di spionaggio, forse anche di sabotaggio e sicuramente di disinformazione. Ricordiamoci Walter Biot, ufficiale della Marina militare, catturato dal Ros mentre stava cedendo informazioni segrete a spie russe. È stata fatta una grande operazione di polizia giudiziaria. Ma mi domando dov’era il controspionaggio quando Biot è stato reclutato?».
Il consiglio di Mancini, da ex 007, è di confrontarsi con i partner europei per avere una strategia comune contro i servizi russi: «Sono la prima minaccia che dobbiamo valutare e a cui rispondere».
Un investimento da 175 mila euro che permetterà di migliorare le strutture esistenti, dotandole di attrezzature rinnovate e adatte all’utilizzo per diverse discipline
Sono partiti i lavori di ripristino degli impianti sportivi nell’area dello stadio Muccinelli di Lugo: le strutture avevano subito ingenti danni causati dal ristagno delle acque a seguito dell’alluvione. I lavori richiedono un investimento di 175mila euro nell’ambito nell’ambito di un progetto complessivo di recupero post alluvionale che ha già interessato il campo da Beach-volley coperto e gli uffici e spogliatoi sotto la tribuna dello stadio, dove i lavori sono attualmente in corso.
Nelle prossime settimane si provvederà invece a sostituire pavimento in legno ammalorato con una nuova pavimentazione in pvc nella tensostruttura prossima allo stadio, dove si praticano pallamano e calcio a 5. Il nuovo rivestimento in gomma consentirà inoltre di praticare nuovi sport. È stato poi sostituito il telo protettivo, divelto dalla tempesta dello scorso dicembre e, per il calcetto, verrà installata una coppia di porte regolamentari.
All’interno dello stadio invece verrà demolita e sostituita la gabbia del lancio del martello, anch’essa resa inagibile dal maltempo.
«Questi interventi sono sia una necessità post-alluvionale che un investimento sull’area sportiva di via Toscana – commentano Luigi Pezzi, vicesindaco e assessore allo Sport, e Veronica Valmori, assessora al Lavori pubblici del Comune di Lugo -. L’intervento consentiràagli sportivi lughesi di riappropriarsi di impianti non solo ripristinati, ma migliorati. Oltre all’esigenza di restituire ai cittadini quello che l’alluvione ci ha tolto, ribadiamo l’obiettivo di investire nella dimensione sportiva della città».
L’obiettivo è costituire una rete che consenta di incrementare il numero attuale di 1.500 visite annuali
La stretta di mano tra Grandi e Zanolli
La Villa romana di Russi è da oggi sotto la competenza diretta dei Musei nazionali di Ravenna. Il sito archeologico rinvenuto negli anni trenta del 1900, ma originario del I secolo avanti Cristo, si aggiungerà così alla rete composta dal Museo nazionale, il Palazzo di Teodorico e i tre siti Unesco della Basilica di Sant’Apollinare in Classe, del Battistero degli Ariani e del Mausoleo di Teodorico.
L’augurio della vicesindaca di Russi Anna Grazia Bagnoli è quello che «la sinergia porti percorsi nuovi non solo per i russiani ma per chiunque venga a visitare la villa – ha dichiarato nel corso di un incontro con la stampa -. La nostra volontà è quella di iniziare un percorso nuovo per un pezzo storico e artistico di Russi che riteniamo sia al momento sottovalutato. Attraverso un tavolo di lavoro condiviso con il Comune di Ravenna e la direzione dei musei siamo intenzionati a migliorare a piccoli passi».
Il sito di via Fiumazzo (in cui è in fase di allestimento un’area camper) era prima sotto la competenza della direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna ed è ora parte del nuovo istituto autonomo costituito a seguito della riforma del ministero della Cultura di ottobre 2024.
«La Villa romana di Russi non la scopriamo di certo ora – ha dichiarato Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna -. Da oggi però si unisce agli altri siti ravennati e grazie a nuove sinergie da attivare con le istituzioni e le comunità locali troverà un’ottima cassa di risonanza. Tanti sono i collegamenti storici, le opportunità di ricerca e di comunicazione che la nostra squadra si impegnerà a sviluppare, senza dimenticare la mobilità e passando per il restauro di apparati che possano agevolare e migliorare la visita».
«La nostra intenzione – conclude il direttore Sardo – oltre a quella di far sì che i russiani si facciano attori attivi e vitali del patrimonio, è quella di portare a Russi anche solo il 5 o il 10 percento dei 200mila visitatori l’anno che visitano la basilica di Sant’Apollinare in Classe. È una sfida difficile ma molto stimolante». Al momento, infatti, sono circa 1.500 i visitatori annuali registrati dal sito archeologico di Russi, che ora – sottolinea Federica Timossi, direttrice della Villa romana – «sarà nuovamente connessa ai reperti in essa ritrovati che si conservano nei depositi del Museo Nazionale di Ravenna, permettendo inedite sinergie di valorizzazione». Tra le possibili novità, anche l’inserimento della Villa romana in un biglietto cumulativo con gli altri siti museali.
«Stiamo lavorando – si legge in una nota inviata dalla sindaca di Russi, Valentina Palli – sulla interconnessione di percorsi ciclabili protetti, Palazzo San Giacomo diventerà hub intermodale, il turismo slow sulle aste fluviali e nel percorso del parco Delta 2000 dalla Villa romana porta con un percorso semplice ed accessibile, a giungere al mare. Una giornata che parte da Russi può portare ad ammirare le meraviglie di Ravenna e concludersi con i piedi nella sabbia. Sono tutte connessioni che trarranno grande giovamento da questo nuovo istituto autonomo».
La sinergia parte con due appuntamenti: venerdì al 14 marzo alle 17 al Museo nazionale di Ravenna si terrà la presentazione di un volume dal titolo Ricomporre la memoria. Ottant’anni di scavi nella villa romana di Russi: le terme e i pozzi a cura di Chiara Guarnieri e Giovanna Montevecchi; sabato 15 marzo alle 15 alla Villa una presentazione degli scavi guidata dalla direttrice Timossi.
Il sito testimonia la prosperità commerciale del territorio ravennate fin dalla prima età imperiale romana. La villa urbano-rustica di Russi conobbe il massimo splendore tra il I e il II sec. d.C., quando il complesso venne completamente ristrutturato, da un proprietario probabilmente arricchitosi vendendo le eccedenze agricole (vino in primis) alla flotta militare romana che, dall’epoca di Augusto, aveva sede a Ravenna.
Il furto ai danni di un’anziana è avvenuto nei pressi del cimitero, zona già presidiata dai militari
L’arresto è avvenuto nella giornata di ieri, lunedì 10 marzo, quando i carabinieri del nucleo operativo di Faenza e di Borgo Urbecco hanno colto in flagranza di reato due uomini per furto con destrezza ai danni di una signora anziana.
La donna si era fermata con l’automobile in prossimità del cimitero per buttare la spazzatura nei cassonetti a bordo strada, lasciando la macchina aperta e la borsa all’interno dell’abitacolo. Poco dopo, un secondo veicolo si è affiancato all’auto posteggiata. Uno dei due uomini a bordo è sceso, sottraendo rapidamente la borsa dell’anziana per poi darsi alla fuga insieme al complice. La zona però era presidiata da militari in borghese e con auto di copertura, proprio a causa di episodi analoghi di furto commessi nell’area. I carabinieri sono dunque riusciti a fermare tempestivamente i due uomini, entrambi di nazionalità italiana con origini rom, che sono stati condotti in camera di sicurezza, in attesa dell’udienza di convalida al tribunale di Ravenna. Contestualmente sono state avviate le procedure per il provvedimento di divieto di ritorno nel Comune di Faenza.
La borsa trafugata conteneva una somma di 300 euro, oltre a vari effetti personali della vittima e oggetti appartenuti al defunto marito, a cui la donna era particolarmente legata.