martedì
12 Maggio 2026

«L’Italia ha un’agenzia di cybersicurezza, sorvegliare gli spazi digitali è vitale»

Andrea Farina è il fondatore di Itway che si occupa di tecnologie e protezione di dati e reti informatiche «Ogni guerra reale si combatte in parallelo anche tra hacker per il controllo delle informazioni»

cybersecurity

«Dal 2021 è operativa l’Acn, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. L’Italia arriva in ritardo rispetto ad altri Paesi e il budget è
basso, ma è stato un passo importante: almeno ora c’è un ente governativo specifico per un settore così delicato». Il ravennate Andrea Farina conosce bene la materia: la sua azienda Itway, fin dalla fondazione nel 1996, si occupa di progettazione, produzione e distribuzione di tecnologie e soluzioni nei comparti della cybersecurity, intelligenza artificiale e big data.

Il cyberspazio è anche terreno di scontro fra Stati in parallelo alle guerre tradizionali con bombe e carriarmati: «Il controllo delle
informazioni è una miniera d’oro. Se prendiamo i casi più noti e recenti di scontri militari in Ucraina e Palestina, non c’è dubbio che gli schieramenti opposti si fronteggino anche nel mondo informatico».
Garantire la sicurezza degli spazi digitali è diventata ormai una necessità per lo Stato: «È lì che si trovano informazioni di ogni tipo. Ci sono notizie di carattere militare ma anche piani industriali di grandi aziende che mostrano le intenzioni economiche di una nazione. Tranne alcuni casi in cui ancora il passaggio delle informazioni avviene su supporti fisici e quindi richiede l’incontro fra persone, ormai la maggior parte delle informazioni viaggia attraverso le reti online».

E così sono cambiati anche i travestimenti degli agenti segreti: «Una volta era comune avere un ruolo nel settore import-export, oggi invece è più efficace essere un consulente al servizio di aziende o Stati. Da lì si può avere accesso ai dati».
Quindi anche i meccanismi di difesa devono adeguarsi alle nuove tecniche. Uno di questi è il Data Loss Prevention (Dlp): «I sistemi informatici sono programmati per riconoscere anomalie nel comportamento degli utenti. Non basta solo tenere traccia di chi scarica un file o di chi invia una mail, devono accendersi degli “alert” anche per altri comportamenti. Ad esempio la stampa di molte pagine in periodi ravvicinati deve dare un messaggio al responsabile della sicurezza informatica perché potrebbe essere
qualcuno che tenta di estrarre informazioni protette per rivenderle».

Le ricerche dicono che il mirino degli hacker è puntato sempre più spesso sull’Italia. Il rapporto di fine 2023 del Clusit, l’Associazione italiana per la sicurezza informatica, ha esaminato 1.382 attacchi hacker mondiali nel primo semestre dell’anno scorso: a livello globale c’è stato un rallentamento della crescita degli attacchi cyber che si attesta all’11 percento, ma l’Italia risulta in controtendenza con un aumento del 40 percento. Nel periodo considerato, le vittime italiane sono state il 9,6 percento del totale.

Considerando il periodo 2018-2023, se a livello globale gli incidenti sono aumentati del 61,5 percento, nel nostro Paese la crescita complessiva ha raggiunto il 300 percento.

Secondo Farina questo è dettato anche dalla maggiore vulnerabilità dei sistemi italiani per arretratezza e ancora scarsa competenza: «La pubblica amministrazione è ancora in condizioni tutt’altro che efficienti nella protezione delle sue reti interne e questo vale anche per molti enti locali del nostro territorio che non investono nella sicurezza e possono essere colpiti, perdendo informazioni sensibili e creando disagi alla cittadinanza». Sullo sfondo c’è un malcostume radicato: «Quante volte sentiamo dei dirigenti di aziende o di amministrazioni pubbliche ammettere che non capiscono niente di informatica e di lasciare fare tutto ai loro tecnici? Però queste persone maneggiano comunque telefonini e computer, aprono email e vanno su siti e non si rendono conto dei rischi che fanno correre alle proprie organizzazioni».

La candidata a sindaco di Lugo Roberta Bravi si ritira dalla corsa elettorale

Alle radici della rinuncia della capogruppo del Terzo Polo un imprevisto problema di salute

roberta bravi

La candidata a sindaco Roberta Bravi, volto del Terzo Polo e capogruppo della coalizione formata da “Per la Buona Politica”, “Italia Viva”, “Azione e Lugo Civica”, si ritira dalla corsa elettorale a causa di motivi di salute.

Una nota per la stampa di “Per la Buona Politica” esprime la vicinanza dell’associazione all’ex capogruppo: «Con rammarico prendiamo atto della sua scelta di dare priorità a questa sua attuale sfida e quindi di non potersi dedicare con la forza e serenità necessarie ad un così importante impegno come quello della corsa elettorale. Oggi, sabato 23 marzo, si è riunito il consiglio direttivo de Buona Politica per definire l’esito delle valutazioni che Roberta Bravi, attuale capogruppo nonché candidata a sindaco di Lugo, ha maturato relativamente alla rilevante questione di salute di cui ci ha informati». Grazia Massarenti, presidente dell’associazione, continua: «I più forti auguri per il superamento in positivo della sua condizione di salute, manifestando tutto il sostegno, l’affetto e la stima».

Oltre alle parole di rammarico, “Per la Buona Politica” recrimina la campagna elettorale di discredito e denigrazione nei confronti della candidata Bravi (oltre che dell’intero movimento civico), recentemente al centro di alcune polemiche riguardanti l’utilizzo improprio del termine “avvocato” per la capogruppo, spesso presentata con tale titolo seppur non iscritta all’Ordine. L’associazione ha sottolineato come esistano gli elementi per dimostrare le ragioni della consigliera, in possesso di un titolo di laurea in Giurisprudenza, specializzazioni e master.

In un post su Facebook, Bravi ringrazia i sostenitori per la vicinanza, rassicura sul suo stato emotivo e scrive: «Nella vita però bisogna seguire le priorità, anche quando non vorremmo. Ho tante attività da portare a compimento: una nuova società, progetti formativi e ora questo piccolo imprevisto che in questi giorni ha assunto centralità nei miei pensieri e richiede la mia attenzione».

La mostra apre ma il guardiano non c’è: visitatori in fila fuori dai cancelli

Accogliamo l’avviso e le foto di un lettore sull’inaspettata attesa fuori dal museo per la vedere gli scatti di “Exodus”

mar inaugurazione

C’era grande attesa per l’inaugurazione della mostra Exodus di Sebastiao Salgado, di venerdì 22 al Mar. Due giorni dopo, accogliamo e pubblichiamo la segnalazione di un lettore, sorpreso dalla piccola folla nel giardino del museo nella prima mattinata di domenica 24 marzo.

L’apertura della mostra era infatti prevista per le ore 10 e la guardia della galleria avrebbe dovuto presentarsi intorno alle 9.30, per garantire un accesso fluido a tutti i visitatori. Alle 10.30 però, gli addetti all’apertura del museo non c’erano e sempre più turisti (e ravennati) sono rimasti fuori in attesa per quasi un’ora.

mar inaugurazione

Fanno esplodere il bancomat nel cuore della notte e scappano con il bottino

Grossi danni anche alla struttura della banca, ancora da quantificare l’importo della refurtiva
bancomat

Il boato è esploso intorno alle 3.30 della nottata tra sabato 26 e domenica, quando alcuni banditi hanno assaltato il bancomat della banca Bper a Mezzano, lungo la Statale 16 Adriatica.

Secondo le prime ricostruzioni dei Carabinieri, intervenuti immediatamente sul posto, i banditi avrebbero usato la “tecnica della marmotta”: dopo aver oscurato le telecamere di sicurezza, hanno fatto esplodere lo sportello di prelievo, requisendo il denaro e scappando a bordo di due veicoli. L’importo del bottino rimane ancora sconosciuto.

Per gli agenti ora è partita la caccia all’uomo, dopo i rilievi di legge e l’acquisizione dei filmati di videosorveglianza si ricercano i banditi, ancora ignoti. Oltre al furto, dovranno rispondere anche degli ingenti danni alla struttura della banca, sulla quale si sta già intervenendo per permettere la riapertura lunedì. Circa due mesi fa, la stessa banca subì un altro colpo, ma in quel caso i banditi furono più sfortunati e l’assalto si è concluso con una fuga a mani vuote.

L’albergatore Donati: «Ravenna ha abbastanza alberghi per gli eventi della piscina»

Il consigliere comunale di opposizione replica al direttore dell’impianto, perplesso sulle potenzialità future

piscina
Ingresso della piscina

«A Ravenna non manca la capacità ricettiva degli alberghi per ospitare grandi eventi. Ovviamente non si può pensare che i posti letto siano tutti in città, ma vanno pensati in ottica più ampia guardando fino ai lidi, alla Bassa Romagna e alla vicina Cervia».

Filippo Donati, titolare dell’albergo Diana in centro a Ravenna, replica alle parole di Fabrizio Berlese, direttore della piscina comunale di Ravenna che, in un nostro precedente articolo, aveva espresso perplessità sulla reale possibilità di ospitare grandi eventi nella futura nuova piscina per via della mancanza di strutture di accoglienza in zona.

Donati, ex presidente nazionale di Asshotel e oggi consigliere comunale all’opposizione dopo la candidatura a sindaco con il centrodestra, porta esempi di come la città abbia dimostrato di essere capace di rispondere alla domanda di alloggi: «Omc è un grande evento e non ci sono problemi. Stessa cosa per la maratona. E nel caso dei maratoneti il mio albergo fa quello che fanno molti altri: ci riorganizziamo per le esigenze degli atleti con orario della colazione anticipato e prodotti alimentari vicini alle loro diete, checkout a tardo pomeriggio così dopo la corsa possono rientrare per una doccia». Insomma, il messaggio di Donati è chiaro: gli albergatori ravennati sono pronti se il futuro gestore della piscina saprà sfruttare l’impianto.

Questo però non significa che il consigliere comunale sia soddisfatto della politica turistica curata dall’amministrazione De Pascale: «Nel comune ci sono più di 300 B&b che equivalgono a più di 900 camere. È un numero che rappresenta una grande concorrenza per chiunque volesse costruire un nuovo albergo in città. Forse servirebbe una stretta sui controlli»

Prosciugato il patrimonio di un anziano, condannata la badante

Una circonvenzione di incapace, secondo l’accusa, ai danni di un allevatore di Faenza

Badante Cooperativa Padova Vicenza

Nella lista dei regali incassati per un valore di più di due milioni figuravano un appartamento da oltre 230.000 euro, due polizze sulla vita per un totale di un milione e 100.000 euro, la delega a operare sul conto corrente, assegni e contanti per quasi 400.000 euro e un salario mensile da 5.000 euro.

Una circonvenzione di incapace, secondo l’accusa, ai danni di un anziano allevatore di Faenza, nel Ravennate, costata una condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione a una badante 59enne di origine albanese.

Secondo quanto riferito dai due quotidiani locali, stessa pena ma per riciclaggio, è stata inflitta al figlio della donna. I due dovranno inoltre pagare una provvisionale di 50.000 euro.

Il giudice Cecilia Calandra del Tribunale di Ravenna ha invece assolto gli altri due imputati: il marito della badante e la fidanzata del figlio, entrambi accusati di riciclaggio.

L’anziano – classe 1926 – soffriva di marcato deterioramento cognitivo: grazie a ciò la sua badante – sempre secondo la Procura – negli ultimi anni di vita sarebbe riuscita a mettere le mani su buona parte dei suoi beni tra il 2013 e il 2017.

I primi dubbi si erano palesati quando l’allevatore aveva cominciato a chiedere prestiti alla figlia manifestando pure la sua intenzione di cedere beni dal valore affettivo. La difesa ha invece sempre sostenuto che l’anziano fosse lucido e determinato nelle sue scelte. (fonte Ansa.it)

Follia a una partita di calcio tra bambini: un padre dà una testata all’allenatore

“Colpevole” di aver sostituito il figlio dell’uomo. Il giovane mister al Pronto Soccorso: «Denuncerò»

Calcio Giovanile 696x462

Ci conferma quanto accaduto attorno alle 21.30 di sabato sera, ancora al Pronto Soccorso, dove si trova da diverse ore. E dove è stato costretto a farsi medicare dopo aver ricevuto una testata dal babbo di uno dei bambini che allena – classe 2013 – nel Mezzano.

La vittima è l’allenatore Mattia Gallamini, un ragazzo di 22 anni, “reo” di aver sostituito il figlio dell’uomo che lo ha poi aggredito.

È successo durante una partita tra bambini di 10 e 11 anni, nel pomeriggio del 23 marzo, tra i padroni di casa del Mezzano e il Cervia.

Gallamini dopo circa un quarto d’ora di gioco decide appunto di sostituire uno dei suoi baby calciatori per un problema alle scarpe, nuove, un po’ troppo grandi. I genitori però non la prendono bene ed entrano in campo, padre e madre. Se la prendono prima con il vice, poi con il mister Mattia. Il padre, come detto, arriva a colpirlo con una testata, poi avrebbe cercato anche di prenderlo a calci.

A fine partita, il giovane allenatore è costretto ad andare al Pronto soccorso. E ora annuncia l’intenzione di voler denunciare l’uomo.

Insegue l’ex in auto dopo chiamate, messaggi e pedinamenti: arrestato per staking

La donna, nonostante la concitazione del momento,  è riuscita a segnalare al 112 l’episodio. Gli agenti hanno colto l’uomo in flagrante appostato nei pressi dell’abitazione della vittima

Stalking
Incapace di accettare la fine della relazione, inizia a tempestare l’ex compagna di chiamate e messaggi, arrivando a pedinarla nei pressi della sua abitazione, sul lavoro e negli ambienti abitualmente frequentati.

L’uomo in questione, cittadino italiano, è stato arrestato lo scorso giovedì (21 marzo) dalla polizia di Ravenna per reato di stalking.

Nel pomeriggio di giovedì infatti, mentre la donna stava rientrando a casa in macchina è stata inseguita dall’ex, che ha tentato in più occasioni di forzarla ad accostare.

Grazie alla tempestiva segnalazione al 112 da parte della donna, che nonostante la paura e l’agitazione è riuscita a contattare il numero di emergenza durante l’inseguimento, l’uomo è stato intercettato dalla polizia a bordo dell’automobile a poca distanza dall’appartamento della vittima.

Colto in flagranza di stalking, per l’uomo sono stati disposti gli arresti domiciliari in attesa dell’udienza di venerdì 22.

A seguito del colloquio l’autorità giudiziaria ha convalidato la misura e disposto nei confronti dello stalker il divieto di avvicinamento all’ex compagna.

Multati e denunciati per aver infranto la “zona del silenzio” con musica e casse

I giovani stavano ascoltando frequenze ad alto volume in piazza San Francesco, dopo svariati avvertimenti gli agenti sono intervenuti con una sanzione e il sequestro dell’amplificatore
Potere al Popolo: «Un fatto gravissimo che si lega a un clima di repressione voluto e cercato»

Ravenna Basilica San Francesco Archivio Comune Ravenna

Nel pomeriggio del 22 marzo la polizia locale ha multato (per una cifra di 250 euro) e denunciato alcuni ragazzi  che si trovavano in piazza San Francesco (la “Zona del silenzio” della città) ad ascoltare musica a tutto volume, sequestrando l’impianto stereo. La notizia è stata riportata dal Corriere di Romagna in edicola oggi, sabato 23 marzo.

Secondo quanto specificato dal quotidiano, prima di intervenire le forze dell’ordine avrebbero rivolto vari avvertimenti ai ragazzi, arrivando a un momento di tensione durante il sequestro dell’amplificatore, ripreso via smartphone da alcuni presenti.

A commento della vicenda, una dichiarazione Potere al Popolo che critica l’intervento delle forze armate, considerandolo un atto reprensivo e sconsiderato: «Come Potere al Popolo Ravenna vogliamo portare la nostra massima solidarietà ai due ragazzi che ieri sera in Piazza San Francesco sono stati multati  solo per ascoltare musica come facevamo in gruppo abitualmente. Di fronte a una situazione che i ragazzi presenti ci dicono sembrava risolta si è voluta applicare senza un senso logico l’ottusa ordinanza comunale sul decoro dello “sceriffo” e vice Sindaco Fusignani, ordinanza assurda che denunciamo da sempre, facendo intervenire in massa forze della polizia municipale. I video sono raggelanti e preoccupanti per la nostra città. Il fatto gravissimo è sintomatico e si lega a nostro avviso a un clima di repressione voluto e cercato, ovunque e per qualsiasi motivo. Diventa necessario non chinare la testa o rassegnarsi, ma anzi riteniamo sia ora che  ci si ritrovi tutti assieme a breve per riaffermare il diritto all’utilizzo degli spazi comuni e pubblici nella nostra città lanciando la proposta di un’Assemblea cittadina sulla questione».

Gli “Amici Fiamme Gialle” regalano un uovo di Pasqua ai bambini ricoverati

Un dono per i piccoli pazienti del reparto pediatria di Ravenna e per i loro famigliari per compiere un passo in più verso «una comunità accogliente e includente»

donazione uova di pasqua

Un uovo di Pasqua per ogni bambino e famigliare ricoverato. È il regalo di Pasqua che l’associazione “Amici Fiamme Gialle (Afigi) per la Solidarietà” della sezione di Ravenna-Bologna ha fatto ai degenti del reparto Pediatria dell’Ospedale di Ravenna. Un gesto di sensibilità molto apprezzato dai piccoli pazienti.

Tra gli obiettivi dell’associazione c’è il desiderio di «una comunità accogliente e includente». E, spiegano, «tenere insieme una comunità è frutto della cura e dell’impegno di chi ne fa parte, di ogni suo singolo membro». Per questo, anche il valore simbolico del dono e della sorpresa acquisisce, tra le mura del reparto, un grande significato in momenti non facili come quelli del ricovero.

Un sentito grazie è stato riportato da tutto il personale medico e infermieristico della Pediatria e Neonatologia di Ravenna e dalla Direzione Sanitaria dell’Ospedale.

«Linkedin piace ai servizi segreti per reclutare informatori con offerte di lavoro»

«I più bravi a corrompere le fonti sono i cinesi» L’ex deputato Alberto Pagani (Pd) è un consulente di sicurezza: «Israele preferisce uccidere scienziati in Iran piuttosto che bombardare i siti dove si lavora alla atomica»

pagani

«I servizi segreti usano anche Linkedin per reclutare informatori». Parola di Alberto Pagani, esperto di sicurezza internazionale. L’ex segretario provinciale del Pd, e poi deputato, è titolare del corso “Terrorismo internazionale in epoca contemporanea” all’università di Ravenna.

Pagani, cosa sono i servizi segreti in parole povere?
«Sono degli uffici statali che raccolgono informazioni su altri soggetti, ad esempio aziende o istituzioni di altri Stati, e le interpretano per aiutare il decisore politico a capire quello che non potrebbe capire basandosi solo sulle informazioni ufficiali. La missione principale è la raccolta di informazioni, per agire anche operativamente nell’interesse nazionale, ove possibile e quando il potere politico lo decida. In Italia i servizi segreti non hanno funzioni di polizia giudiziaria, come l’Fbi americana, e quindi non arrestano nessuno. Semplicemente, come diceva Altan in una sua vignetta: le spie spiano».

Dove sono custodite queste informazioni?
«Non dobbiamo pensare solo a documenti segreti chiusi nella cassaforte di un ambasciatore. L’80 percento delle informazioni utilizzate proviene da fonti aperte, accessibili a tutti, ma non tutti sono dotati degli strumenti per poterle raccogliere e per metterle in collegamento e interpretarle. Per esempio i social network sono una miniera di informazioni utili, ma non c’è una persona che scorre tra i post, si usano software. E poi ci sono le informazioni che sono occultate apposta, e in questo caso l’intelligence è spionaggio».

Qual è l’obiettivo della raccolta informazioni?
«Garantire la sicurezza dello Stato. Non solo quella militare: c’è anche la sicurezza economica o la difesa della Costituzione e della stabilità delle istituzioni democratiche. Questo consiste nell’individuare e contrastare eventuali strategie di disinformazione, basate sulle menzogne, messe in atto da altri Paesi che vogliono accentuare e divaricare le divisioni sociali per destabilizzare la democrazia».

Un esempio?
«È successo in Francia con i gilet gialli, c’è stata anche una manipolazione informativa mossa da altri Paesi, la Russia di sicuro».

La disinformazione è una strategia dei tempi moderni in cui la quantità di informazioni in circolazione è così tanta?
«In realtà è sempre stata parte delle guerre. Sono cambiati gli strumenti e l’efficacia: i volantini lanciati da D’Annunzio su Vienna
nel 1918 per demotivare gli austriaci non hanno la stessa efficacia di un bot sui social.
Su Netflix c’è un bel documentario, The Great Hack, che racconta la storia di Cambridge Analytica, la società che ha fatto attività di propaganda indirizzando opinioni di molte persone. Questa nuove tecnologie, che combinano big data, nuovi algoritmi analitici, neuroscienze e intelligenza artificiale generativa, sono armi potentissime».

Che differenza c’è tra un agente segreto e un analista dei servizi segreti?
«Chirurgo e ortopedico sono entrambi medici, ma fanno lavori diversi, a volte sovrapponibili, a volte distinti. L’analista lavora in ufficio e fa analisi sulle informazioni che raccoglie, o raccolte da altri. L’ufficiale dei servizi sul campo invece si occupa di costruire e gestire una rete di fonti o informatori».
Come?
«Tradizionalmente il reclutamento di una fonte necessitava del rapporto interpersonale e richiedeva pazienza e prudenza. Nei nostri tempi è frequente anche l’uso dei social network, soprattutto di Linkedin, perché è una piattaforma con orientamento più professionale. Per reclutare una fonte si può cominciare offrendo un lavoro ben remunerato. E poi si cerca di ottenere anche informazioni riservate, con la corruzione o con il ricatto; in questo i cinesi sono particolarmente bravi».

Per reclutare fonti è consentita ogni mossa?
«Per i servizi italiani la violazione di leggi richiede un’autorizzazione specifica, che offre garanzie funzionali di fronte alla magistratura italiana. Corrompere una persona o violare un domicilio per installare una microspia sono operazioni che non si possono fare. Un operatore di intelligence può avere l’autorizzazione per farlo. Ma ovviamente se lo fa in uno Stato estero e gli apparati di sicurezza di quel Paese se ne accorgono, può essere arrestato, oppure dichiarato persona non grata ed espulso, se ha un passaporto diplomatico».

Cosa succede se un ufficiale dei servizi segreti si accorge di una possibile minaccia criminale?
«Se c’è un rischio concreto deve informare le forze di polizia che poi si muovono sotto il coordinamento delle procure della Repubblica. Quando viene arrestato un nucleo di terroristi o aspiranti tali, molte volte è un’operazione nata da attività di intelligence e conclusa dai Ros dei carabinieri o dalla Digos della polizia che devono raccogliere le prove per un eventuale processo».

Il fatto che gli Stati abbiano strutture con il compito di carpire informazioni che altri Stati non vogliono divulgare, non è la plastica smentita dei discorsi di collaborazione internazionale e obiettivi di pace?
«La pace si costruisce anche così, se sappiamo di più gli uni degli altri forse siamo anche più sicuri. Nelle relazioni internazionali
non ci sono amici, ci sono alleati e ci sono avversari, ma anche tra Paesi alleati possono esserci divergenze di visione o di interessi».

Però le operazioni di intelligence possono essere anche poco pacifiche…
«Rispondo con un esempio forte, ma credo chiaro. Nel tempo molti scienziati che
lavorano alla bomba atomica dell’Iran sono stati uccisi da gruppi di fuoco. Non ci sono
rivendicazioni, ma è chiaro a tutti che dietro ci sia il Mossad israeliano. È lo scalino prima del bombardamento aereo sui siti segreti dove gli iraniani arricchiscono l’uranio per ottenere armi nucleari. Dal punto di vista di Israele è vitale che l’Iran non abbia l’atomica e rallentare la sua produzione uccidendo gli scienziati è meno drammatico di un’azione che scatenerebbe una guerra».

Come si studia per diventare agente segreto? A chi si manda il cv?
«Dipende dai Paesi. La Russia aveva una università del Kgb, nel Regno Unito c’è una lunga tradizione di formazione a Cambridge
e Oxford. In Italia per molto tempo si attingeva dalle forze armate e di polizia. Poi le esigenze sono cambiate e oggi per difendersi
dagli hacker non basta fare un corso di informatica. Chi vuole candidarsi può inviare la domanda al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e poi è lo Stato a valutare i profili»

Il Mar propone un abbonamento annuale che consente visite illimitate al museo

La tessera, con validità di un anno, permette l’ingresso a tutte le mostre permanenti e offre uno sconto sulle temporanee

Mar

Dal mese di marzo è possibile acquistare al bookshop del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna la “Mar Card” una tessera che da diritto all’ingresso illimitato alle collezioni permanenti della galleria, al costo di 10 euro, con validità di un anno.

La card è nominativa e, una volta presentata in biglietteria al proprio ingresso, consentirà di visitare tutte le collezioni permanenti esposte: da quella antica con il nuovo allestimento delle cellette, alla sezione contemporanea con le opere di Zorio, Banksy e Cattelan, oltre che il piano terra con la sua collezione dei mosaici contemporanei, le nuove acquisizioni delle opere musive e Sacral, l’installazione nel chiostro del museo di Edoardo Tresoldi. Per quello che riguarda le esposizioni temporanee invece, sarà garantita una riduzione sul prezzo di ingresso

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