domenica
17 Maggio 2026

È di un ravennate NFstreeT, la nuova start-up che unisce la street art e il digitale

Christian Poli è il fondatore di un progetto nato per tutelare i murales e creare un archivio fruibile a tutti

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Christian Poli

Il ravennate Christian Poli, classe 1993, una laurea in “Beni culturali” e un master in “Management dei beni culturali” a Firenze, è da qualche tempo impegnato in NfstreeT, un ambizioso progetto che mischia street art e mondo digitale sul quale vale la pena approfondire il discorso. Ci abbiamo fatto due chiacchiere.

Christian, parliamo della tua start-up, NfstreeT, spiegaci di cosa si tratta.

«Il progetto ha lo scopo principale di tutelare e valorizzare la street art e di instaurare un dialogo tra arte e mondo digitale. L’obiettivo è quello di sfruttare la tecnologia block chain (Nft) al servizio della salvaguardia e della memoria della street art, creando in sostanza un archivio digitale fruibile a tutti».

All’atto pratico come pensi di riuscire a tutelare la street art?

«Il progetto è una galleria d’arte, quindi, a livello tecnico-artistico, funziona come una vera e propria galleria fisica, in particolare con ricerca e promozione degli artisti, compravendita di opere e organizzazione di mostre (fisiche e virtuali). Tramite Nft, inoltre, queste opere verrebbero registrate e riconosciute come beni culturali, divenendo addirittura acquistabili ed esponibili».

Ne sentiamo parlare spesso, ma che cos’è la tecnologia Nft?

«L’Nft, che agisce attraverso una tecnologia chiamata block-chain, non è nient’altro che un contratto digitale che garantisce il possesso e/o i diritti su un oggetto, fisico o digitale che sia. In sostanza un “testimone” che convalida la proprietà di un bene».

Ma com’è possibile rendere “personale” un’opera che si trova, ad esempio, su un muro qualsiasi di Milano?

«Ovviamente l’opera rimane nel suo contesto, che sia esso un muro, una casa o qualsiasi altra superficie. Attraverso appunto l’Nft l’acquirente possiederà però una versione unica in digitale dell’opera, permettendo inoltre la monetizzazione della sua arte da parte di chi la ha realizzata. Inoltre, nell’archivio digitale di street art che NFstreeT si pone di creare, oltre alla location, l’artista e la descrizione dell’opera e del suo contesto, è riportata anche la persona che eventualmente la possiede».

E come si fa a esporla?

«Per quanto riguarda l’esposizione, l’obiettivo di NFstreeT è quello di creare eventi fisici nei quali realizzare mostre dove l’arte urbana venga esposta e raccontata attraverso animazioni, schermi e proiezioni. In un futuro non troppo prossimo l’obiettivo finale sarà quello di acquisire un nostro spazio nel metaverso, per dare vita a mostre completamente virtuali parallele a quelle fisiche».

Come nasce l’idea di questo progetto?

«La prima scintilla nasce nel 2017, quando abitavo nel quartiere Gulli di Ravenna. In quegli anni la zona andava incontro a profondi cambiamenti di rivalorizzazione urbana, tramite proprio interventi di street art, avviati grazie al consenso di privati e istituzioni del territorio. Nello stesso periodo mi laureavo con una tesi sulla musealizzazione di opere al di fuori del loro contesto originale, iniziando a pensare a modalità di esposizione della street art. Ciò che può sembrare ovvio sarebbe la possibilità di “strappare” l’opera dal muro in cui si trova, cosa che all’atto pratico si potrebbe fare, tuttavia il mio relatore dell’epoca, Luca Ciancabilla, ebbe un aspro confronto con lo street artist Blu (che invito a cercare su internet): il mio relatore voleva salvare le sue opere realizzate su alcuni palazzi di Bologna che dovevano essere abbattuti, tuttavia l’artista non era d’accordo, ma Ciancabilla lo fece lo stesso per salvarli ed esporli. Il risultato fu che Blu danneggiò tutte le sue opere bolognesi in maniera irreparabile, in modo che non venissero strappate dai luoghi in cui erano state realizzate».

Sei l’unico coinvolto in questo progetto?

«L’idea è nata da me, successivamente però, dopo averla esposta sfruttandola come progetto di master a Firenze, ho incontrato due collaboratori, Matilde e Abdel, con i quali attualmente formo la squadra dietro NFstreeT».

Progetto ambizioso, considerando che in Italia nell’arte si investe molto poco.

«Sì, e lo trovo davvero illogico, considerando che il nostro paese, tra arti visive e non, potrebbe vivere solo di quello. In Italia inoltre si trova sempre, secondo me, una certa resistenza ai cambiamenti e alle novità, quindi vorremmo essere noi ad avvicinare il pubblico tramite questo progetto. NFstreeT ha l’importante ambizione di diventare ambasciatore mondiale della street art attraverso la sua promozione, tutela e fruibilità, con l’Italia come player principale nel settore. Nell’arte, soprattutto rinascimentale, abbiamo sempre detto la nostra e quindi penso potremmo farci valere nell’arte anche nel futuro».

E quando potremo vedere una vostra mostra?

«L’idea sarebbe quella di creare un evento lancio per il dicembre del 2023, in modo da avere un buon auspicio per l’anno a venire».

Giovanni Di Pietro

Nazzi (Il Post): «La cronaca nera racconta molto di un Paese e del periodo che vive»

Il giornalista e autore del podcast Indagini, prodotto di successo della testata online Il Post, racconta il suo modo di fare informazione nel mondo “True Crime”: «Linguaggio sobrio senza eccessi e fatti riportati senza gossip». Nazzi sarà a Faenza il 23 e 24 settembre

361951698 18385273909027843 2675135242096408802 NIl giornalismo che fa cronaca nera non è tutto uguale. Ad esempio si può fare come Bruno Vespa che andò in onda vent’anni fa con Porta a Porta su Rai Uno con un plastico che riproduceva in scala la villetta di Cogne in cui era stato ucciso un bambino di tre anni. Ma si può fare anche come Stefano Nazzi che nel podcast Indagini prodotto da Il Post avverte gli ascoltatori su quanti secondi di audio devono saltare per evitare passaggi troppo duri. Nazzi sarà a Faenza il 23 e 24 settembre in occasione dell’iniziativa organizzata dalla testata diretta da Luca Sofri (qui il programma della tre giorni).

L’1 settembre è uscita la ventesima puntata di Indagini (una al mese). Il successo è riconosciuto da premi del settore e da qualche dato fornito dalla stessa testata. A luglio è uscita un episodio extra riservato solamente agli abbonati (80 euro all’anno): nei venti giorni di luglio dopo l’annuncio della nuova puntata gli abbonati sono cresciuti del 206 percento rispetto allo stesso periodo del mese precedente.

Nazzi, Indagini fa parte del filone true crime, ma nasce con l’intento dichiarato di essere un prodotto diverso da quello che abitualmente offre il genere. Cosa ha di diverso?
«È nato per essere qualcosa in linea con tutto quello che fa Il Post: un linguaggio senza eccessi, sobrio, fatti riportati togliendo il gossip e tutto quello che non c’entra ma che spesso troviamo quando si parla di cronaca nera, soprattutto in televisione. Per esempio anche la scelta della sonorizzazione va in questa direzione: non troverete le solite musiche da thriller…»

347401352 665629475399538 5141682749054827147 NCom’è nata l’idea di questo podcast?
«Ci stavo pensando da un po’ e andai a parlarne a Francesco Costa, vicedirettore de Il Post e responsabile dei podcast. Lui mi fece vedere che in agenda aveva un appunto: “Parlare con Stefano per idea podcast”. A quel punto è stato facile realizzarlo».

Il racconto della cronaca nera sui media è quasi sempre fatto in tutt’altra maniera rispetto a Indagini. Allora cosa ci dice il successo del vostro podcast?
«Diciamo che Carlo Lucarelli aveva già dimostrato che si può fare un racconto dei fatti criminali in un modo diverso e farlo funzionare. I nostri risultati dicono che il pubblico che oggi segue un certo tipo di tv è pronto ad ascoltare anche un altro tipo di narrazione. Ma ricevo anche tante email da persone che dicono che non si erano mai interessate a questi argomenti per come venivano raccontati».

Un giornalismo che ambisce a essere un buon giornalismo è giusto che dedichi risorse a questi temi?
«È un dibattito antico. Io credo che la cronaca nera racconti molto di un Paese. Un fatto di cronaca racconta un mondo, un periodo, il modo in cui i media l’hanno raccontato, il comportamento della giustizia. Tutto questo riguarda eccome la collettività. Ci sono studiosi criminologi che dicono che le collettività si rinforzano attorno ai casi di cronaca nel tentativo di superare quei momenti».

Sottolineare come i media hanno trattato una vicenda è un passaggio ricorrente nelle puntate di Indagini, mettendo in luce gli eccessi di certi titoli o la scarsa sensibilità verso le persone. È roba del passato o succede ancora?
«C’è stata una grandissima evoluzione verso il rispetto delle vittime e degli accusati. Pensiamo solo al fatto che è stata fatta una legge che impedisce di mostrare foto e filmati di persone in manette. Ma è certo che ci sono ancora degli eccessi da migliorare».

290362459 10228466817356192 4592890912852050728 NErrori di leggerezza o scelte volontarie?
«C’è ancora un certo tipo di stampa che si basa su quel modo di fare informazione perché ad esempio si tenta il titolo che acchiappa i clic. Non penso sia casuale, ma sia frutto di scelte editoriali ben precise».

Negli ultimi 30 anni in Italia gli omicidi sono calati dell’80 percento: nel 2022 sono stati 309, erano stati 298 nel 2021 e 3.012 nel 1990. Eppure la nera occupa le aperture di tg e quotidiani. Non si rischia di offrire un racconto distorto della realtà?
«La cronaca ha sempre suscitato interesse. Certo che se uno non conoscesse i dati e vedesse solo trasmissioni tv e prime pagine direbbe che ci sono assassini dappertutto. Il giornalismo dovrebbe ricordare quei dati macro quando racconta i micro fenomeni. Anche l’omicidio più brutale,  che è doloroso e tremendo per le persone coinvolte, è statisticamente niente rispetto al totale».

Tanti buoni podcast di true crime possono aiutare a insegnare il delitto perfetto?
«No, perché non esiste il delitto perfetto, esistono indagini imperfette come diceva Luciano Garofalo, ex comandante del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri. Oggi da un granellino di reperto si può individuare il dna, ci sono videocamere ovunque e tecnologie importanti per gli investigatori».

Cosa hanno in comune le storie cronaca nera come quelle di Indagini o quelle raccolte nel suo libro Il volto del male?
«Dicono che il male si può trovare ovunque ma non nasce all’improvviso, c’è un’attitudine alla prevaricazione che si può intuire. Ci sono dei segnali prima di arrivare al dramma».

La possibilità che il male sia ovunque le fa mai venire il dubbio che la persona che ha appena incontrato potrebbe essere un assassino?
«No, perché conosco il fenomeno e so che è circoscritto. L’umanità nel suo complesso non è quella roba lì».

Fare la cronaca giudiziaria è diventato più complesso con la riforma Cartabia del 2022 che vuole aumentare il garantismo per gli indagati e limitare le fughe di notizie incontrollate?
«Per un lavoro come Indagini non fa molta differenza. È diverso per chi segue la cronaca quotidiana. Penso che sia un’assurdità aver assegnato al procuratore capo l’esclusiva competenza di parlare con la stampa e ancora di più il compito di valutare cosa sia di interesse per il pubblico. Dovrebbe restare una competenza in mano al giornalista. Ma un giornalista che vive dal lunedì al venerdì in tribunale continuerà ad avere le sue fonti perché continuerà a costruire amicizie e antipatie».

Come scegliete le storie da raccontare?
«Cerco storie anche già molto conosciute ma che penso possano essere raccontate in modo diverso rispetto a come le abbiamo già sentite. Oppure che valga la pena raccontare adesso con più freddezza rispetto alla presa diretta. E poi cerchiamo di non fare storie troppo simili vicine fra loro. Solitamente programmo un paio di storie in avanti, al massimo due mesi».

Perché non trattate casi ancora aperti?
«La logica è di fare storie giudiziariamente chiuse, quelle passate in giudicato, così è più facile riuscire a dare senso compiuto dall’inizio alla fine raccontando tutto il percorso giudiziario e investigativo e cosa è successo o non è successo dopo le sentenze, se restano o non restano aspetti da chiarire».

Come si costruisce una puntata di Indagini?
«Principalmente lavoro da solo. Scelgo i casi e inizio a raccogliere la documentazione e in questa fase internet è una fonte utilissima dove si trova di tutto: atti giudiziari e motivazioni delle sentenze che quasi sempre sono il punto di partenza. Ma anche la produzione precedente: ad esempio sul caso Orlandi sono stati pubblicati 43 libri, quasi uno all’anno. Poi ci sono i contatti con avvocati e magistrati per avere spiegazioni. La parte difficile è la sintesi. In totale è una lavorazione di una ventina di giorni».

Passare da un testo per la lettura di altri a un testo da leggere per essere ascoltato ha richiesto un cambiamento di stile nella scrittura?
«Alcune regole sono le stesse come ad esempio un attacco che catturi la gente. Il podcast poi ha un linguaggio più parlato e diretto con frasi brevi e molti rimandi: la gente si perde se non ricordi a che punto siamo arrivati. Servono i ganci per far capire all’ascoltatore che vale la pena continuare a seguire perché succede ancora qualcosa».

Quanto conta la voce per il successo di un podcast?
«Evidentemente tanto, ma non saprei dire qual è la voce che funziona. La mia non è radiofonica ma mi dicono che ha funzionato. Ed era la prima volta in carriera che la usavo per lavoro, pur essendo professionista dal 1990».

Il Post sta investendo molto nei podcast, ma nelle riflessioni sullo stato di salute dell’industria mediatica non manca di sottolineare che ancora non è chiaro se saranno la nuova fonte di entrate per le imprese giornalistiche. C’è ancora il rischio che sia una bolla?
«Una bolla non credo, ma sicuramente ci aspetta ancora un’evoluzione. In questo momento i podcast vanno fortissimo e c’è un’iperproduzione che sta iniziando a calare e calerà ancora. Penso che ci sarà una selezione naturale. Al momento ci sono molto prodotti perché hanno costi tecnici molto bassi. Le tecnologie consentono di farcela quasi da solo, come ad esempio fa Francesco Costa ogni mattina».

Terremoto, chiuse le scuole a Brisighella e Riolo Terme

Controlli negli altri istituti del territorio, che resteranno comunque aperti

Pexels Pixabay 256395
Foto di repertorio

A seguito dell’evento sismico di questa mattina, con epicentro nell’Appennino tosco-romagnolo nel comune di Marradi, ben avvertito anche nel territorio dei comuni dell’Unione della Romagna Faentina, è stato deciso che le scuole elementari e medie di Brisighella e Riolo Terme oggi (lunedì 18 settembre) rimarranno chiuse.

Gli edifici scolastici degli altri comuni dell’Unione (e della provincia) saranno aperti alle lezioni dopo che i tecnici hanno effettuato verifiche puntuali accertando che nessuna struttura ha subito danni.

Anche nel comune capoluogo, Ravenna, «al momento non si segnalano danni a persone e a cose. A livello precauzionale e cautelativo sono in corso verifiche negli istituti scolastici che comunque rimarranno aperti».

Terremoto in Romagna. Paura anche in provincia di Ravenna

Terremoto in Romagna. Due scosse sono state avvertite nitidamente anche in provincia di Ravenna poco dopo le 5 di oggi, lunedì 18 settembre.

La potenza registrata dai sismologi dell’Istituto Nazionale (Ingv) è di magnitudo 4,8.

L’epicentro è nelle colline tosco-romagnole, a pochi chilometri da Marradi.

Non si registrano danni, mentre sono in corso sopralluoghi precauzionali in scuole e strutture per anziani.

Sei nuove aule per Ragioneria e liceo artistico negli uffici dell’ex Provveditorato

Pronto anche l’adeguamento del terzo piano del Nervi che ospiterà il liceo musicale dal 2024. L’elenco dei progetti Pnrr: in arrivo 4 palestre

CartellaL’estate che si avvia a conclusione è stata una stagione di bandi di gara e cantieri per le scuole superiori della provincia distribuiti su tre i fronti: ai consueti interventi di manutenzione ordinaria si sono sommati le opere del Pnrr e gli interventi di ripristino straordinario per i danni dell’alluvione di maggio.

 

Sei nuove aule per Ragioneria e Artistico. 

C’era bisogno di risolvere un problema di spazi per il Ginanni e il Nervi-Severini che stanno registrando un aumento degli iscritti. La soluzione adottata dalla Provincia, ente competente per le scuole superiori, è stata quella di intervenire sull’edificio di sua proprietà in via Sant’Agata che fino al 2014 ospitava gli uffici del Provveditorato.
Al piano terra e al primo piano sono state ricavate sei aule, tre per ognuno dei due istituti.

Un nuovo piano all’Artistico

La sede centrale del Nervi vedrà un adeguamento del terzo pia- no che finora non era mai stato utilizzato: scala, ascensore e rimes- sa in sesto degli ambienti che diventeranno aule e laboratori per il liceo musicale la cui partenza è stata rinviata di un anno proprio per la mancanza di spazi.

Ripristini in somma urgenza dopo l’alluvione

L’intervento più consistente è la ricostruzione del parquet del palazzetto dello sport in via Lumagni a Lugo, edificio di proprie- tà comunale concesso alla Provincia per l’attività scolastica. Altri interventi di minore impatto su impianti e muratura nelle zone dove gli allagamenti hanno raggiunto le scuole. In totale 350mila euro per cui la Provincia ha chiesto il risarcimento al commissario Figliuolo.

Pnrr

A Ravenna è partito l’ampliamento del Morigia: nuovi spazi sia per geometri che per l’indirizzo sportivo del liceo scientifico. È prevista la realizzazione di aule e di una nuova palestra aggiuntiva a disposizione anche delle società sportive nelle ore pomeridiane. Al
professionale Olivetti-Callegari sarà abbattuto l’edificio che oggi viene usato come palestra e ne verrà costruita una nuova. Stessa cosa
prevista per il liceo classico Alighieri. A Cervia l’alberghiero avrà una palestra che finora non aveva. Le aggiudicazioni degli appalti
Pnrr finora ricordati devono arrivare entro metà settembre: lavori in partenza a inizio 2024 con previsione di ultimazione nel 2025. Nel frattempo quindi la Provincia ha dovuto anche individuare spazi non di sua proprietà da utilizzare come soluzione temporanea al posto delle palestre.

A Lugo è già partito il primo ampliamento del Compagnoni che dovrebbe concludersi entro settembre per permettere al polo tecnico di avere tutte le aule entro il mese. Un secondo ampliamento è in partenza per consentire la dismissione dei locali occupati dalle officine, dall’Ipsia e da alcune classi dello Stoppa: immobili di proprietà del Comune.

A Faenza per l’Itip Bucci si è chiuso il cantiere in via San Giovanni con la messa in sicurezza e proseguono i lavori in via Damaggi; partiti a giugno lavori in via Pascoli al liceo linguistico; in partenza a breve le opere allo scientifico per chiudere il chiostro; si abbatterà e ricostruirà la palestra del professionale Strocchi. Gli spazi dei frati francescani verranno utilizzati per delle aule del liceo di via Pascoli in modo da lasciare l’edificio alle ditte edilizie che devono completare i cantieri

Esordio in serie A per il 19enne ravennate Matteo Prati: «Lo sognavo da bambino»

Il centrocampista arrivato al Cagliari dalla Spal per sei milioni di euro ha giocato 80 minuti da titolare in casa contro l’Udinese (0-0). Parole di stima dall’allenatore Ranieri: «Gioca come un veterano, sa quello che vuole e come ottenerlo»

379704216 1016784676028975 3993831785981099570 NNella partita casalinga contro l’Udinese nella quarta giornata di serie A 2023-2024, disputata oggi 17 settembre, con la maglia del Cagliari ha fatto l’esordio nella massima categoria del calcio italiano il 19enne ravennate Matteo Prati. Il centrocampista è partito titolare ed è rimasto in campo per 80 minuti quando è stato sostituito da Alessandro Di Pardo (0-0 finale). «L’ho tolto perché me l’ha chiesto lui – ha detto l’allenatore Claudio Ranieri nei commento dopo gara –, mi ha detto che aveva finito la benzina».

Prati acquistato dal Cagliari per 6 milioni di euro

Prati è arrivato al Cagliari nel calciomercato estivo, comprato per sei milioni di euro dalla Spal. L’anno scorso i biancazzurri sono retrocessi dalla B alla C ma Prati ha dimostrato qualità di gioco tali da guadarsi la convocazione per il Mondiale Under 20 in Argentina concluso con il secondo posto. Il passaggio di Prati risulta il trasferimento più remunerativo della storia del campionato di serie C. Prati ha firmato con i sardi fino al 30 giugno 2028.

Parole incoraggianti quelle di Ranieri, raccolte dall’ufficio stampa della società rossoblù, all’indirizzo di Prati al termine della partita: «Gioca da veterano: sa quello che vuole e come ottenerlo, mi piace molto perché gioca a uno o due tocchi e appena può mette la palla in verticale»

379048448 1345514976174631 2343241479718804567 NImmancabile il commento di Prati: «Non scorderò mai questa giornata. Giocare in serie A era il sogno che avevo da bambino. È stato bello esordire in casa davanti ai nostri tifosi che mi hanno fatto sentire il loro calore già quando la trattativa per la mia cessione era solo all’inizio. Sono orgoglioso di essere allenato da Ranieri che ha una storia che parla per lui». Per il campionato d’esordio, Prati ha scelto il numero 16: «È un ringraziamento a De Rossi (che lo lanciò in B continuità a Ferrara, ndr) e ha un significato importante nella mia famiglia».

La carriera del calciatore Matteo Prati

Prati è cresciuto nel settore giovanile prima del Cesena (dove era arrivato dal Classe) e poi si è messo in luce in serie D con il Ravenna. La sua può essere considerata una storia di talento e di addetti ai lavori “distratti”. Prati infatti tornò a giocare nella sua Ravenna nel 2018 dopo il fallimento del Cesena, dove era cresciuto fino ai 14 anni. Nel vivaio giallorosso la sua scalata è stata evidente fino al debutto in serie C del marzo 2021 e il campionato da grande protagonista in serie D dell’anno seguente, con l’ingresso tra i titolari grazie a un infortunio di un compagno e poi una crescita costante che lo ha portato a collezionare 37 presenze complessive tra campionato, play-off e Coppa Italia, coronate da 5 gol e 4 assist.

I calciatori ravennati che hanno giocato in serie A

Prima di oggi, l’ultima presenza di un ravennate su un campo di serie A era stata il 17 maggio del 2021: Sinisa Mihajlovich fece debuttare in A Antonio Raimondo (classe 2004) contro il Verona. Per trovare un altro gettone di un ravennate in A bisogna andare fino al 29 luglio 2020: Mirko Valdifiori (classe 1986) con la maglia proprio della Spal giocò a Verona (3-0 per gli scaligeri). Per Valdifiori in totale 117 presenze in A con Empoli, Napoli, Torino, Spal tra 2014 e 2020. In precedenza c’erano stati Claudio Rivalta, Gianluca Ricci e Stefano Torrisi.

In moto contro un’auto in sosta: due feriti, uno è grave. Sul posto nessun casco

Prognosi riservata in Rianimazione per un 32enne residente a Lido di Classe: è il proprietario della moto ma non è stato ancora accertato chi dei due stesse guidando

6Una motocicletta con due uomini a bordo si è schiantata contro un’auto in sosta sul lato destro della carreggiata rispetto al senso di marcia della moto e due giovani sono rimasti feriti, uno in modo molto grave. È successo poco prima delle 4 di oggi, 17 settembre, a Lido di Savio in viale Romagna nei pressi dell’incrocio con via Fusignano. I soccorritori del 118 e la pattuglia della polizia locale intervenuta per i rilievi non hanno ritrovato caschi sul luogo dell’incidente.

Uno dei due sulla moto Suzuki, un 32enne originario di Cremona ma residente a Lido di Classe, è in condizioni gravissime: l’uomo è ricoverato in prognosi riservata in Rianimazione all’ospedale Bufalini di Cesena. L’altro, un 25enne, è nello stesso ospedale ma in condizioni meno gravi. Il 32enne risulta il proprietario della moto, ma al momento sono non è ancora chiaro chi stesse guidando il mezzo. La vettura colpita dalla motocicletta è una Fiat 500 che era in sosta regolare.

Legacoop chiama Figliuolo: terre allagate per salvare la città, ancora zero ristori

Manifestazione nelle campagne dove a maggio si decise di tagliare un argine per inondare duecento ettari coltivati: le aziende attendono le promesse del Governo e intanto sono passati 120 giorni. Le Cab calcolano 30 milioni di euro di danni

Paolo Lucchi 1Nelle campagne a nord di Ravenna nel punto in cui nei giorni drammatici dell’alluvione di maggio si decise di tagliare l’argine di un canale di scolo per allagare campi coltivati e salvare la città, si sono radunate ieri, 16 settembre, circa cinquecento persone per una manifestazione di protesta promossa da Legacoop per tenere alta l’attenzione sulla situazione delle imprese e delle famiglie delle zone alluvionate che ancora attendono i ristori promessi dallo Stato.

Questa la proposta lanciata dai vertici di Legacoop: «Vogliamo risposte certe che dopo 120 giorni dall’alluvione non sono ancora arrivate, chiediamo al commissario Figliuolo di incontrarci, nello spirito costruttivo che ci caratterizza, per trovare le soluzioni che ancora non ci hanno dato».

Le terre che furono allagate erano circa duecento ettari della Cab Terra. I presidenti delle sette cooperative agricole braccianti in provincia ricordano di aver avuto quasi 30 milioni di euro di danni, con più di seimila ettari di terreni alluvionati. I presidenti di Cab Terra, Fabrizio Galavotti, Cab Massari, Gabriele Tonini, e Agrisfera, Rudy Maiani, parlando a nome delle sette coop del territorio, hanno ricordato che il governo  aveva promesso ristori al 100 percento: «A 120 giorni dal taglio dell’alluvione non è ancora arrivato un euro, non ci sono neanche i moduli da compilare. In compenso da ambienti della maggioranza ci siamo sentiti dire che “il governo non è un bancomat”, una grave mancanza di rispetto. Gli unici che abbiamo sentiti vicini sono gli enti locali: Comuni, Provincia e Regione».

Sulla mancanza di rispetto ha insistito anche il presidente della Provincia e sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, che ha partecipato al sit in: «Bisogna capire che i terreni delle cooperative agricole braccianti non hanno padroni: sono stati lasciati in eredità ai soci di oggi dagli scariolanti di più di 100 anni fa, che li bonificarono e sottrassero alle acque con sacrifici enormi. È un grande patrimonio collettivo».

Alla manifestazione è stata ampia la rappresentanza del mondo cooperativo, che da tutta Italia ha fatto sentire la propria vicinanza. Sono intervenuti il presidente di Legacoop nazionale, Simone Gamberini, e il presidente di Legacoop Romagna, Paolo Lucchi. Sul posto il presidente di Legacoop Emilia-Romagna, Daniele Montroni, la presidente di Legacoop Bologna, Rita Ghedini, di Legacoop Imola, Raffaele Mazzanti e di Legacoop Estense, Paolo Barbieri, insieme  alle delegazioni delle organizzazioni bracciantili di quei territori, tra cui Agricoop, Il Raccolto e coop Giulio Bellini. Tra le organizzazioni che hanno sostenuto la protesta anche CGIL Ravenna e FLAI-CGIL di Ravenna, Confcommercio Ravenna, UIL Ravenna e il Comitato degli alluvionati di Fornace Zarattini.

Vendemmia, Coldiretti: produzione in calo fino al 15 percento, ma qualità ottima

Le prime settimane di raccolta confermano le previsioni dell’associazione di categoria: sulla quantità incidono soprattutto le calamità atmosferiche. Ma per molte aziende la vite è la coltivazione meno colpita dall’alluvione e l’unica entrata certa

Vigna Collina FaenzaProduzione in calo per via delle avversità atmosferiche, ma qualità delle uve ottima, dalla collina alla pianura. Sono le indicazioni che emergono dalle prime settimane di vendemmia nel Ravennate e confermano le previsioni dei tecnici di Coldiretti: una flessione produttiva a macchia di leopardo, con punte fino al 15 percento in alcune zone di pianura e fino al 5-10 percento in collina, per via di gelate, grandinate, tempeste di vento, colpi di calore e soprattutto a causa dei danni da alluvione e frane.

«Nonostante il pesante impatto degli effetti dei cambiamenti climatici, col calo produttivo che interessa gran parte del vigneto Italia – si legge in una nota dell’associazione di categoria –, i viticoltori ravennati possono contare su uve sane, rigogliose e dalle rese potenziali, in particolare per Albana e Trebbiano, elevate».

Una vendemmia, dunque, che punterà forte sulla qualità. A confermarlo il produttore Stefano Gardi, della cantina Tenuta Nasano di Riolo Terme: «Dal punto di vista della quantità non sarà sicuramente un’annata da ricordare. Sfasamenti climatici e calamità hanno reso la gestione dei vigneti, anche dal punto di vista della tutela della salubrità delle uve, molto difficile. Tuttavia, soprattutto per i bianchi, abbiamo un ottimo equilibrio di maturazione che dovrebbe tradursi in bottiglia in vini di elevata qualità».

In pianura le prime stime raccontano di un calo produttivo non troppo accentuato nell’areale di Lugo, ma la percentuale di flessione varia da comune a comune a seconda ovviamente dell’impatto degli eventi atmosferici e in particolare dell’alluvione: «L’uva però – spiega Michele Tampieri, viticoltore lughese, Presidente della Consulta vitivinicola provinciale di Coldiretti, è bella e sana, le piante infatti hanno lavorato bene anche grazie alle escursioni termiche tra giorno e notte delle ultime settimane, la qualità del vino prodotto si prospetta dunque buona se non ottima. Resta purtroppo il problema del reperimento manodopera che spesso rende complicato ottimizzare le operazioni di vendemmia».

Il vigneto è la coltura più diffusa in provincia: Ravenna ha la superficie vitata più ampia dell’intera regione. «In uno scenario generale catastrofico per via dell’alluvione – conclude Assuero Zampini, direttore di Coldiretti Ravenna – il vigneto risulta la coltivazione meno colpita e pertanto la produzione di uva rappresenta per moltissime aziende agricole e frutticole una delle poche entrare economiche certa, come tale auspichiamo di non assistere, come avvenuto in passato, a giochetti al ribasso o speculazioni sui prezzi, sarà nostra cura e premura vigilare costantemente al fine di tutelare il reddito delle imprese e il futuro del vigneto e dell’agricoltura ravennate».

Il vicesindaco ringrazia il questore per aver chiuso un bar

Provvedimento di sospensione dell’attività per un locale: Fusignani sottolinea la collaborazione fra forze dell’ordine e l’attenzione della polizia municipale alla sicurezza nel quartiere Speyer

Caffe Artisti Ravenna ChiusoIl vicesindaco di Ravenna, Eugenio Fusignani (Pri), ringraziare ufficialmente il questore Lucio Pennella per l’operazione che ha portato alla chiusura di un bar nella zona della stazione ferroviaria, frequentato da avventori con numerosi precedenti di polizia e penali

Fusignani è titolare delle deleghe a Sicurezza e Polizia locale ed esprime soddisfazione perché gli elementi forniti, già a marzo scorso, dal comando della polizia locale, nella collaborazione con le forze dell’ordine che operano in città, sono stati di ausilio alla polizia di Stato per giungere al provvedimento.

«Colgo l’occasione – afferma Fusignani in una nota inviata alla stampa – per sottolineare il costante impegno dell’amministrazione comunale, attraverso le politiche dell’assessorato alla Sicurezza, su tutto il territorio nel contrasto all’illegalità e per la sicurezza di tutti, cittadini e visitatori. Importante è il ruolo della polizia locale che dal 2017, sotto il comando di Andrea Giacomini, svolge quotidianamente, anche di notte, servizi di controllo nella zona della stazione e dei Giardini Speyer che hanno portato a significativi miglioramenti in termini di ordine pubblico e sicurezza. Lo testimoniano le numerose operazioni portate a termine dopo indagini, appostamenti e controlli».

Il 14 aprile scorso la polizia locale ha arrestato due trafficanti di droga, trovati in possesso di più di mezzo chilo di cocaina e cinque chilogrammi di hashish. In materia antidroga, sono stati inoltre segnalati al prefetto 25 assuntori di stupefacenti. Negli ultimi sei mesi sono state 551 le persone controllate, 62 delle quali denunciate all’autorità giudiziaria per reati vari. Inoltre, sono state comminate, 31 sanzioni per ubriachezza manifesta, 18 per atti contrari alla pubblica decenza e oltre 150 per violazioni al Regolamento di Polizia Urbana. Sul fronte delle misure di prevenzione, sono state avanzate 5 proposte di Daspo urbano, 2 di avviso orale e una di rimpatrio con foglio di via obbligatorio.

La scuola professionale Pescarini parte al completo: 105 iscritti ai corsi

Una ventina di nomi in lista d’attesa. È il secondo anno consecutivo con il tutto esaurito. Nel 2022 il 92 percento dei partecipanti è stato assunto a tempo indeterminato in azienda

Ravenna
Ravenna
Scuola Arte e Mestieri Angelo Pescarini

Per il secondo anno scolastico consecutivo i corsi tecnici professionali per giovani della scuola di arti e mestieri Angelo Pescarini di Ravenna e Faenza ripartono al completo con una lista d’attesa di una ventina di nomi. I corsi sono gratuiti e realizzati grazie ai Fondi Europei della Regione Emilia-Romagna. Sono 105 gli allievi iscritti ai corsi per Operatore degli Impianti Elettrici, Operatore degli Impianti Termo-Idraulici, Operatore Meccatronico dell’Autoriparazione e Tecnico nella Gestione dei Sistemi Tecnologici Intelligenti che oggi iniziano l’anno scolastico.

Nel 2022, al termine della formazione, il 92% degli allievi della Pescarini è stato assunto in azienda a tempo indeterminato. Si tratta della percentuale più alta degli ultimi cinque anni, a dimostrazione del fatto che tali profili professionali sono particolarmente ricercati anche dalle aziende. Il rapporto tra allievi e aziende del territorio è parte integrante del percorso scolastico, che per i corsi tecnici riservati ai ragazzi prevede oltre 300 ore di stage all’anno e la possibilità, per gli allievi, di trovare lavoro più facilmente dopo aver preso la qualifica.

«Anche quest’anno abbiamo avuto la dimostrazione che i profili professionali in ambito meccanico e impiantistico riscuotono sempre più interesse – afferma il presidente della scuola Pescarini, Sergio Frattini –. Cogliamo nelle giovani generazioni il desiderio di svolgere un lavoro che sia fonte di soddisfazione personale, oltre che di indipendenza economica, e che permetta loro, un domani, di avviare la propria attività o di essere occupati nelle aziende. L’ingresso di un numero sempre maggiore di tali profili professionali fornirà un contributo al territorio per affrontare adeguatamente le nuove sfide in campo tecnologico ed energetico».

La scuola Pescarini ha sede a Ravenna, Faenza e Lugo ed è specializzata nella formazione professionale in ambito meccanico, impiantistico e socio sanitario. Per informazioni: www.scuolapescarini.it.

Dradi: «Alle scuole superiori sarebbe meglio un biennio comune per tutti»

Il dirigente scolastico ravennate ha lasciato l’incarico al liceo artistico e ora lavora al ministero dell’Istruzione dove si occupa ora di internazionalizzazione. È stato tra i primi in Italia a introdurre la carriera alias per gli studenti che non si riconoscono nell’identità corrispondente al sesso biologico: «Strumento che evita inutili sofferenze»

INAUGURAZIONE MURALES LICEO SCIENTIFICO RAVENNA DOPO SCRITTA OMOFOBA REALIZZATO DA URKA

Gianluca Dradi è stato preside del liceo scientifico Oriani di Ravenna per nove anni prima di diventarlo al liceo Artistico nel 2021. Il suo nome è stato spesso associato a iniziative di innovazione e inclusione nelle scuole che ha diretto: dalla scelta di non cancellare una scritta sul muro di via Oberdan che lo “accusava” di essere gay, cogliendo l’occasione per affrontare laicamente il tema e far realizzare un murales (nella foto), alla carriera alias al liceo artistico dove nell’ultimo anno ha fatto anche allestire una nursery per permettere a una studentessa madre di poter portare a termine gli studi con il suo piccolo. Ora è a Roma per un incarico di calibro nazionale.

Preside, di cosa si sta occupando a Roma? Perché ha scelto di lasciare l’incarico da dirigente? Stanco della vita della scuola?
«Avevo partecipato lo scorso anno a una procedura selettiva bandita dalla Direzione Generale per gli ordinamenti scolastici del ministero dell’Istruzione e del Merito. Oggi sono quindi a Roma, assegnato all’Ufficio che si occupa dell’Internazionalizzazione del sistema di istruzione. Non ero stanco della vita della scuola, ma curioso di vedere il funzionamento del sistema scolastico da un altro punto di vista. Spero, con questa esperienza temporanea, di ampliare le mie competenze».

Che cosa significa internalizzazione del sistema scolastico?
«Significa una serie di attività collegate al coordinamento del sistema della formazione italiana nel mondo. Io mi occuperò principalmente del riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero; al riguardo ci sono diversi problemi relativi a titoli di abilitazione sulla materia e sul sostegno conseguiti da cittadini italiani in alcuni Paesi europei con relativo imponente contenzioso».

Si dice spesso che rispetto ad altri modelli, quello italiano sia ormai superato perché troppo rigido nella divisione tra tecnici, licei, professionali. Qual è la sua opinione dopo tanti anni nel mondo della scuola?
«Al ministero si sta lavorando a un restyling della filiera tecnico-professionale a partire dall’anno scolastico 2024/25. Il sistema di un “doppio canale” nell’istruzione secondaria superiore, cioè un indirizzo di studi più teorico e uno di tipo professionale, è quello prevalente in Europa e credo sia necessario. Piuttosto io vedrei opportuno, nella scuola secondaria superiore, un primo biennio comune per favorire i riorientamenti degli studenti: oggi sono tanti quelli che, dopo aver scelto un indirizzo di studi, vogliono passare ad altro perché ritengono di aver errato la scelta, ma il passaggio non è agevole perché le discipline di studio sono diverse. Trattandosi del segmento della scuola dell’obbligo sarebbe utile che tutti gli studenti ricevessero la medesima istruzione, o quantomeno che le ore dedicate alle discipline comuni fossero maggiori rispetto ad oggi, per poi “specializzare” il percorso negli ultimi tre anni».

Si potrebbero così forse evitare tanti “errori” nelle iscrizioni? I numeri di ragazzi che cambiano scuola sembrano in aumento e sentiamo sempre più parlare, non a caso, di orientamento…
«Si, appunto. Sull’orientamento è da poco stata varata una riforma, prevista dal Pnrr, con l’obiettivo di rafforzare il raccordo tra primo e secondo ciclo, di contrastare la dispersione scolastica e favorire l’accesso all’istruzione terziaria. Proprio quest’anno scolastico vedrà l’entrata in funzione dei docenti tutor, col compito di aiutare studenti e famiglie nei momenti di scelta formativa e nella comprensione delle attitudini degli alunni. Sarà interessante vedere se funziona».

Le cronache ci raccontano di ragazzi sempre più fragili, in difficoltà ad affrontare anche i “normali” fallimenti della scuola: è anche la sua esperienza? I sistemi di valutazione andrebbero rivisti? E quale dovrebbe essere il ruolo della famiglia rispetto alla scuola?
«Indubbiamente in questi ultimi anni la fragilità è aumentata: molti più studenti, rispetto al passato, faticano ad affrontare le frustrazioni, i giudizi degli altri, gli errori. È sempre più frequente incontrare studenti con problemi di depressione, ritiro sociale, disturbi alimentari. Difficile spiegare il fenomeno, anche se io penso che giochi un ruolo importante il fattore famiglia, nel senso che il modello di rapporto genitori-figli è oggi guidato dall’idea di assicurare la felicità dei figli e ciò spesso significa proteggerli dalle avversità e da tutto ciò che può recare dolore. Da qui deriva anche la modifica del rapporto scuola-famiglia: un tempo c’era alleanza, oggi c’è spesso conflittualità perché a scuola gli studenti sono valutati e quando il giudizio non è positivo la famiglia spesso contesta, per “proteggere” il figlio dal dolore. Ma così i ragazzi non crescono e non imparano ad affrontare le difficoltà, gli ostacoli che inevitabilmente si incontrano nel percorso di vita. Inoltre ai ragazzi di oggi, e non per loro responsabilità, manca una prospettiva di futuro positivo; ai miei tempi era abbastanza scontato che, impegnandosi un po’ con lo studio, la situazione sociale sarebbe stata migliore rispetto a quella dei propri genitori. Oggi non è più così e l’assenza di fiducia nel futuro schiaccia sul presente rendendo più difficile sopportare le difficoltà».

Tra i suoi tanti meriti come dirigente scolastico c’è stato quello di aver introdotto, tra i primi in Italia, il regolamento per la carriera alias al liceo artistico di Ravenna che è ancora per la verità un fatto piuttosto raro. A oggi, in città solo l’istituto professionale Callegari-Olivetti ha “seguito” l’esempio. FdI, partito di governo, sta presentando mozioni in alcuni consigli regionali per vietarlo. Teme che si potrebbe arrivare a un simile provvedimento da parte del governo?
«Il regolamento sulle carriere alias è stato adottato a Ravenna anche dall’istituto comprensivo Ricci-Muratori e, a Faenza, dal liceo Torricelli-Ballardini. È uno strumento di inclusione utile per evitare inutili sofferenze a quelle persone che non si riconoscono nell’identità corrispondente al sesso biologico. Io penso che sia un modo di dare attuazione concreta ad alcuni doveri che la scuola ha, come quello di promuovere la salute (tra i cui determinanti vi è l’ambiente sociale), prevenire il bullismo, prevenire la violenza di genere ed ogni forma di discriminazione, contrastare la dispersione scolastica. Sono tutti doveri previsti da norme nazionali. Aggiungo che nella raccomandazione del consiglio europeo del 28 novembre 2022 si suggerisce, al fine di ridurre l’abbandono scolastico, di “favorire il benessere dei discenti e creare un ambiente sicuro per il dialogo su questioni controverse”: l’istituto delle carriere alias, che consente nei documenti interni alla scuola di utilizzare il nome elettivo dello studente trans, è un’applicazione di questi principi. Peraltro nel recentissimo contratto collettivo di lavoro della scuola l’istituto è previsto anche per il personale scolastico. Sono felice che l’esperienza del Liceo possa essere di ispirazione anche per altre scuole, pensi che il 2 ottobre sono stato invitato dall’Ordine degli Avvocati di Firenze a parlare di questa esperienza».

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