Calcio, flop Italia: «Ripartiamo dai tecnici. Troppe pressioni sui ragazzi»

La ricetta di Claudio Rivalta, ex giocatore e ora allenatore della Spal Under 17: «Allenare nel settore giovanile deve essere un lavoro»

Claudio Rivalta Spallino

Rivalta in una foto di Fabrizio De Simone per LoSpallino.com

Con alle spalle oltre 150 presenze in serie A da calciatore (anche in piazze importanti come Torino, sponda granata, e Bergamo), oggi apprezzato allenatore di settori giovanili di alto livello (quest’anno alla guida della Spal Under 17), il ravennate Claudio Rivalta, 43 anni – campione d’Europa con l’Under 21 nel 2000 – ha le idee chiare su quale dovrebbe essere la ricetta per far ripartire il calcio italiano dopo la seconda mancata partecipazione consecutiva alla fase finale dei Mondiali.

«Dopo l’ottimo Europeo – ci dice davanti a un caffè –, la Nazionale ha dovuto far fronte a tanti eventi negativi, dai singoli episodi ai giocatori chiave in condizioni precarie o assenti. Ma mi auguro che la nostra federazione possa affrontare il problema in maniera più ampia e cercare di strutturarsi per avere a disposizione sempre più giocatori di talento. Non ci si può affidare al caso, bisogna sapere creare le condizioni per far nascere campioni».

La Nazionale, ai tuoi tempi, era in effetti un’altra cosa…
«Aveva valori più alti, giocatori più forti, che erano stati formati in un periodo in cui il settore giovanile lasciava i ragazzi un po’ più liberi».

Qual è la prima differenza che noti, tra il settore giovanile di oggi e di allora?
«Culturale: noi approcciavamo il calcio in maniera più disincantata, ti accorgevi di quello che avresti potuto fare solo negli ultimi anni del tuo percorso, prima invece giocavi soprattutto per divertirti, senza pensieri e ambizioni. Ora invece bambini di 10 anni vengono già considerati dei “profili” e rischiano di portarsi sulle spalle un fardello, per almeno 5-6 anni. Considerando anche che il sistema permette ai procuratori di gestire in maniera non ufficiale i ragazzi che così si ritrovano, oltre magari a una famiglia ingombrante, anche questa figura che rischia di non fare loro vivere il calcio per quello che è: un gioco, un divertimento. Il giovane si trova tutti sulla “schiena”, pronti a spingerlo. Ma così si creano pressioni, difficoltà che rischiano di schiacciarlo».

E i ragazzi sono cambiati?
«Sì, per noi c’era solo il calcio. Ora invece ci sono tante distrazioni e sono molto meno inclini ad ascoltare e a voler crescere. Ecco che poi si va a prendere tanti ragazzini dall’estero, che spesso hanno più “fame”, motivazioni molto più forti, arrivano da contesti dove si crea un’autoesigenza più formata e quindi saranno destinati a essere più forti e resistenti di fronte alle prime vere difficoltà».

Come si può cambiare direzione?
«L’unico modo per cercare di equipararci alle nazioni calcisticamente più avanti è che la federazione obblighi o comunque incentivi le società, perlomeno quelle professionistiche, ad avere strutture adeguate e tecnici formati. Centri sportivi dove si possa lavorare in qualità e tecnici che sappiano insegnare un calcio adeguato ai tempi. E questo lo si fa solamente incentivando le società a stipulare contratti pluriennali con gli allenatori. E facendo in modo che gli allenatori non lo facciano come secondo lavoro. Che il loro impegno non sia solo pomeridiano, per intenderci, ma di 8 ore, in cui ci possa essere spazio per la formazione, il supporto a società affiliate, la programmazione, gli allenamenti. In questo modo una persona sarebbe stimolata a investire su se stessa e a voler fare come lavoro “l’allenatore di settore giovanile”, ci sarebbero di conseguenza tecnici migliori, con strutture migliori e in prospettiva ragazzi che crescerenno meglio».

Spesso si dice che il settore giovanile sia anche limitato dal troppo peso a cui si dà il risultato.
«Vincere aiuta a vincere e dà autostima, ma è evidente che dipende dall’età dei ragazzi e la ricerca del risultato deve essere parte di un percorso di crescita. Il problema non è nei ragazzi, ma nei tecnici, che dovrebbero dare il giusto peso alla vittoria e alla sconfitta. Il risultato dovrebbe essere solo un fine da raggiungere attraverso l’espressione di gioco. Mi sono trovato parecchie volte davanti a ragazzi che mi guardavano sbigottiti dopo una ramanzina al termine di una vittoria, ma è così che percepiscono l’importanza del gioco».

E le società? Hanno colpe su questo aspetto?
«Le società fanno il massimo, i responsabili di settore giovanile sono molto coinvolti nel progetto solitamente. Quello che probabilmente manca, a livello generale, è invece una vera continuità tra settore giovanile e prima squadra».

Con l’effetto anche di vedere ragazzi di Primavere di prima fascia in prestito in serie C, dove spesso nemmeno giocano…
«Ogni percorso è diverso, ogni ragazzo matura in tempi diversi, ma di certo non bisogna avere la presunzione di pensare che se esci da una Privamera top puoi giocare tranquillamente in serie C».

La differenza, insomma, a un certo punto la fa la testa del giocatore. Come è stato nel tuo caso, probabilmente…
«È fondamentale. Sia in campo, quindi il saper interpretare quello che succede durante il gioco. Sia fuori, quindi saper resistere, non abbattersi. La “testa” – intesa come carattere, personalità, resilienza – è l’aspetto principale da tenere in considerazione nel valutare un giovane giocatore. Poi ci sono gli altri, tra cui anche quelli empatici, socio-affettivi, il saper stare all’interno di un gruppo. Quindi la torta si divide davvero in una maggior parte di aspetti mentali. Più ci saranno anche gli altri, più saremo di fronte a un prospetto di alto livello, ma se c’è presunzione o superficialità, gli aspetti più calcistici potrebbero finire con il contare quasi nulla».

È vero che nel settore giovanile c’è troppa tattica, che il talento non viene lasciato libero di esprimersi?
«Sì, è un problema vero. Personalmente il mio obiettivo è cercare di far interpretare il gioco ai ragazzi. Ci devono essere principi collettivi, equilibri dentro cui stare, ma all’interno di questi cerco di lasciarli il più liberi possibile. Non c’è invece la capacità in tanti tecnici di insegnare la comprensione del gioco, anche perché è molto più difficile. Più facile è insegnare una trama di gioco, che a comprendere una situazione che cambia continuamente».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«Dopo otto anni di settore giovanile mi piacerebbe provare anche qualcosa in più, una prima squadra, o crescere di età (in una Primavera, quindi, ndr). A Ferrara, comunque, mi trovo molto bene»

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