lunedì
06 Luglio 2026
il caso

Commercio e “kebab” in centro storico, l’assessore: «La qualità non si misura dalla nazionalità»

L'intervento di Sbaraglia dopo gli appelli di Confcommercio e forze di opposizione. Apertura del Comune sull'eventuale introduzione di strumenti in grado di orientare l'insediamento delle attività

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Una lettera di Confcommercio al Comune di Ravenna ha aperto un piccolo caso politico. Sul tavolo c’è un tema destinato a far discutere: introdurre o meno regole che orientino le nuove aperture commerciali, privilegiando le attività considerate più coerenti con il contesto del centro storico e limitando quelle ritenute meno qualificate.

A dare il via al dibattito è stata la richiesta avanzata nei giorni scorsi da Confcommercio Ravenna, che ha invitato l’amministrazione a seguire l’esempio di città come Bologna e Venezia. L’associazione, alla vigilia dell’apertura di un nuovo kebab in via Diaz, ha proposto un regolamento capace di contrastare quella che definisce la progressiva banalizzazione dell’offerta commerciale del centro storico. Tra le misure suggerite figurano lo stop a nuove attività considerate standardizzate o a basso valore aggiunto – come alcuni esercizi di somministrazione, minimarket, negozi di “paccottiglia” e distributori automatici h24 – accompagnato però da incentivi e agevolazioni fiscali per favorire l’insediamento di botteghe, attività artigianali e imprese di qualità. La presa di posizione dell’associazione di categoria ha trovato immediatamente terreno fertile tra le forze di opposizione. Fratelli d’Italia ha condiviso integralmente l’impostazione di Confcommercio, sostenendo la necessità di regolamentare le nuove aperture per evitare che i centri storici perdano la propria identità commerciale e annunciando l’intenzione di portare il tema anche all’attenzione della Regione Emilia-Romagna. Sulla stessa linea si è espressa la lista La Pigna, che rivendica di chiedere da anni un intervento di questo tipo e ricorda di avere già depositato in consiglio comunale un’interrogazione e una mozione. Il movimento guidato da Veronica Verlicchi propone una mappatura del commercio cittadino, un tavolo di confronto con tutti i soggetti interessati e un regolamento che limiti la concentrazione di alcune tipologie di attività nelle aree di maggior pregio storico, accompagnando le restrizioni con incentivi per librerie, botteghe storiche, artigianato e commercio specializzato.
Diverso l’approccio di Viva Ravenna. Il consigliere Filippo Donati ha infatti spostato l’attenzione soprattutto sul sostegno ai negozi di vicinato, depositando un ordine del giorno per chiedere al Comune di aderire alla proposta di legge nazionale promossa da Confesercenti, che definisce il piccolo commercio una “infrastruttura sociale”. Per Donati, il tema centrale è contrastare la desertificazione commerciale e rafforzare il ruolo delle attività di quartiere come presidio di sicurezza e coesione sociale.

La risposta dell’amministrazione è arrivata ora con una presa di posizione dell’assessore al Commercio Fabio Sbaraglia, che apre un possibile punto di incontro ma al tempo stesso segna una netta distinzione rispetto ad alcune letture emerse nel dibattito. Sbaraglia ricorda innanzitutto come la trasformazione del commercio interessi tutte le città, tra crescita dell’e-commerce, aumento dei costi di gestione e difficoltà nel ricambio generazionale, e ribadisce che il contrasto all’impoverimento della rete commerciale rappresenta una priorità dell’amministrazione. Oltre agli strumenti già disponibili – come i bandi della Camera di Commercio, quelli regionali e il progetto degli Hub urbani, da cui il Comune attende risorse per sostenere nuove aperture e riqualificazioni – Palazzo Merlato si dice pronto ad aprire un confronto con le associazioni di categoria anche su possibili regolamenti urbanistici e commerciali. L’assessore parla infatti della possibilità di introdurre strumenti capaci di orientare l’insediamento delle attività, favorendo quelle maggiormente coerenti con le funzioni del centro storico e limitando quelle considerate meno compatibili, indicando come esempio la proliferazione dei distributori automatici aperti 24 ore su 24. Allo stesso tempo, però, Sbaraglia precisa: «La qualità di un’attività commerciale non si misura dalla nazionalità dell’imprenditore o delle persone che vi lavorano. Ogni tentativo di far coincidere la qualità di un esercizio con le origini di chi lo gestisce è inaccettabile e non appartiene alla cultura della nostra città». Per l’amministrazione, gli eventuali criteri con cui regolare le nuove aperture dovranno riguardare esclusivamente la qualità dell’offerta, il rispetto delle regole, il decoro urbano e il contributo che ogni attività è in grado di dare alla vitalità economica e sociale del centro storico.

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