Filosofia precaria per agire nel quotidiano

Filosofia Precaria1Il volume firmato dal ravennate Giorgio Stamboulis e uscito per Il Vicolo sul ruolo che può avere oggi il filosofo

È un oggetto che incuriosisce già dalla forma questo libro edito da Il vicolo di Cesena e firmato dal ravennate Giorgio Stamboulis. L’aspetto è quello di un libro d’arte ed è stato effettivamente pubblicato nell’ambito di un progetto artistico e a impreziosirlo ci sono immagini di opere di Marisa Zattini, e tuttavia il contenuto è quello di un saggio dal titolo quanto mai promettente: Filosofia precaria. Dove la precarietà è la condizione attuale di vita delle persone in un mondo in cui il filosofo sembra aver smarrito un ruolo e la filosofia configurarsi soprattutto come assenza. E così l’ambizione di Stamboulis è quella di restituire a questa disciplina spesso relegata all’ambito meramente accademico una centralità nell’analisi dei fattori da cui dipendono non solo le riflessioni sui massimi sistemi, ma anche la quotidianità di tutti noi. Per farlo cita i grandi classici, Platone ricorre più volte, ma mette in campo anche una disamina di opere decisamente più “pop” dal libro di Nicholls Un giorno nel capitolo dedicato al tema dell’amore come tensione verso l’atemporalità, al film Il Racconto dei racconti di Matteo Garrone in quello in cui parla della “mortalitas”. Particolarmente interessante, sempre nella parte dedicata alla nostra vita quotidiana, la speculazione sull’ozio e il tempo libero concepito oggi sempre più, scrive Stamboulis, come spazio in cui consumare. Forte in tutto il libro la visione “storicista” dove ogni elemento anche ricorrente della vita umana, inclusi i sentimenti, sono secondo l’autore condizionati dal momento e dal contesto in cui sono vissuti, e allo stesso tempo forte è l’affermazione per cui la “storia non si ripete” ed è dunque inutile cercare una comunità ideale scomparsa e forse mai esistita; sta allora al filosofo «sporcandosi le mani» lavorare per la «costruzione di una socialità viva». Cosa si intenda per “sporcarsi le mani” Stamboulis lo spiega nell’ultimo capitolo, dopo aver messo in guardia anche dalla tentazione diffusasi a partire da Achenbach di poter far sì che la filosofia o il consulente filosofico sostituisca l’analista nella risoluzione di questioni personali cercando di fornire risposte ai dubbi esistenziali. E nemmeno può più, secondo Stamboulis, limitarsi alla figura del “consulente” del potente di turno, men che mai limitarsi a erudite dissertazioni nel mondo accademico. Parla, Stamboulis, precisamente di «saltare recinti» e «agire nel mondo» come cerca del resto di fare lui stesso con questo suo primo libro che è intanto anche in parte un libro d’arte e che, soprattutto nella seconda e terza parte, riesce effettivamente a parlare a un pubblico vasto che, se non può forse essere proprio a digiuno di filosofia, di certo non ha bisogno di una specializzazione per cogliere domande, questioni, punzecchiature (numerose quelle alla star della filosofia televisiva Diego Fusaro). Un esercizio di pensiero utile per riflettere anche su concetti che possono apparire quasi banali (almeno se letti sotto la lente più frequente della sociologia), ma che forse vanno riletti e riscoperti alla luce, appunto, della filosofia.

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