Jonny Greenwood, oltre i Radiohead. Al Pala De André con il progetto Junun

L’incontro del chitarrista rock con le note d’Oriente, fra Israele e India

Jonny Greenwood

Jonny Greenwood

Quando Brian Jones dei Rolling Stones si recò nel luglio del 1968 sulle montagne del Marocco per registrare un gruppo di musicisti tradizionali non sapeva di certo che il suo gesto avrebbe spalancato le porte a contaminazioni e sperimentazioni dagli esiti imprevedibili: il suo album Brian Jones Presents the Pipes of Pan at Joujouka, pubblicato nel 1971, cioè due anni dopo la morte dell’irrequieta pietra rotolante, rimane una sorta di manifesto al quale molti rocker di successive generazioni hanno direttamente o indirettamente fatto riferimento.In qualche modo anche il progetto Junun, in scena al Palazzo Mauro André di Ravenna il 2 giugno, viene da lì: Jonny Greenwood, chitarrista di una delle band più avventurose degli ultimi decenni, ovvero i Radiohead, lo ha concepito insieme al compositore israeliano Shye Ben Tzur, coinvolgendo anche il gruppo di musica tradizionale indiana Rajasthan Express.

Un’idea nata d’improvviso «quando ero nel deserto del Negev nel sud d’Israele alcuni anni fa – avrebbe raccontato tempo dopo lo stesso Greenwood – mi ritrovai ad ascoltare un gruppo di musicisti che suonava un pezzo con un violino arabo chiamato rehab: era uno strano mix di musica tradizionale araba e indiana, qualcosa che non avevo mai sentito prima. Il pezzo migliore, venni poi a sapere, era stato scritto da Shye Ben Tzur, un musicista israeliano che avrebbe vissuto in India fino a quell’anno. Dovevo assolutamente avere più informazioni su di lui».

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Dal canto suo, Shye Ben Tzur era rimasto colpito in precedenza da un’altra esperienza di ascolto, un concerto dei musicisti indiani Zakir Hussain e Hariprasad Chaurasia, a cui assistette da giovane: «Toccò il mio cuore così profondamente: all’epoca, è stata l’esperienza musicale più profonda a cui abbia assistito. Rimasi così scosso che non ho poi potuto non andare alla scoperta di cosa fosse».

Junun non è quindi nato per caso, ma dalla fusione di due sensibilità affini che si sono magicamente incontrate: all’inizio del 2015 Jonny Greenwood e Shye Ben Tzur si sono trovati tra le mura di uno studio improvvisato all’interno del 15th Century Mehrangarh Fort a Jodhpur, in India, per realizzare un album al quale ha anche partecipato Nigel Godrich, produttore dei Radiohead. Durante le session si è unito al gruppo di musicisti il regista Paul Thomas Anderson, che ne ha documentato la vita quotidiana e l’affiatamento artistico, oltre a filmare alcuni brani live.

«Sono sempre stato un po’ diffidente rispetto ai gruppi rock che provano a cimentarsi nella world music, ma ci sono sempre delle eccezioni. Damon Albarn, per esempio, è una di queste. E penso che lo sia anche il mio incontro con Shye Ben Tzur», ha detto ancora Jonny Greenwood.

Junun è una parola urdu che designa la follia, ma il progetto musicale che ne ha preso il nome poi tanto folle non è. È un ponte tra culture diverse o meglio un modo per abbattere quei muri che oggi qualcuno vorrebbe costruire. Questa sì che è vera follia!

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