Il Rossini di Lugo è a uno snodo. Parla il direttore, alla vigilia della chiusura

In arrivo un cantiere di almeno sei mesi per adeguamento anti-sismico. «Poi dipenderà dalla nuova giunta…»

Teatro Rossini LugoIl teatro Rossini di Lugo è un piccolo gioiello, strappato dall’incuria del tempo nel 1986. La giunta guidata da Domenico Randi affidò i lavori di restauro a Pier Luigi Cervellati: da allora le attività del teatro, curate dall’omonima Fondazione, non si sono più interrotte. Almeno fino al prossimo giugno, quando il Rossini chiuderà i battenti per almeno sei mesi, per un necessario adeguamento anti-sismico.Il problema, però, è la riapertura. Perché oggi la calma di questa città si increspa per le incognite della scena politica nazionale. A Lugo le elezioni europee coincideranno con quelle comunali, e il futuro del Rossini, come probabilmente quello del paese, dipende dai risultati di questo spoglio.

Randi

Domenico Randi

Per vederci più chiaro ne ho parlato con Domenico Randi, l’ex sindaco. Due lauree in tasca, lughese classe ’50, dal 2015 Randi è il direttore artistico del teatro, vice-presidente della Fondazione.

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Il teatro Rossini è uno dei più antichi della regione. Questo primato è dovuto a una speciale attenzione del pubblico?
«La prosa, a Lugo, ha una lunga tradizione. Prima della riapertura del teatro le stagioni si facevano nel cinema cittadino; tuttora la stagione conta ben mille abbonati. La musica, invece, ha un pubblico diverso, più contenuto. Anche perché questo teatro difficilmente riesce a ospitare allestimenti di opere otto-novecentesche. Al contrario, è un teatro adattissimo per quelle sei-settecentesche. Quando fu riaperto si decise di puntare su questo repertorio, all’epoca poco frequentato».
Da qui nasce l’esperienza del festival di musica barocca “Purtimiro”, nato del 2016, il cui futuro è più che mai incerto. Cosa sta succedendo?
«Partiamo dai dati oggettivi: il Comune ha deciso, in accordo con la Fondazione, di effettuare interventi di adeguamento anti-sismico della struttura, avendo ottenuto dalla Regione un finanziamento cospicuo. I lavori, indispensabili, riguarderanno soprattutto l’esterno. Verranno curati dagli uffici tecnici del Comune e inizieranno ai primi di giugno».
Durata prevista dei lavori?
«La struttura è molto delicata. Il crono-programma ha indicato sei mesi come tempo sufficiente, ma con molti punti interrogativi. Anche per questo si è deciso di ridimensionare il bilancio della Fondazione, in modo coerente con l’interruzione forzata dell’attività del teatro. Perciò l’edizione 2019 di “Purtimiro” salterà».
E le altre stagioni?
«Nella migliore delle ipotesi ci sarà uno slittamento di tutte le altre stagioni. Ma potrebbe anche trattarsi di qualcosa di più duraturo se il Comune, nel frattempo, non deciderà di integrare i finanziamenti. La stagione di un teatro si programma con grande anticipo, quasi un anno. Non si può immaginare che, in poche settimane dopo l’integrazione dei finanziamenti, il teatro riprenda immediatamente la sua attività. Dipende dal momento in cui verrà presa una decisione, altrimenti c’è il rischio concreto di saltare un’intera stagione».
Immagino stia alludendo all’incertezza dovuta al cambio di giunta a fine maggio. Cosa si aspetta lei?
«A Lugo la questione cultura e teatro è diventata terreno di scontro politico. Lo è stata negli anni scorsi e a maggior ragione adesso, in odore di elezioni. Oggi l’ipotesi su cui molti scommettono è la rielezione di Ranalli. Ma a Imola non è andata così. Siamo in una situazione politica più confusa: a Lugo non si è capito se i 5 Stelle presenteranno una lista. La destra ha candidato Davide Solaroli, un giovane che non conosco. A seconda di come andranno le elezioni si presenteranno scenari diversi. Nessuno, credo, deciderà di chiudere il teatro e di far morire la Fondazione. Ma immagino che all’interno di entrambi gli schieramenti ci siano posizioni diverse. Anche nell’ambito della sinistra. Dopo il 26 maggio sapremo di che morte morire».
Il centrodestra destra ha criticato la giunta per i fondi stanziati per teatro e spettacolo?
«Sì, e in modo molto aperto e duro, sostenendo che questo investimento non ha dato i risultati sperati».
Il pericolo concreto è che dopo i lavori, qualora non venissero integrati i fondi, “Purtimiro” potrebbe saltare per sempre.
«È il primo candidato. Le critiche fatte, da destra e da sinistra, sono più di tipo ragionieristico che di tipo politico: ci si limita a mettere a confronto i costi con le entrate. Ma bisogna inserire tutto in un contesto più ampio. “Purtimiro” nasce con l’ambizione di parlare a un pubblico europeo. Si tratta di un festival unico in Italia, con una deliberata scelta di qualità assoluta. Ma se un festival come questo vuole raggiungere il suo pubblico potenziale deve essere promosso con almeno due anni di anticipo e occorre dare una garanzia di continuità. Noi invece abbiamo sempre avuto la certezza delle risorse finanziare solo tre mesi prima dell’inizio del festival».
Troppo poco tempo…
«Bisogna conoscere queste cose, che non mi hanno mai chiesto, per dare un giudizio fondato. “Purtimiro” non può essere promosso in Europa in tre mesi: è inimmaginabile. È vero, il pubblico da fuori non è stato tanto: ma se si continua a lavorare così non arriverà mai. Il secondo punto è che il festival è ancora giovane, deve avere il tempo di consolidarsi e farsi conoscere. Pretendere che dopo tre edizioni sia già diventato un evento mondiale è un modo strano di ragionare».
“Purtimiro” rischia di rimanere un’esperienza di pura strategia di politica culturale, nato per dare lustro a una giunta per la sola durata del suo mandato?
«Sarebbe davvero malinconico. Devo continuare a credere che non sia così. Se il teatro diventa uno strumento di cattura del consenso è la fine».
Cosa intende?
«Il Rossini è gestito da una Fondazione pubblica. Fin dall’origine si è puntato alla formazione del pubblico. Non si è mai scelto di fare le cose facili; si è sempre prediletto un panorama ampio, selezionato con cura. Se si abbandona questa visione, si corrono rischi che non so quanto siano presenti ai nostri candidati».
Quali?
«Vedo tentazioni diverse, come ad esempio fare le cose che “piacciono” o prediligere la cultura a chilometro zero – come se i talenti artistici nascessero come ravanelli. Essere lughesi non è una garanzia di qualità. C’è poi il pericolo di una gestione corporativa del teatro, ovvero affidarlo a chi lo fa di mestiere. Ma il loro punto di vista è privato, mette al primo posto il reddito; nel rapporto con altri gruppi dà preferenza a chi può garantire un tornaconto. Queste tentazioni possono portare, in modo strisciante, alla morte di un teatro».

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