Se lo sport è solo per ragazzi vaccinati

Dal 10 gennaio, nell’indifferenza di molti, è entrato in vigore l’obbligo di super green pass (che si ottiene come noto con il vaccino o la guarigione dal Covid) anche per fare sport, già a partire dai 12 anni. Ed è proprio contro i ragazzi, nuovamente, che si ritorce l’ennesima regola anti Covid, quei ragazzi che in questi anni hanno già visto la propria vita sociale stroncarsi, o quasi, che tra Dad, Did e quarantene stanno crescendo con limitazioni che secondo un recentissimo studio pare abbiano portato sintomi da depressione in un adolescente su quattro.

Adesso se la stanno prendendo con ragazzi che magari non hanno potuto vaccinarsi per una scelta dei loro genitori e che ora senza avere colpe si ritrovano a non potere più neppure fare sport.

Impediti, di fatto, di poter fare un’attività consigliata da tutti i pediatri e i medici del mondo, perché non vaccinati contro una malattia che – credo si possa dire senza passare per no vax – nella quasi totalità dei casi nella loro fascia di età non porta a gravi conseguenze.

Ora se ne stanno accorgendo anche le società, anche le federazioni sportive. Operatori che hanno sempre tentato di portare avanti il proprio ruolo, quello di accogliere tutti, indistintamente, oggi si trovano costretti a escludere bambini che magari neppure riescono a capire il perché. «Così si rischia di minare il benessere fisico e psicologico dei nostri ragazzi. È ora di dire basta», si legge per esempio in una lettera di un pool di società calcistiche romagnole resa pubblica nei giorni scorsi.

Il rischio è che questi ragazzi semplicemente smettano di fare sport, se non lo hanno già fatto durante la pandemia, statistiche alla mano. Travolti da green pass, quarantene, amici o parenti contagiati.

E a tutto questo vanno pure aggiunte le difficoltà del “return to play”, del ritorno all’attività di chi è guarito, tra regole che cambiano ogni settimana, visite specialistiche e certificati medici da rinnovare. Spesso a fronte di un’attesa di settimane, mesi. Se si tentava per esempio di prenotare una visita sportiva il 25 gennaio nel “pubblico”, a Ravenna, il primo appuntamento era a fine marzo. Nel privato si recuperava qualche settimana, non tanto di più. Una beffa, oltre al danno, dopo settimane di quarantena, molto spesso per i ragazzi senza sintomi.

Problemi minori di questa pandemia, forse, di certo agli occhi di chi ci governa e che ha sempre ritenuto lo sport, in Italia, come poco più che un passatempo (a parte quando è il momento di ricevere in pompa magna i campioni). E figuriamoci se in questo momento possiamo permetterci pure di tutelare i passatempi, si saranno detti.

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