Che brutta storiaccia l’autocostruzione di Filetto

Andrea AlberiziaChe brutta storiaccia quella dell’autocostruzione a Filetto. Tanto brutta nel suo recente epilogo quanto entusiasmante nelle sue premesse di undici anni fa. Doveva essere una delle tre sperimentazioni ravennati, tra i primi casi in Italia, di un progetto che aveva un sapore buono: 14 famiglie, selezionate con un bando comunale tenendo conto anche di facilitare l’integrazione italiani-stranieri, avrebbero partecipato alla realizzazione delle due palazzine per le loro case prestando manodopera in un cantiere coordinato da professionisti. Tre nobili scopi nel progetto: fornendo manodopera si riduceva il costo di acquisto, lavorando tutti insieme in cantiere si facilitava lo spirito di gruppo tra futuri vicini di casa, imparare qualche rudimento di carpenteria poteva pur sempre tornare utile.

Un quadretto talmente positivo e innovativo che il Comune di Ravenna, coinvolto in prima persona, finì pure sulle televisioni nazionali. Vennero le Iene sui cantieri (Piangipane e Savarna gli altri due) e a posare la prima pietra c’era anche qualcuno con la fascia tricolore. Se il Comune fa un bando e sigla un protocollo con una società che rientra nella galassia di una Ong con progetti in giro per il mondo, avrebbero potuto esserci condizioni più tranquillizzanti per i cittadini che avevano aderito?

E invece le quattordici famiglie – riunite in una società cooperativa che accese un mutuo con Banca Etica per pagare materiali e progettazione – da questa storia ci hanno solo rimesso e non risulta che abbiano ricevuto nemmeno le scuse. Perché a un certo punto i lavori cominciarono a rallentare per problemi della società edilizia, Banca Etica erogava i pagamenti ma l’avanzamento non sempre risultava perfettamente parallelo e le erbacce crescevano alte. Venne naturale bussare al portone del municipio: in fin dei conti se il Comune aveva coordinato il bando e aveva gonfiato il petto in tv perché stava facendo una cosa di sinistra, non si sarebbe potuto tirare indietro di fronte al cul del sac delle 14 famiglie. E invece.

Ben presto la vicenda si infilò nel più classico dei pasticci all’italiana: rimpalli di responsabilità, società con lo stesso nome e stessi manager che raccontavano di essere solo omonime e tutto il resto del repertorio. Con una spiacevole sensazione: nella cinica contabilità del potere costituito 14 famiglie, la metà delle quali pure straniere, erano troppo poche e troppo sfigate per rappresentare un problema da risolvere davvero. Addirittura si è arrivati al paradosso, giustificato come atto dovuto da Palazzo Merlato, di una causa intentata dal Comune contro gli autocostruttori.

Oggi le due palazzine sono state completate: ci hanno messo soldi il Comune, la Regione e Acer per farne case popolari da assegnare. Quindi alla fine la pezza è un milione di euro di soldi pubblici. Gli autocostruttori avrebbero un diritto di prelazione per l’acquisto: 150mila euro per una casa invece degli 85mila di undici anni fa. Con buona pace delle ore lavorate. Qualcosa non torna.

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