Il Comune parte civile nel processo a Cagnoni, auspici e timori

Perché il Comune si costituisce parte civile nel processo contro Matteo Cagnoni per l’omicidio della moglie Giulia Ballestri? E ha davvero senso farlo? Il tema, a ben pensarci, può apparire piuttosto complesso e porre alcuni quesiti di ampia portata. Da un lato infatti c’è l’intenzione di rappresentare un’intera comunità ferita da un delitto orribile che ha visto vittima ancora una volta una donna, un fenomeno, quello del femminicidio (se tale sarà confermato dal processo), che sembra non dare tregua e affonda le proprie radici in un mix di disagio personale e un sostrato culturale ancora patriarcale e maschilista, che tende a vedere la donna come una propria proprietà.

E dunque, ogni gesto può apparire utile e importante: i fiori di mosaico sparsi per la città, le iniziative, le manifestazioni e, secondo un pensiero sempre più diffuso, quello di un ente pubblico come il Comune di costituirsi parte civile. Tuttavia, per poterlo fare il Comune dovrà dimostrare di aver subìto un danno. E qui si apre una prospettiva che rende il piano inclinato forse più scivoloso del previsto. Perché se io, Comune, mi considero danneggiato da un eventuale femminicidio in quanto da anni impegnato nella promozione della parità di genere e nella lotta contro la violenza sulle donne, allora inevitabilmente dovrò considerarmi danneggiato anche in molti altri casi. Un omicidio stradale quando ogni anno mando i vigili nelle scuole a fare educazione ai ragazzi, un incidente sul lavoro, o ancora, un caso di incitamento all’odio razziale. Tanto per citare alcuni dei temi su cui il Comune rivendica di operare attivamente.

E allora la domanda diventa: ma è questo il ruolo del Comune, entrare nelle aule di tribunale, dimostrare di aver subìto un danno sostanzialmente d’immagine (che detto così peraltro è a dir poco sproporzionato e ha quasi l’effetto opposto di minimizzare la portata dell’azione)? È questa una “positive action” temporanea dettata dall’emergenza? Per la sinistra, per le associazioni che si occupano di donne, per le femministe dell’Udi si tratta di un risultato importante, concreto e simbolico insieme. L’auspicio naturalmente è che abbiano ragione loro, che di questi temi si occupano da tempo. Al tempo stesso non è forse ingiustificato il timore che si possa creare un precedente che potrà essere strumentalizzato o indurre a qualche triste e crudele classifica delle vittime di crimini odiosi.

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