La crisi dell’editoria, cornuta e mazziata

Fausto PiazzaImpazza – nel senso di una certa follia – il caso dei capi M5S del “governo del cambiamento” che hanno sputato sulla categoria dei giornalisti apostrofandola come covo di “sciacalli e puttane”. Comprensibile la reazione del settore, con editoriali (su giornaloni e giornalini), proclami, appelli e un gran sventolare sul web di tesserini dell’Ordine dei Giornalisti a esaltare la dignità di una professione “buona, pulita e giusta”.

Per carità (e con massimo rispetto), comprendo il moto di orgoglio e anche la difesa della libertà di stampa sancita dalla Costituzione (mi associo) ma è una reazione idealistica e un po’ pelosa che ha il malcelato timore di affrontare il nodo dell’attuale catastrofe dell’informazione, incombente soprattutto sulla carta stampata.

Per quanto mi riguarda, la prima cosa che ho pensato è che (educatamente, tanto per dirla come loro) “non me ne frega un cazzo” di cosa pensano i grillini (generali, sottopancia, semplici sostenitori… “uno vale uno”) di chi e di come si fa giornalismo.
In oltre 30 anni di modesta carriera di giornalista ed editore di provincia ho “subito” pressioni e improperi, spesso a torto – qualche volta a ragione, perche anche i giornalisti sbagliano eh… –, da parte di amministratori pubblici, politici, lobby economiche e “seccatori” di varia natura. C’è sempre qualcuno che non apprezza quello che si pubblica: ma un conto sono le critiche ponderate e le discussioni nel merito, altro sono i tentativi di censura, minacce, ricatti e “vie di fatto”: querele o chiusura di rapporti economici (leggi pubblicità).
Di queste ultime me ne sono capitate davvero tante, eppure siamo sopravvissuti. In fondo sono grane del mestiere. Perché stiamo parlando di professionalità, ne più ne meno come quella di medici, architetti, avvocati…
Che ha delle regole. La cosiddetta deontologia – che per gli operatori professionali dell’informazioni pone qualche diritto (di cronaca, critica, opinione, satira) e molti doveri – di cui ci si riempie la bocca in corsi di formazione e convegni ma spesso viene smarrita nella pratica quotidiana. Vero autorevoli colleghi?

Per questo credo che la bagarre sui “pennivendoli” sia l’occasione per riflettere a fondo sull’ignoranza, la trascuratezza e a volte anche il dolo, per cui si ignorano bellamente i princìpi etici che fondano il mestiere giornalistico. Ma ancora di più bisogna rendersi conto che la crisi attuale dell’editoria non è solo congiunturale, è proprio strutturale e “senza ritorno”. Perché l’informazione professionale così come è stata concepita nei contenuti, nella forma e nell’impresa fino all’altro ieri vede sfuggire a valanga i suoi veri azionisti: i lettori, che sono sempre più evanescenti, che non acquistano più giornali, in particolare la stampa quotidiana.

Una ragione (forse più di una) ci dovrà pur essere, che va indagata, con l’obiettivo di ripensare, progettare, innovare modi, forme, temi “inediti” della comunicazione giornalistica per consolidare e recuperare lettori (sia che comprino le informazioni o “trainino” le inserzioni promozionali).
Arroccarsi in posizioni di retroguardia o corporative, magari sperando ancora in un po’ di susssidi statali pare oggi un’impresa disperata.
Perché anche l’ideale del pluralismo informativo tutelato da fondi pubblici rischia di diventare un guscio vuoto e uno spreco se nessuno se lo fila più.

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