Trivelle, ok la difesa del settore ma niente retorica green

Andrea AlberiziaOgni volta che qualcuno, di solito si tratta di Governi o di associazioni ambientaliste, si accosta al settore delle estrazioni di idrocarburi in mare si alza la protesta da Ravenna. Padroni e lavoratori sanno mettere da parte storiche divisioni di qualunque tipo e fanno fronte comune: guai a chi tocca le trivelle. La scena la stiamo vedendo in queste settimane con l’emendamento al Ddl Semplificazioni, voluto da Lega e M5s in Parlamento, che introduce uno stop di 18 mesi ai pozzi di ricerca offshore.

Gli operatori dicono che la modifica introdotta metterà in ginocchio il settore che per Ravenna vorrebbe dire una tragedia visto che è considerata un’eccellenza nel campo e mantiene migliaia di famiglie grazie ai posti di lavoro. Gli operatori dicevano la stessa cosa anche tre anni fa quando si arrivò al referendum proposto dalle Regioni per decidere se abrogare una norma che consente di prolungare le concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro le 12 miglia dalla costa, finché i giacimenti non si esauriscono. Poi non si arrivò al quorum, tutto rimase com’era eppure la crisi per il settore c’è stata lo stesso.

Di solito i rappresentanti delle categorie e le istituzioni seguono una linea di difesa consolidata. La riassumiamo brutalmente: sappiamo che gli idrocarburi non sono fonti inesauribili, sappiamo che sono inquinanti ma alla produzione di energia da fonti rinnovabili bisogna arrivare gradualmente per consentire la graduale riconversione del settore e salvare l’occupazione e poi qua a Ravenna tiriamo fuori del gas che è il meno inquinante. Tutto vero: una lucida riflessione di buon senso. Poi però quando passa la buriana non si sente più lo stesso fronte compatto padroni-lavoratori-istituzioni-locali che alza la voce con la stessa animosità di questi giorni per chiedere la definizione di una politica energetica nazionale a lungo termine e una reale migrazione verso le rinnovabili per passare dalle parole ai fatti.

La riconversione di un settore costa soldi. Un tema che, fatti salvi i casi più virtuosi che esistono, viene visto da alcune imprese come qualcosa da evitare più possibile o almeno rinviare. Tutto sommato è anche comprensibile. Se chiedete all’oste com’è il vino vi dirà che il suo è il migliore. Se dite a un petroliere di smantellare tutto e passare all’energia green questo fa la difesa d’ufficio a tutti i costi perché hai voglia a dire che gli idrocarburi si esauriranno ma difficilmente questo accadrà prima del suo ritiro dall’ufficio per godersi i meritati guadagni di una vita di lavoro.

Ecco, allora va bene la difesa del settore per proteggere posti di lavoro, di ‘sti tempi poi. Magari risparmiamoci solo tutta la retorica del “non vediamo l’ora di diventare green ma dovete darci il tempo di farlo”. Anche solo per coerenza, che non è mai male.

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