Quando non c’è una strategia, la cosa più facile è fermare lo sport dei bambini

 

Dello sport, che non sia quello che smuove i miliardi, il Governo pare ricordarsi soprattutto quando arriva il momento di introdurre nuove limitazioni per la diffusione del coronavirus. E soprattutto, in questi frangenti, si ricorda dei bambini, quelli che aveva deciso di chiudere in casa per mesi prima dell’estate senza troppi tentennamenti. E che ora, mal volentieri, ha dovuto rimandare a scuola, senza nel frattempo adeguare le scuole stesse.

Che non possono chiudere, che la scuola deve essere in presenza, soprattutto tra i più piccoli. Giusto. E lo sport, mica sarà come la scuola, non è vero? No tranquilli, almeno in Italia, ultimo paese in Europa come avviamento allo sport (non so se avete presente cos’è l’educazione fisica nelle scuole), non è neppure lontanamente paragonabile all’intoccabile (giustamente, ci mancherebbe) istruzione. È invece solo un “di più”, che si fa magari per accontentare i pediatri che si ostinano a dire spesso che il movimento fa bene.

Manca la cultura sportiva, manca una strategia a monte che dia allo sport il valore che meriterebbe e che qui non vale neppure la pena ricordare. Se a tutto questo si aggiunge poi il fatto che anche all’interno delle stesse federazioni sportive, in fondo, dei bambini se ne fregano, non possono stupire le norme confuse e incoerenti degli ultimi decreti. Con i giornalisti che ci hanno messo pure del loro per aumentare la confusione, non conoscendo spesso neppure la differenza tra “amatoriale” e “dilettante”, figuriamoci il significato di attività di base o campionati interprovinciali.

In estrema sintesi, dicono di non aver bloccato lo sport, ma in realtà lo sperano. Avendo fermato le competizioni, le gare, le partitelle, soprattutto tra i più piccoli. Non tra i più grandi (ben più contagiosi), ma tra i più piccoli, quelli che più avrebbero invece bisogno proprio di giocare. Con la conseguenza che già diverse società, anche nel Ravennate, piuttosto che continuare in questo modo, hanno preferito già sospendere l’attività. Creando ulteriori diseguaglianze a quelle che già ha creato il Governo permettendo ad alcuni bambini di giocare (dipende dal tipo di campionato) e ad altri no, che magari si allenano nel campo di fianco, costretti a evitare il contatto nonostante stiano praticando uno sport di contatto.

Il tutto senza un numero, un dato scientifico, men che meno un focolaio in un centro sportivo, almeno dalle nostre parti. Nel weekend, meglio andare allora al centro commerciale, che quello resta aperto. O al parco, con altri amici che non possono paradossalmente giocare seguendo invece protocolli rigorosi e regole comuni al campo sportivo.

Tanto non ci sono associazioni di categoria che si ribellano, non ci sono imprenditori che minacciano di fare la rivoluzione. Ci sono solo dei bambini a cui basta dire che non possono più giocare, facendo l’errore di credere che tutto sia solo un gioco. Facile, no?

Ravvena&Dintorni: l'editoriale
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