Un anno dopo il primo caso di Covid, a Ravenna…

 

Era il 28 febbraio 2020 e in provincia di Ravenna veniva accertato il primo caso di positività al coronavirus. Un giovane calciatore di Lugo –scrivevano i giornali locali cercando di dare un volto a quello che qualcuno in quel periodo aveva ingenuamente pensato potesse pure restare quasi un caso isolato. È lecito invece stimare che un anno dopo, il 28 febbraio 2021, ce ne saranno stati altri 19mila e 500 almeno, in provincia, con oltre 800 morti accertati con (o per) il Covid.

Nel frattempo abbiamo letto e ascoltato di tutto e di più, da chi considerava conclusa la pandemia a chi dava per morta l’umanità intera, da quelli del “ci stanno rubando la libertà” ai fan del lockdown (spesso casualmente con posto fisso garantito). L’unica certezza è invece che il 28 febbraio ci troveremo desolatamente quasi nella stessa situazione di un anno fa, con lockdown sparsi un po’ in tutta Europa, zone colorate in Italia, coprifuoco alle 22 (sigh). E l’unico comune denominatore che è rappresentato purtroppo dalla mancanza di una cura certa e la consapevolezza che i vaccini saranno (forse) la soluzione, ma non prima del 2022.

Ecco perché è lecito sperare che ci sia un piano per conviverci davvero, con il virus, tenendo a mente alcuni insegnamenti di questi mesi, in primis quello che tagliare la sanità non è mai una buona idea. Che potresti poi ritrovarti costretto (come nel caso di Ravenna) a ingrandire il pronto soccorso, che d’altronde non era adeguato neppure prima della pandemia.

Allo stesso modo sarebbe il caso di risollevare l’economia locale con manovre mai viste prima (e non solo bonus e ristori). Un esempio concreto è quello di San Marino, che per far ripartire il turismo offre un soggiorno di tre notti facendo pagare ai vacanzieri solo la prima. Non che sia facile o men che meno geniale, ma è pur sempre un’idea. L’impressione è che ora invece l’unica idea da queste parti sia quella di aspettare di tornare zona gialla e chissà, questa estate zona bianca. Con la speranza perlomeno che siano sempre più i territori a gestire le chiusure e le riaperture, con l’arancione scuro a cui sono stati costretti anche quattro comuni della nostra provincia che possa essere magari bilanciato (come dichiarato in queste ore anche dall’assessore regionale Corsini) da maggiori aperture nelle zone gialle. Perché smettere di vivere per non morire non dovrebbe mai essere la soluzione. E per questo motivo sarebbe bello ricordarsi anche di chi non fattura, o perlomeno non così tanto. Del mondo della cultura, per esempio, dello sport (in particolare quello giovanile e dilettantistico), dei ragazzi. Ma sentendo le parole del ministro Speranza in vista del nuovo Dpcm pare che anche questa volta saranno del tutto ignorati. Come prevedibile.

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