«Oggi ritmi più incalzanti tra scuola e tempo libero, bambini spesso in affanno»

Valeria Savoia, direttrice della Neuropsichiatria infantile dell’Ausl, su stress scolastico e compiti: «Devono essere gestibili autonomamente dall’alunno»

Abbiamo parlato di stress scolastico, compiti e tempo libero in età scolare con la dottoressa Valeria Savoia, direttrice di Neuropsiachiatria infantile a Ravenna, per avere anche un commento medico sul tema dopo averne parlato con tre insegnanti (qui, qui e qui le interviste).

Dottoressa Savoia, esiste lo stress scolastico per bambini e adolescenti?
«Cominciamo chiarendo che lo stress è stato definito come risposta aspecifica dell’organismo agli stimoli: non esiste una risposta univoca, la rosa dei sintomi alla pressione dello stress può essere delle più varie. Una adeguata dose di stress aiuta la persona ad attivare una serie di competenze che permettono di fornire una prestazione più elevata».

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Il giusto fa bene, troppo diventa pericoloso. Come capire quando la dose è eccessiva? Quali segnali vanno osservati?
«La resistenza è un fattore individuale. Lo stress crea preoccupazione e un bambino eccessivamente preoccupato può fare più fatica a stare attento. Se allunga i tempi in cui sta sui libri questo può essere un segnale. Poi ci sono gli altri che conosciamo anche negli adulti: irritabilità, nervosismo, un calo della voglia di fare ciò che si fa abitualmente. Oppure manifestazioni come il pianto, il non voler più andare a scuola, i famosi mal di pancia di scuola o mal di testa per bambini più grandi che indicano una somatizzazione».

Quando bisogna coinvolgere un medico?
«Se un adulto vede cambiare l’atteggiamento di un bambino non solo verso l’attività didattica ma nelle attività in generale, la prima cosa da fare è capire se è solo un momento di stanchezza o se c’è qualcosa più profondo. Sono convinta che i genitori abbiano gli strumenti necessari per affrontare autonomamente le crisi più leggere: un eccesso di medicalizzazione dei problemi dei bambini non è mai una cosa giusta. Anche l’insegnante può fare molto: prendere da parte un alunno e parlargli dimostra che c’è un interesse verso quel bambino e questo può già avere un effetto in un certo senso terapeutico».

A chi rivolgersi per il primo consulto medico?
«Penso che il pediatra di libera scelta possa avere un ruolo importante come sostegno al genitore perché conosce il bambino nella sua progressione di sviluppo e conosce il contesto familiare».

La scuola è sempre stata fonte di stress o il fenomeno si è accentuato?
«La scuola da sempre richiede prestazioni a chi la frequenta. È però ovvio che la scuola di oggi si muove su tempi più rapidi, i bambini devono tenere un ritmo più incalzante. Quando parliamo con i bambini si ha l’impressione che siano sempre un po’ in affanno».

Quali sono i momenti più difficili?
«La terza elementare perché segna un cambiamento nel metodo di apprendimento. E poi l’ingresso alla scuola media».

Sulla questione compiti a casa si sta sviluppando un dibattito con una spaccatura fra pro e contro. Fanno bene o fanno male?
«Possono esistere a patto che siano autonomamente gestibili dallo scolaro sia in termini di contenuti che di tempo. È necessario che l’attività a casa faccia riferimento a quanto già ampiamente svolto nel contesto scolastico senza pretendere che l’ambiente familiare debba farsi carico di completare e integrare gli argomenti proposti. Nella confusione di ruoli che si può creare tra genitori e insegnanti, facilmente possono nascere conflitti».

La sua scuola ideale è senza compiti?
«No, un po’ di compito fa bene, il bambino deve abituarsi alle responsabilità. Però se i compiti richiedono al bambino di stare sui libri fino alle 10 di sera, allora facciamoci qualche domanda».

Cosa pensa di esperienze come “Scuola senza zaino” o della petizione “Basta compiti”?
«Hanno richiamato l’attenzione sul problema cercando di restituire allo stesso alunno l’onere di un autonomo rapporto con la scuola, senza un’ingombrante presenza della famiglia».

Pexels Photo 1322611In base al vostro osservatorio, ci sono elementi che generano ansia più di altri?
«In questi tempi stiamo assistendo a un aumento dei casi di disturbi specifici di apprendimento, i cosiddetti Dsa. È una tendenza nazionale. In provincia all’anno abbiamo 6-700 richieste di valutazioni e un centinaio di relazioni di colleghi privati da esaminare in commissione. Sono numeri importanti e il bambino quando arriva nei nostri ambienti, per quanto cerchiamo di farli sentire a proprio agio, percepiscono la peculiarità della situazione e questo li può mettere in difficoltà».

Il discorso fatto per la scuola come attività che aggiunge dosi di stress vale anche per le attività extrascolastiche, dagli allenamenti sportivi ai corsi di lingua?
«Dipende come vengono vissuti. Per molti l’attività extrascolastica è fonte di quella gratificazione che a scuola non trovano, per la loro autostima è fondamentale continuare. Ma l’odierna organizzazione della vita sociale e familiare può arrivare ad impedire ai ragazzi di gestire autonomamente anche il tempo interno alla famiglia, per cui le diverse attività che i ragazzi svolgono nell’orario extrascolastico rischiano di perdere in parte il significato di svago e di puro divertimento che dovrebbero avere e finire per diventare ulteriori oneri. Ritengo che in questi ultimi tempi si sia perso il senso del valore positivo della sensazione di noia, che comporta l’attivazione autonoma di fantasie, desideri e creatività. Fare nulla permette alla mente di pensare, di inventare, di fantasticare: non è sbagliato fare nulla».

La scuola si interroga su questi argomenti? Cerca il confronto con specialisti come voi?
«Il confronto c’è. Ognuno deve rispondere a obiettivi diversi che non sempre si coniugano: noi diamo una lettura olistica del bambino e ce ne occupiamo in modo globale, la scuola anche ma deve portarlo ad acquisire un certo bagaglio di competenze. Scherzando a volte dico ai bambini che si può diventare adulti sereni anche senza imparare le tabelline nel senso che la riuscita scolastica pur importante non può e non deve essere il metro di valutazione della positività di una persona».

Tra i fenomeni in aumento tra le persone seguite dal servizio di Neuropsichiatria (circa 4.300 utenti a fine 2018) sono in aumento i disturbi del comportamento alimentare. C’è una correlazione con lo stress scolastico?
«A Ravenna abbiamo una 60ina di casi in carico e, anche se in percentuali ancora molto basse, ci sono anche maschi. Nel profilo della persona con un disturbo del comportamento alimentare ci sono spesso livelli cognitivi alti, la frequenza di scuole superiori piuttosto impegnative con risultati eccellenti, spesso ottenuti anche nelle attività extrascolastiche. Sono ragazze che ci tengono tantissimo ad andare bene a scuola, hanno la tendenza al perfezionismo».

La scuola tra le cause?
«Non credo ma c’è sicuramente una correlazione tra l’alto rendimento scolastico e i disturbi alimentari. Per questo quando capita di seguire una ragazza con problemi di questo tipo ci mettiamo subito in contatto con la scuola per capire come modulare gli impegni, dobbiamo lavorare in sinergia».

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