Ci sono terre che hanno conosciuto la fatica di secoli di agricoltura fatta con i buoi, con la falce e con le braccia e che, al contempo, nell’ultimo secolo e mezzo hanno vissuto prodigiosi sviluppi tecnico-industriali, hanno trovato l’acciaio, hanno capito cosa potesse significare la combustione interna. Il cuore dell’Inghilterra, il corso del Reno nell’ovest tedesco, il nord della Francia, il centro e le grandi isole dell’arcipelago giapponese. La Pianura Padana.
È forse anche da qui che bisogna partire per capire cosa rappresenti l’Historic Minardi Day, che quest’anno ha celebrato all’autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola la sua decima edizione. Sabato 19 e domenica 20 settembre, 590 vetture hanno girato in pista davanti a una platea di oltre 20mila spettatori.
Giancarlo Minardi, nato a Faenza nel 1947, ha scritto una piccola e indimenticabile pagina nella storia delle competizioni automobilistiche: vent’anni di Formula 1 con una squadra con sede a Faenza e 340 Gran Premi disputati dal 1985 al 2005. Vent’anni fa la Red Bull austriaca acquistò l’equipe. Oggi la Minardi F1 Team non esiste più: le vetture corrono sotto il nome di Racing Bulls, dopo essere state AlphaTauri e Toro Rosso. La sede dei lavori, però, è rimasta sulle rive del Lamone.
Delle 11 squadre oggi iscritte al campionato mondiale di Formula 1, sette hanno sede nel cuore dell’Inghilterra e due nella Pianura Padana. L’eredità di Minardi nel celebre “Mondo delle Corse”, però, non si tramanda soltanto attraverso la geografia delle scuderie. È qui, a Imola, che monoposto, prototipi, GT e auto storiche indossano le maschere delle protagoniste di un fine settimana che sembra sospendere il tempo.
Parliamo di oggetti unici al mondo, costruiti nei decenni, spesso a mano. Potrei dilungarmi su motori – V10 Lamborghini a iniezione diretta, V12 aspirati AMG, V6 Busso Alfa Romeo, Ford Cosworth V8, quattro cilindri Lancia – e su modelli come la Pagani Huayra R, negli anni scorsi accompagnata anche dalla rarissima Codalunga, l’Alfa Romeo Giulia TZ, la Ferrari 643, la Toro Rosso STR8. Ma non credo che si colga ancora la vera ragione per cui questo evento rimane diverso dagli altri.
Per primo, il rumore. Prima ancora di poter parcheggiare e incamminarsi sul ponte sul Santerno in direzione della pit lane, si abbassano i finestrini e il vetro trema. Non abbiamo più idea, oggi, di come suonasse una volta una macchina da corsa: le fucilate salendo di marcia, le urla assordanti in scalata a 10mila giri al minuto.
Quando le sapienti mani degli anziani meccanici mettono in moto nei box le bestie da gara, che lente e studiose si muovono verso il rettilineo e la chicane del Tamburello, il primo elemento si mescola al secondo: l’odore. I carburatori di cinquant’anni fa, l’acciaio che inizia a respirare.
Un meccanico Lotus arrivato dalla Gran Bretagna ci racconta: «La Lotus F1 viene a Imola da anni, rimane un evento unico nel suo genere. Io di solito mi occupo della macchina al Goodwood Festival of Speed, il più grande d’Europa. È il mio primo anno qua, ma che meraviglia, ragazzi! Noi oggi abbiamo la John Player Special del 1982 a effetto suolo di Nigel Mansell, campione del mondo nel 1992 con la Williams, con il Cosworth V8».
Poi il tatto. Le macchine sono in esposizione totale: si sfiora la ghisa delle testate, le leve del cambio grandi poco più di un accendino, i dischi freno carboceramici, il cuoio nudo dei sedili. Si capisce la follia totale di quel mondo, tutta in una volta.
E infine l’anima. Lo spirito. Enzo Ferrari ripeteva: «Costruire una macchina da corsa costa sacrifici non sempre confessabili». Lo si sente, lo si mastica. Affiorano immagini alla mente non appena si mette piede in quel posto, storie dimenticate di uomini ossessionati, Ferruccio Lamborghini che dice: «Io voglio fare l’automobile». Non credo esistano saloni, fiere, raduni, eventi o track day che sappiano raccontare in questo modo la storia di terre lontane unite tra loro nella ricerca dell’eccellenza e della velocità.
Da Villanova di Bagnacavallo, Delio Dragoni, classe 1948, parla in dialetto romagnolo dei suoi anni in Minardi F1, dal 1985 al 1992. «Ero tecnico gomme, giravamo coi V12 Lamborghini e Ferrari. La macchina era tutta fatta a mano. Per noi oggi venire qui vuol dire tornare a quarant’anni fa, ai momenti più belli. Nel box abbiamo la Ferrari V6 di Alboreto, la Tyrrell a sei ruote di Peterson e la Minardi V8 Ford di Martini. Ma nessuno che le sa guidare: macchine difficili! Vedere qua appassionati da tutto il mondo riempie sempre il cuore».
Racconta poi che la Minardi ha un gruppo di ammiratori molto nutrito nel Paese del Sol Levante. Poco più in là, un fan giapponese conferma: «Veniamo dal Giappone, seguiamo la Minardi da tanti anni».
Può un’automobile essere arte? Possiamo definirla un futile oggetto per ricchi acquirenti, capace però di raccontare qualcosa in un modo che null’altro può fare? Parliamo dell’ennesima sublimazione del thanatos freudiano, della pulsione di guerra che spinge gli uomini a competere perennemente?
Le macchine da corsa non hanno scritto la storia, non hanno cambiato le cose per le grandi masse. Ma la piccola scuderia di Faenza, iscritta nel 1985 in Formula 1 con una squadra di appena dieci persone, ha ancora qualcosa da regalare a un pezzo di mondo disposto ad ascoltare. Forse è proprio questo il senso di un decennale celebrato con 590 automobili e più di 20mila persone: ricordare che certe storie non finiscono quando una squadra smette di correre. Restano nei motori, nelle mani dei meccanici, nell’odore dell’olio e della benzina, nel rumore che fa tremare i finestrini prima ancora di entrare in autodromo. E, soprattutto, restano in una terra – la nostra – che ha imparato a trasformare la meccanica in una forma di cultura.
Foto dal sito Minardi.it
Foto dal sito Minardi.it
Foto dal sito Minardi.it
Foto dal sito Minardi.it
Foto dal sito Minardi.it


