giovedì
17 Settembre 2026
l'intervista

«Ora anche a Ravenna si respira calcio. E noi dirigenti ravennati sentiamo la responsabilità…»

Il diesse Mandorlini: «L’intelligenza artificiale lavora di pari passo con la parte umana nel cercare i giocatori. Campionato duro, ma noi vogliamo arrivare sempre più in alto»

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Tra i protagonisti del nuovo Ravenna di Ignazio Cipriani, che nel giro di un paio d’anni è riuscito nel non facile compito di riportare il calcio al centro dell’attenzione cittadina, c’è anche il direttore sportivo Davide Mandorlini, 42 anni, ex calciatore e volto noto a Ravenna anche per la sua attività da imprenditore (essendo proprietario di uno stabilimento balneare e di un locale in città). «Mi sembra di essere tornato ai tempi di Corvetta, quando si respirava entusiasmo e sapevi di andare allo stadio a vedere una squadra in grado di “comandare” contro chiunque – ci dice Mandorlini durante una chiacchierata nella sede del club -. È una cosa che abbiamo cercato di riportare in questi due anni: la squadra può imporre il proprio gioco o soffrire, ma non molla mai e ci mette sempre l’anima, magari vincendo anche all’ultimo secondo (il Ravenna è stata la migliore del campionato scorso come performance casalinga e quest’anno al Benelli ha già vinto due gare su due, ndr)».

E il pubblico è tornato…
«Fino a due anni fa c’era davvero poca gente allo stadio, ricordo anche quando giocavo io (in serie D dal 2015 al 2017, ndr), non era il massimo. Ora invece vedo anche tra i più giovani la felicità di andare allo stadio: è diventato una sorta di appuntamento fisso. La curva è spesso esaurita e siamo orgogliosi di aver reso il Benelli un luogo accogliente, dove c’è una bella atmosfera, con tutti i servizi. Ora si respira calcio anche a Ravenna».

Com’è lavorare per la squadra della propria città?
«È più difficile essere ravennate: quando vivi qui, conosci le persone e l’ambiente, è inevitabile sentire maggiormente la responsabilità. Io ho fatto tutta la trafila delle giovanili e ho avuto la fortuna di giocare nel Ravenna già a 16 anni (debuttando in serie B nel 2001, ndr). Poi ho continuato la mia carriera e sono tornato qui per finirla. Non pensavo che ne sarei diventato dirigente. Ovviamente c’è qualcosa che mi lega a questi colori e il fatto di essere nato qui ti spinge a fare anche più di quello che puoi. Non abbiamo veramente orari di lavoro: siamo qui anche H24 quando serve per fare tutto il possibile. Siamo un gruppo molto unito e concentrato. Per i tifosi credo sia comunque un orgoglio avere una proprietà ravennate, oltre che una garanzia, perché c’è gente che non “scappa” e che ci mette la faccia ogni giorno. Poi naturalmente servono i risultati, perché nel calcio arrivano anche i momenti difficili. Ma avere una società solida che vuole crescere è importante, soprattutto se investe anche nelle strutture, come sta facendo (oltre al Benelli, il club sta lavorando sul centro sportivo di Glorie e su quello di Fosso Ghiaia per il settore giovanile, ndr)».

E per formare la squadra, di quanto è aumentato il budget quest’anno?
«È aumentato, ma senza fare follie. La proprietà del Ravenna è equilibrata, attenta a non spendere tanto per spendere e a non buttare via i soldi. Fa gli investimenti giusti e, quando ritiene che un investimento lo sia, non si tira indietro. Di questo siamo molto orgogliosi. Però non fa operazioni all-in come hanno fatto altre società. Nel calcio non sempre spendendo di più si vince: bisogna anche spendere meglio e investire in modo diverso, magari con progetti che si possono sviluppare nel tempo e non soltanto in un anno».

Quanto ha inciso la novità del salary cap?
«È uno stimolo per fare più ricavi, anche se alcune realtà sono limitate proprio da questo punto di vista (in estrema sintesi: il totale degli stipendi non può superare il 50 percento del fatturato del club, ndr). Non è quindi facile per tutti allo stesso modo. Ci sono squadre agevolate, come le nobili retrocesse, rispetto a quelle che sono già in Serie C».

Soddisfatto della rosa che avete costruito?
«Siamo contenti di quello che abbiamo fatto sul mercato e dei nuovi inserimenti, all’interno di un blocco già formato l’anno scorso. Siamo riusciti ad andare sui giocatori che volevamo, con le caratteristiche che cercavamo per ogni ruolo, e soprattutto abbiamo creato un gruppo importante, con una mentalità positiva. Da ex calciatore, so bene che bisogna guardare non solo l’aspetto tecnico, ma anche quello umano, per questo facciamo sempre diversi colloqui».

La cosa più difficile del mercato di questa estate?
«È stato complicato soprattutto lavorare sulle uscite. Con le liste chiuse in Serie C non è facile trovare una sistemazione per chi deve uscire. Inoltre, con i contributi legati all’impiego dei giovani, gli over hanno poco spazio e diventa ancora più difficile trovare loro una soluzione».

Si è parlato molto del software di intelligenza artificiale utilizzato dal Ravenna per lo scouting. Come funziona?
«Lavora di pari passo con la parte umana. Molte volte siamo noi a inserire nel sistema i giocatori che abbiamo selezionato e a valutarli in base alle caratteristiche che cerchiamo e al modo di giocare della squadra. Altre volte è il sistema a proporci dei giocatori che poi andiamo a vedere e valutare. È una cosa a supporto dell’altra, come avere un reparto scouting molto importante che permette di scremare una grande parte dei giocatori. Penso che questo sistema possa migliorare sempre di più. In Lega Pro i giocatori si conoscono abbastanza bene, mentre diventerà ancora più importante in categorie superiori quando potremo attingere a un mercato internazionale, andando a pescare in Paesi e campionati dove i giocatori sono meno conosciuti».

Di certo in tanti oggi vogliono venire qui…
«Oggi il Ravenna ha un appeal importante. È un brand che ha richiamo, una società seria che ha fatto molto bene nel suo primo anno di Lega Pro e una proprietà che si riconosce. È un po’ un’anomalia positiva in Serie C, anche per la scelta di fare contratti pluriennali e utilizzare pochi prestiti».

Qual era l’obiettivo di questo mercato?
«Quest’anno è stato diverso rispetto a un anno fa perché partivamo da un campionato importante in serie C: non dovevamo semplicemente confermare, ma cercare di migliorare il risultato dell’anno precedente, un ottimo terzo posto. E migliorarsi è sempre difficile, perché nel calcio non c’è mai niente di scontato».

Com’è lavorare con il mister, con suo padre?
«Avere avuto un’esperienza da calciatore e aver già lavorato al fianco di mio padre mi aiuta sicuramente. Stare accanto a un allenatore per tutta la sua carriera mi ha permesso di conoscere le dinamiche mentali e le esigenze di chi allena. Il rapporto con il mister è comunque molto professionale. Il direttore sportivo sono io, l’allenatore è lui. Poi si collabora: si cercano insieme le caratteristiche dei giocatori, si parla e ci si confronta. Ma abbiamo un gruppo tecnico importante, con tutti i membri dello staff ci confrontiamo quotidianamente».

Come giudica il campionato di quest’anno?
«È un girone difficile, secondo me ancora più dell’anno scorso quando sono state promosse le prime due del nostro gruppo, Arezzo e Ascoli. Abbiamo tre squadre retrocesse dalla Serie B (Pescara, Spezia e Reggiana, ndr), con piazze importanti e l’abitudine a stare a certi livelli, che vorranno sicuramente tornare subito in B. Oltre a queste ci sono altre squadre che si sono rinforzate: Perugia ha portato entusiasmo, mentre Campobasso e Livorno hanno cambiato ambiente e coinvolto anche persone importanti. Livorno poi ha una storia enorme, anche in serie A. È quello che noi vorremmo fare con il Ravenna: arrivare a quella categoria, perché cambierebbe un po’ tutto».

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