sabato
03 Ottobre 2026

Il passato ci insegna di altre società possibili

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Viviamo in un periodo storico in cui vediamo tornare l’eco di un novecento segnato da terribili dittature e in cui la democrazia pare soffocata dal potere delle oligarchie e dalle pressioni delle grandi multinazionali tech. Così diventa molto suggestivo guardare indietro e vedere nell’antichità come fossero nate società diverse dai modelli che poi si sono imposti. Nel libro Antichità ribelle di Christopher B. Zeichmann, lo storico canadese racconta di alcune esperienze di società in cui, molto prima che esistesse la parola «anarchia», uomini e donne dell’antichità avevano provato a vivere senza padroni, senza gerarchie, senza accumulazione della ricchezza e, soprattutto, senza accettare che l’ordine esistente fosse l’unico ordine possibile. Erano società nate dagli ultimi. Quando ancora il mondo era in gran parte inesplorato, accadeva ciclicamente che alcuni gruppi scappassero dalla società per fondarne una nuova. Si trattava di schiavi liberati, pirati, contadini ribelli, comunità religiose o filosofi eccentrici.  Il libro si apre con la famosa ribellione degli schiavi guidata da Spartaco. Zeichmann si concentra però su quanto accadde dopo la rivolta, ovvero quando gli schiavi liberatisi si recarono a Thurii, dove sperimentarono una forma di vita egalitaria in cui Spartaco non fu leader, ma dove la comunità decideva in base all’interesse comune. Nessuno doveva imporre le proprie decisioni agli altri. Zeichmann parla dei pirati al tempo dell’antica Roma. Gruppi formati da marinai che erano fuggiti da condizioni di sfruttamento e che diedero vita a una società libertaria senza capitani nell’isola di Lipari. I pirati saccheggiavano navi imperiali e si dividevano il bottino in parti uguali, amando divulgare false storie di violenze tremende perpetrate da loro stessi, affinché la gente avesse paura di loro e non li disturbasse. Il libro non è però una celebrazione ingenua dei ribelli.

Uno dei suoi meriti è mostrare quanto sia difficile distinguere l’emancipazione dalla sopraffazione. Una storia emblematica arriva della persia sassanide. In quel periodo, la nobiltà militare e il clero zoroastriano detenevano immensi poteri e ricchezze, lasciando la popolazione in una condizione di profonda povertà e disuguaglianza. Il profeta Mazdak allora fondò un movimento contro l’aristocrazia che conteneva elementi radicali di condivisione della proprietà, una sorta di proto-comunismo, che ebbe un grande seguito. Il re Kavad I inizialmente appoggiò il mazdakismo per limitare il potere della aristocrazia e del clero, ma poi approfittò della situazione per diventare un monarca assoluto. Una volta ottenuto il risultato la setta fu dichiarata illegale e i suoi adepti furono massacrati. Tutte queste storie hanno in comune una domanda che rimane sorprendentemente contemporanea: quanto dell’ordine in cui viviamo è davvero inevitabile e quanto, invece, è soltanto un’abitudine che abbiamo scambiato per qualcosa di naturale?

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