“Aminta” di Latella è come un rock ma a lungo andare tira troppo la corda

Aminta Latella

Uan scena di “Aminta” (foto Brunella Giolivo)

C’è da dire, per iniziare, che il coraggio è stato tanto. Portare in scena oggi, e pressoché integralmente, la favola “boschereccia” del Tasso scritta nel 1573 e pensata per la corte tardo-rinascimentale degli Estensi, è di sicuro un grande azzardo.
La lingua del Tasso è molto difficile, proto-barocca: si cerca soprattutto lo stupore attraverso costrutti complessi, rovesciamenti dialettici, fuochi d’artificio retorici. Nell’Aminta il testo è tutto, e va rispettato per non fargli torto.

Da qui è partito Latella, ovviamente, quasi potando registicamente le fronde lussureggianti dei versi del Tasso. La presenza del regista si contrae, ma non scompare. La scena è nera, i movimenti degli attori (tutti veramente preparati e solidissimi) sono calibrati al millimetro, così come la partitura del testo, che affida a quattro voci tutte le parti del dramma silvestre. Un binario circolare trasporta un faro, che come un astro compie le sue lente rivoluzioni attorno ai protagonisti (correlativo oggettivo della “mutevolezza ciclica” d’amore?).

L’apparato tecnico e registico si riduce a questi oggetti. Poi c’è la questione dell’interpretazione, che decide di affrontare di petto la versificazione del Tasso lanciando una sfida formidabile al pubblico. Il fraseggio, riproposto senza alcun intervento drammaturgico, serra ritmi e cadenze fin quasi a somigliare a una gara di slam poetry.
È una sorta di Tasso a velocità 1.5; una scelta registica che, se da un lato esalta la qualità barocca della sua poesia, quell’ornamento impreziosito da chiasmi e rime interne che fa spalancar la bocca, dall’altro rischia di alienare per sempre una buona parte di platea. Un medio spettatore, che non sa nulla della trama dell’Aminta, esce col mal di testa provando a stare al passo col fraseggio degli attori.

Perciò riassumiamo brutalmente per tutti questa trama: Aminta (Tasso?) ama Silvia (Eleonora d’Este?), ma Silvia non cede. Credendola morta, Aminta si getta da una rupe. Allora Silvia s’addolcisce, colpita dai dardi d’Amore, e corre disperata a cercare il cadavere di Aminta che – ta daaa! – non è morto. Amor vincit. Su questa struttura minima, il Tasso innesta tutti gli elementi in voga nelle corti italiane del tardo Cinquecento: tonnellate di mitologia greca, qualche scherzo salace, lunghe riflessioni sulla natura profonda d’Amore, e un pizzico di erotismo.

Oltre alla già citata “accelerazione” del verso, Latella, soprattutto nella seconda parte, slaccia un po’ questo italiano filante per compiere qualche incursione nel pop. Ecco Matilde Vigna, la nostra Silvia, imbracciare una chitarra elettrica; accompagnata dal “miserello” Emanuele Turetta (un Aminta piuttosto statuario, fra San Sebastiano e rocker) intona cover punk di PJ Harvey e Can (Rid of Me e Vitamin C).

Ai lati lo spazio è dedicato alle voci guida, ai due personaggi maturi, affidati a Giuliana Bianca Vigogna (una splendida Dafne) e a Michelangelo Dalisi, che per tutta la durata della seconda parte passeggia torno torno temperando la sua matita/dardo, «che imprime amore ovunque fiede».
È proprio Dalisi che interpreta sia l’inizio del dramma, dando voce ad Amore fuggito da sua madre Venere in cerca di libertà, sia la splendida fine, diventando Venere alla ricerca del figlio scappato.

La regìa di Latella dirige gli attori in modo superbo, esalta il genio poetico del Tasso e riesce nell’intento di portare in scena un dramma di fine Cinquecento – parliamoci chiaro – di non grandissima attrazione per il largo pubblico. Pensare che un teatro, un giovedì sera di fine gennaio, si riempia per sentire recitare i versi di un autore di quasi cinque secoli fa, stupisce non poco.

Eppure sento qualcosa di forzato in questo spettacolo, sento un gran bisogno di mostrare i muscoli, sento l’estrinseca (e disperata) ricerca di spolverare un testo che, fisiologicamente, accumula polvere a grandissima velocità. Si sente, nonostante la bravura di tutti e la grande eleganza registica, che si è davanti a un esercizio di stile. Che come tutti gli esercizi, con la loro inevitabile voglia di dimostrare qualcosa, dopo un po’ finisce per annoiare.

 

Aminta
di Torquato Tasso
regia Antonio Latella
con Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna
drammaturga Linda Dalisi
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
movimenti Francesco Manetti
assistente alla regia Francesca Giolivo
production Brunella Giolivo
management Michele Mele
produzione stabilemobile, 
in collaborazione con Amat e Comuni di Macerata e Esanatoglia, nell’ambito di “Marche inVita. Lo spettacolo dal vivo per la rinascita dal sisma”
, progetto di Mibac e Regione Marche, coordinato da Consorzio Marche Spettacolo

Visto all’Alighieri il 31 gennaio 2019

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