Metamorfosi mancate nell’Accabadora di Murgia, Corradi, Cruciani e Piseddu

Accabadora Piseddu

Monica Piseddu in “Accabadora” (foto Marina Alessi)

Ogni metamorfosi implica rinuncia. Succede nel regno animale come in ambito estetico: i vermi abbandonano le loro crisalidi per diventare farfalle; i serpenti si disfano della vecchia pelle quando fanno la muta.

Allo stesso modo un romanzo, per diventare drammaturgia, deve lasciare indietro qualcosa. Rinunciare alla forma letteraria, elegante e polita, per avere la capacità di caricarsi di una voce e di un corpo; cambiare i ritmi della pagina per adeguarsi a quelli della scena; riordinare i fili dell’intreccio che, sebbene riesca a tollerare un certo grado di disordine sulla carta, ben più difficilmente potrà permetterselo a teatro.

Il problema di questo Accabadora è tutto qui: la metamorfosi non è avvenuta del tutto. Non si è avuto il coraggio di tradurre completamente il libro della Murgia per la scena.

Solo qualche cenno alla storia: siamo in un paesino della Sardegna rurale, Soreni, negli anni ’50. C’è una bambina, Maria Listru, ultima di tre fratelli di una famiglia povera, che viene adottata come “fill’e anima” dalla sarta Bonaria Urrai (la “Tzia”), dalla lunga gonna nera, conosciuta in paese anche per essere l’accabadora. Acabar, “finire” in spagnolo: Bonaria pratica infatti una forma di eutanasia pre-clinica, è il contrario della levatrice, una figura centrale e rispettata in questo “welfare state” comunitario e autarchico. Scoperta la professione segreta della madre adottiva, Mariedda fugge sconvolta a Torino, ma sarà costretta a tornare nella dura Sardegna a causa di un ictus che ha ridotto Tzia Bonaria allo stato vegetativo. Interesting turn of events.

Forse si è avuto troppo rispetto della lingua di partenza per trovarne una propria. Forse si pensava di contare sul fatto che, essendo uno dei libri più letti degli ultimi anni in Italia, certi delicati passaggi si sarebbero potuti sbrigare più velocemente, lasciando al pubblico dei lettori il compito di completare l’adattamento teatrale. Forse si pensava che, condensando il romanzo in un monologo affidato alla voce di un’attrice di vaglia come Monica Piseddu la storia non avrebbe troppo sofferto.

Al contrario. La scelta di passare dall’originale narrazione eterodiegetica a uno pseudo-dialogo tra “la fill’e anima” Maria e un’assente Tzia Bonaria rende la riscrittura della Corradi ripetitiva, cosparsa di miriadi di interrogative dirette (“ricordi Tzia?”, “è vero Tzia?”) che appesantiscono il racconto, lo fanno troppo letterario, poco vivo. C’è una sovrabbondanza di aggettivi che va bene sulla pagina scritta, ma che a teatro finisce per suonare posticcia, falsa il racconto ed esalta la finzione. La polifonia di voci del romanzo viene ridotta al solo punto di vista di Mariedda, limitando di molto la profondità di certe scene o riflessioni.

La stessa Piseddu, che aveva già dato ai ravennati una prova formidabile delle sue capacità nel 2016, all’Alighieri, con Ti regalo la mia morte Veronica, è sembrata piuttosto in difficoltà sulla scena. La recitazione risulta monocorde; le occasioni per modulare i registri sono rare, i movimenti sono limitati e per lo più dedicati al cambio del costume in scena; non pervenuta alcuna musica, che avrebbe potuto aiutare l’attrice nei momenti di climax emotivo, ma solo effetti sonori.

Anche la regìa della Cruciani (di cui, la scorsa stagione, avevamo visto l’ottimo Preamleto) pare un po’ confusa: sulla scena qualche oggetto insignificante (una sedia, una panca), che non offre grandi appigli alla narrazione. In fondo, su un pannello di legno e cemento, vengono proiettate immagini astratte o il volto della Piseddu, che risulta così sdoppiata sulla scena: un’intuizione registica non bene definita, che avrebbe potuto essere approfondita maggiormente.

Uno spettacolo che, sebbene fruibile, della lunghezza giusta e assolutamente non fastidioso, avrebbe potuto dare molto di più, sia agli aficionados della narratrice sarda, sia agli appassionati di teatro, ma che, per la sua indecisione, finisce per scontentare entrambi.

 

Accabadora
dal romanzo di Michela Murgia
drammaturgia Carlotta Corradi
regia Veronica Cruciani
con Monica Piseddu
scene e costumi Barbara Bessi
luci Gianni Staropoli
suono Hurbert Westkemper
video Lorenzo Letizia
foto di scena Marina Alessi
realizzazione scene Antonio Belardi
assistente alle luci Raffaella Vitiello
assistente alla regia Giacomo Bisordi, Mario Scandale

produzione Compagnia Veronica Cruciani, Teatro Donizetti di Bergamo, CrAnPi
con il contributo di Regione Lazio – Direzione Regionale Cultura e Politiche Giovanili – Area Spettacolo dal Vivo

Visto al Rasi il 23 febbraio 2018

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