Intelligente, brillante, divertente e spesso sorprendente. La figlia preferita, della giovane autrice canadese Morgan Dick pubblicato da Fazi nella traduzione di Silvia Castoldi, si rivela una lettura sui generis che riesce a toccare temi profondi come il lut- to, la perdita, il legame famigliare, la dipendenza affettiva e quella da alcol, mescolando pathos e comicità, com- mozione e divertimento. Ottimo il rit- mo grazie anche all’alternanza dei due punti di vista interni delle due protagoniste. Mickey (diminutivo di Michelle) è una maestra di scuola materna di 33 anni con un problema di alcolismo a cui il padre, dopo averla abbandonata a sette anni, ha lasciato un’eredità di cinque milioni e mezzo di dollari a una condizione: deve frequentare almeno sette sedute da una psicologa da lui indicata. A comunicarglielo è l’avvocato Tom, un curioso personaggio che tornerà più volte nel romanzo. Arlo (diminutivo di Charlotte) è una psicologa già affermata di 25 anni che ha assistito il padre negli ultimi difficili mesi del- la malattia e sarebbe lei, ovviamente, la figlia preferita, e ora si sta occupando del funerale. Dal bizzarro avvocato Tom scoprirà che il padre non le ha lasciato un centesimo e l’unica beneficiaria è la misteriosa Michelle, figlia del primo matrimonio.
Quando iniziano le sedute, quindi, nessuna delle due donne sa chi sia l’altra. La verità sarà rivelata in una cerimonia funebre a due settimane dalla morte dell’uomo (e sei sedute) pubblicamente. In quelle due settimane entrambe le donne fanno i conti con il vuoto lasciato dal padre e i danni delle sue perenni manipolazioni, quasi in un gioco di specchi in cui assenza e presenza appaiono quasi egualmente deleterie e che porta a chiedersi quale delle due sorelle sia, in fondo, la figlia preferita. Ma il romanzo non si esaurisce con le due protagoniste, ci sono infatti altri personaggi che ruotano intorno a loro a cominciare dalle due madri, entrambe consapevoli del male fatto loro e alle figlie dal marito e che si sono ricostruite una vita. Il tutto è innervato da uno humor nero che non risparmia funerali, sedute psicanalitiche, malattia, memoria, rapporti madre-figlia. Personaggi assolutamente goffi e imperfetti, a cui proprio per questo è impossibile non affezionarsi. Un libro capace di toccare corde profonde con una leggerezza invidiabile, che coinvolge il lettore e non lo lascia fino a un finale forse non troppo inatteso ma che comunque non guasta e non delude. Insomma, quello di Morgan Dick è un esordio letterario davvero piuttosto interessante, non a caso il libro è stato subito tradotto contemporaneamente in varie lingue e pubblicato in più paesi.



