Orchestra Corelli, successo di pubblico ma la qualità musicale scarseggia

Orchestra La CorelliDifficile definire cosa sia determinante nella buona riuscita di un concerto. Lunedì 23 aprile, sul palco del teatro Alighieri, l’orchestra Arcangelo Corelli guidata dal proprio direttore principale, Jacopo Rivani, ha riscosso un grande successo. Vox populi, vox Dei. Certo è che l’associazione Mariani, organizzatrice della stagione Ravenna Musica nella quale questo concerto ha preso posto, può essere contenta di un’affluenza inusitata. Il teatro era quasi pieno: merito certo dell’orchestra che, vera e propria gloria locale, annovera tra le sue fila moltissimi giovani (e meno giovani) che animano il territorio romagnolo. In platea tanti amici, studenti, compagni di chi era intento a suonare. Questo è il vero successo della serata: aver portato gioventù dentro un luogo che ha la tendenza a non rinnovare il proprio pubblico.

Purtroppo, però, per determinare il buon esito di un concerto non si guarda solo al numero di persone presenti, ma anche, e soprattutto, alla qualità della musica espressa sul palco. L’orchestra proponeva uno spettacolo diviso in due parti, dal sapore fresco e moderno, nel segno della musica d’oltreoceano: la prima metà raggruppava molte delle melodie di successo di Broadway, mentre nella seconda metà era Hollywood a giganteggiare. A causa del carattere sbarazzino di queste composizioni, vi è il serio rischio di sottovalutarne la loro difficoltà, probabile causa di ciò che sul palco dell’Alighieri è andato in scena: la Corelli non riusciva a liberarsi da una visione eccessivamente fragorosa, lontano dai significati descrittivi della musica di questo genere. Vi erano, purtroppo, anche grandi errori che minavano il buon esito del concerto: i corni non erano quasi mai impeccabili, troppo spesso le percussioni non riuscivano ad avere una comune coesione con il resto dell’orchestra, gli archi nei passaggi più scabrosi spesso si producevano in un suono fumoso e i legni soffrivano la serata grigia del primo oboe. In tutto ciò il Maestro Rivani non aiutava i propri musicisti utilizzando troppo spesso un gesto votato più all’estetica che all’utilità (il pugno con avvitamento su tutti).

Oltre all’orchestra vi era anche una voce narrante, Simone Marzocchi, della quale non si sentiva il bisogno nell’economia dello spettacolo: l’unico apporto vero alla serata è stata un tentativo di captatio benevolentiae di dubbio gusto.

Due, però, erano i raggi di bellezza: il bell’impasto degli archi nei momenti migliori e il timbro delle trombe fatto di quell’«amore che scioglie le membra».

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