Sintonia e unità d’intenti per un Barbella più intimo, “da camera”

Barbella VioleLa Rissa al Gioco di Gaspare Traversi campeggia sulla copertina del disco A due viole (uscito quest’anno per l’etichetta Passacaille) dedicato a Emanuele Barbella e ai suoi Sei duetti originariamente pensati per violino e trascritti per questo organico da Johann Gottfried Schicht nel XVIII secolo. Il gusto tutto barocco del dettaglio e del chiaroscuro è una caratteristica che si ritrova sia nel dipinto di Traversi sia nelle note di Barbella le quali, proprio grazie a questa trascrizione, acquistano una sonorità più umana, più intima, più da camera. Questo genere di composizioni, infatti, era destinato non tanto a esecuzioni pubbliche, ma a intrattenimenti privati e la trascrizione, arte mai dimenticata dalla storia della musica, era un efficace modo per coprire tutte le esigenze e aumentare la diffusione delle opere.

A giudicare dall’ascolto i due musicisti dell’Ensemble Symposium (Stefano Marcocchi e Simone Laghi, orgoglio faentino) durante la registrazione non si sono azzuffati come i protagonisti del quadro, ma, al contrario, hanno trovato una sintonia e un’unità d’intenti che sono il perfetto viatico per apprezzare la bellezza di queste pagine. La perizia degli esecutori nel descrivere mondi sonori differenti rende onore alla musica del compositore napoletano, sia nei dolcissimi piano sia nel forte nei quali la ricchezza timbrica degli strumenti acquista una dimensione, se non orchestrale, almeno quartettistica.
La scelta, felice, di utilizzare un approccio filologico permette agli esecutori una proposta affettiva aderente ai contenuti musicali e agli ascoltatori di gustare una primizia che, senza la croccante dolcezza del suono delle corde di budello, avrebbe perso parte del suo fascino.
Bizzarro, oltre al quadro sulla copertina, anche il libretto interno dove all’inizio campeggia un grazioso disegno, realizzato da Valentina Corbetto, raffigurante i due musicisti intenti a gettarsi un’occhiata d’intesa: con pochi tratti la disegnatrice pare aver colto l’anima vera del disco stesso.

Al di là delle foto di rito e dei curricula dei due violisti, è molto interessante leggere il breve saggio di Guido Olivieri che scioglie molti punti interrogativi legati alla scarsa notorietà di Barbella, compositore noto per lo più per le sue opere dedicate al mandolino: l’unico appunto che si può (e si deve) fare è che per un disco di musica composta da un italiano, suonata da due italiani, alla quale si accompagna un saggio scritto da un musicologo italiano, incisa in Italia sotto la supervisione artistica di un italiano, viene spontaneo chiedersi perché manchi proprio la parte in italiano del libretto. Che la casa discografica sia belga non pare una ragione sufficiente.

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