Quel genio di Carpenter, tra prog e trash

John Carpenter – Lost Themes (2015)
Adoro le colonne sonore di John Carpenter. I synth insistenti, su poche note, che dominano la scena. Le percussioni sempre semplici, dritte, incalzanti. Elementi che creano subito un senso di tensione, di “sta per succedere qualcosa”. E poi le chitarre, tamarrissime, sempre distorte, che non conoscono la vergogna. Non c’è spazio per le finezze in film come The Fog, Essi Vivono, Halloween. Figuriamoci in 1997: Fuga Da New York. Jena Plissken non ha bisogno di buon gusto. Questi pochi ingredienti, miscelati con sapienza, hanno rivoluzionato il mondo delle colonne sonore, non solo del cinema horror, e lo hanno reso un compositore fondamentale, che ha coniato uno stile tutto suo. Non è da tutti. Lost Themes è il primo disco di Carpenter che non sia funzionale alle immagini di un film. È, come dice lui stesso, puro divertimento. Si è chiuso in studio col figlio Cody ed il figlioccio Daniel, ed ha partorito dei temi perfetti per i nostri incubi. Nei momenti migliori siamo dalle parti dei Goblin o del Mike Oldfield più sperimentale, con sapori prog filtrati dal minimalismo. Nei momenti più trash arriviamo a pensare ad Alan Parsons, ma quelli sono i momenti in cui scherza anche lui, John Carpenter, che non ha mai nascosto un grande senso dell’ironia, sia come regista che come compositore. Grosso Guaio A Chinatown è la punta dell’iceberg, ma anche in Fuga Da New York ci sono memorabili momenti di demenza. Tutto voluto, tutto coerente, straordinariamente lucido. Il gioiellino “Vortex” apre il disco, e poi sta a voi decidere se preferite il versante più esoterico di “Obsidian” o quello più prog di “Mystery”. I brani sono tutti strumentali, ovviamente, quindi i titoli stanno puramente lì a creare un immaginario estetico. A questo splendido esordio hanno fatto seguito un’edizione remix ed un Lost Themes 2, che non ho ancora avuto il piacere di ascoltare. Produce un’etichetta rampantissima come Sacred Bones. Come David Lynch, Carpenter si prende il lusso di prendersi una pausa dal cinema per darsi alla musica, ben oltre i 60 anni, con risultati altrettanto notevoli. Genio.

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