«Non tutti in aula stanno usando un linguaggio rispettoso di Giulia Ballestri»

L’Unione donne in Italia (Udi) è tra le parti civili ammesse dalla corte d’assise nel dibattimento con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione sulle parole usate in tribunale in un caso di presunto femminicidio

Gli avvocati di parte civile del processo Cagnoni. Da sinistra: Maddalena Introna (associazione Dalla parte dei minori), Sonia Lama (Udi), Enrico Baldrati (Comune di Ravenna). Anche Linea Rosa è stata ammessa

Tra le ragioni per cui l’Unione donne in Italia (Udi) si è costituita, per la prima volta a Ravenna, parte civile del processo per l’uccisione di Giulia Ballestri c’è anche quella di tenere alta l’attenzione sui linguaggi utilizzati sia dentro sia fuori dall’aula di tribunale in un processo per presunto femminicidio. A questo punto del procedimento (domani, 13 aprile, la 22esima udienza) abbiamo chiesto a Lia Randi, rappresentante legale di Udi Ravenna, un’opinione su questo aspetto.

Vi sembra che le parti coinvolte in aula stiano usando un linguaggio consono nel parlare, in particolare, della vittima?
«No, non mi sembra che tutte le parti coinvolte usino un linguaggio consono o meglio rispettoso».

Da sinistra: Guido Ballestri e Rossana Marangoni, fratello e madre di Giulia Ballestri. Con loro l’avvocato Giovanni Scudellari

E la stampa, locale e nazionale, come sta facendo il proprio mestiere? Trovate un eccesso di spettacolarizzazione?
«In genere mi sembra che la stampa locale, tranne qualche momento di caduta, sia stata abbastanza corretta se non altro perché non ha usato toni sensazionalistici, espressioni decisamente sbagliate come crimine della follia, raptus o abusato del termine amore. Carla Baroncelli, una nostra amica, giornalista e scrittrice, scrive ogni settimana il suo “Ombre di un processo” leggibile nei blog della Casa delle donne e dell’Udi. Carla ci mette le parole, belle, intense, profonde: è attentissima a quello che nel processo si dice e a come lo si dice, coglie le sfumature, le contraddizioni, le allusioni. Coglie lo stereotipo sessista anche quando sembra non esserci, nei luoghi comuni, nelle battute che appaiono normali. Penso dunque che una rilettura e riscrittura del processo siano già in atto e che tocchi a noi, una volta raggiunta la sentenza, prendere in mano questo bel lavoro, farlo conoscere, ragionarci su e tradurlo con l’aiuto di altre operatrici della giustizia in obiettivi che possano proporsi di cambiare anche le aule dei tribunali».

RAVENNA 01/12/2017. PROCESSO CAGNONI PER OMICIDIO BALLESTRI

La pubblica accusa

Il pubblico, sempre molto numeroso, è composto prevalentemente da donne. Come ve lo spiegate?
«Certamente incide la curiosità per un processo che, fortunatamente, non è frequente in una piccola città come la nostra. In secondo luogo conta il fatto che al centro ci siano famiglie conosciute e “importanti”; c’è però, soprattutto, evidente in molte donne, lo sgomento per una uccisione così crudele ed efferata. Non è raro infatti, sentire pronunciare dalle donne presenti parole di vicinanza e compassione, non commiserazione, per Giulia. Ci sono anche molti studenti e soprattutto molte studentesse, per le quali evidentemente questo processo costituisce anche un importante “caso di studio”. Incide poi, senz’altro, anche la costituzione di parte civile da parte di associazioni fra cui la nostra e del Comune di Ravenna. Sicuramente ci sarà pure la presenza di persone attirate da una curiosità un po’ morbosa, ma francamente mi sembra abbastanza contenuta, non particolarmente significativa». (gu.sa.)

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