«È riduttivo chiamare vittima una donna uccisa dal marito, chiamiamola persona»

L’ex giornalistadel Tg2 Carla Baroncelli ha raccontato il processo per il femminicidio di Giulia Ballestri. Dal blog ora nasce un libro

Scarpette

Il 22 giugno 2018, giorno della sentenza di primo grado per Matteo Cagnoni, sotto le sedute della prima fila dell’aula di corte d’assise a Ravenna alcune paia di scarpe rosse, diventate simbolo delle lotte per la parità di genere. Molte persone in tribunale quel giorno indossavano nastri e fiocchi rossi. La pm Cristina D’Aniello aveva un piccolo portachiavi rosso sulla scrivania

Dalla corte d’assise di Ravenna per nove mesi, tra ottobre 2017 e giugno 2018, ha raccontato il processo contro Matteo Cagnoni per l’omicidio della moglie Giulia Ballestri concluso con la sentenza di ergastolo. Un racconto partecipato e appassionato, quello messo giù da Carla Baroncelli dopo ognuna delle 29 udienze di primo grado. Testi scritti anche in prima persona, privilegiando le emozioni piuttosto che la rigida cronaca giudiziaria. Dopo la pubblicazione sul blog della Casa delle Donne di Ravenna, ora il lavoro della 70enne ex giornalista del Tg2 diventa un libro che è stato presentato a Roma il 9 marzo.

Carla, cosa troviamo in questo libro?
«Oltre ai resoconti già usciti sul blog ci sono gli interventi di una linguista dell’università La Sapienza e di una giudice del tribunale di Roma. Poi credo che sia molto interessante la bibliografia sul femminicidio che tiene conto non solo di saggi ma anche di narrativa, siti internet, graphic novel. Diciamo che ora è un lavoro più completo dove il caso di cronaca è lo spunto per parlare di femminicidio».

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Dovendo inquadrare questo lavoro in una categoria, quale sarebbe? Giornalismo, letteratura, militanza?
«È una narrazione di una storia vista dal mio punto di vista. Mi sono seduta in aula ad ascoltare un processo e ho raccontato ciò che succedeva basandomi esclusivamente sulla mia sensibilità di donna».

Spera che il lavoro possa avere qualche ricaduta o ne ha già avute?
«Premetto che sono pensionata e dal 2008 mi occupo solo di scrittura volontaria: in questo caso regalo i proventi alla Casa delle Donne. Mi accontenterei che diventasse uno strumento di riflessione. Quante Giulia Ballestri ci sono? Mi fa piacere sia stato apprezzato l’uso di un linguaggio molto piano e popolare, non difficile, per condurre a un ragionamento e a capire perché i femminicidi non sono una contingenza, non sono una emergenza, ma un fatto strutturale insito nella società, con il potere dell’uomo sulla donna. Dal 2000 a oggi 3.100 donne uccise in Italia, ci rendiamo conto?».

Sin dai primi resoconti la figura dell’imputato è stata dipinta in maniera molto colpevolista. Oggi è in pensione ma ha fatto la giornalista a lungo: si è chiesta se dovesse essere più garantista?
«Io non scrivo per un padrone e quindi non devo rispondere alla deontologia ufficiale della categoria ma ho la mia deontologia di Carla Baroncelli, forse anche più complessa di quella che deve seguire un giornalista con un padrone. Ho la mia onestà profonda e leggendo gli atti mi sono convinta che lui sia colpevole. Ho cercato di non essere vendicativa nella scrittura ma ammetto di non aver sempre messo “presunto” davanti alla parola colpevole».

Il linguaggio è un tema centrale in tutto il suo lavoro. Cosa non le è piaciuto nei resoconti dei media?
«La definizione data delle persone coinvolte: Matteo Cagnoni e il padre Mario erano il dottore e il professore, Giulia Ballestri era la povera Giulia e Stefano Bezzi era l’amante. Così si dà già un giudizio e si ribaltano le cose dando un po’ di colpa anche a lei».

Era in corso la separazione ma la relazione tra Ballestri e Bezzi è cominciata prima. Visto che lei era ancora sposata e convivente, difficile chiamarlo in modo diverso da amante…
«Puoi chiamarlo nuovo amore, perché amante?».

Quali sono le parole sentite in aula che vorrebbe sparissero dall’uso comune di questi casi?
«Raptus, lei lo tradiva, perché non l’ha lasciato, era una brava persona. Poi abolirei vittima, mi sembra riduttivo per una donna uccisa dal marito. Userei semplicemente persona, è stata uccisa una persona».

E tre parole che vorrebbe più utilizzate quando si parla di questi episodi?
«Femminicidio prima di tutto. Poi usare i nomi che danno autorevolezza al femminile perché il vocabolario lo prevede».

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