Minacce a un teste, un altro processo per l’ex idraulico già imputato per omicidio

Udienza 6 / Alfredo Tarroni insieme a due ex carabinieri deve rispondere della morte di Pier Paolo Minguzzi nel 1987 ma anche dei messaggi inviati nel 2017 all’ex socio che scrisse due lettere anonime con elementi di accusa

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In primo piano a sinistra Alfredo Tarroni, sullo sfondo Angelo Del Dotto: sono due dei tre imputati. Il terzo è Orazio Tasca

Quando ha scoperto l’autore di due lettere anonime che forniscono elementi alla procura nel processo in cui è imputato per omicidio, gli ha scritto dei messaggi sul telefonino: “Hai fatto una cazzata, trovati un avvocato”. Il 65enne Alfredo Tarroni, ex idraulico di Alfonsine alla sbarra con due ex carabinieri (Angelo Del Dotto e Orazio Tasca) con l’accusa di aver sequestrato e ucciso il 21enne Pier Paolo Minguzzi nel 1987, è stato rinviato a giudizio anche per minacce nei confronti dell’85enne Enzo Ancarani, con cui era socio in un’azienda di impianti idraulici. Un procedimento indipendente e parallelo la cui prima udienza è in programma in ottobre. La difesa (avvocati Andrea Maestri e Gerardo Grippo) ritiene che il tono di quei messaggi non abbia rilevanza come minaccia.

La circostanza è emersa stamani, 27 settembre, in corte d’assise a Ravenna dove, dopo due mesi di interruzione estiva, è ripreso il procedimento per l’assassinio del terzo genito di una facoltosa famiglia di imprenditori dell’ortofrutta, tragico epilogo di un rapimento a scopo estorsivo.

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Marilù Gattelli rappresenta l’accusa con la collega Lucrezia Ciriello

La sesta udienza del cold case (a questo link i resoconti di quelle precedenti) si è aperta proprio con la testimonianza di Ancarani, chiamato dalla procura (pm Marilù Gattelli) per riferire sul contenuto di quelle lettere anonime date 2017. Una fu spedita alla famiglia Minguzzi, l’altra alla redazione de Il Resto del Carlino: «Le mandai perché avevo saputo che si era riaperta l’inchiesta». L’argomento delle missive era una ricevuta di una sosta in una garage per auto a San Giuseppe di Comacchio, località non molto distante dai luoghi dove venne ritrovato il cadavere del giovane (l’1 maggio 1987 nella zona di Vaccolino, nelle acque del Po di Volano, dopo dieci giorni dalla scomparsa). Nei giorni del sequestro in quel garage rimase la Volkswagen Golf nera intestata alla ditta Termosanitaria Alfonsine di cui erano soci Tarroni e Ancarani.

Quest’ultimo venne in possesso del tagliando di colore verde tra giugno e luglio del 1987 dopo aver portato la vettura in carrozzeria per una lucidatura: «Non sapevo nulla, rimasi un po’ sorpreso dalla cosa e mi preoccupai». Ma non disse nulla agli inquirenti. Il ticket è rimasto nella scrivania di Ancarani fino al 2010: «Ho traslocato e ho buttato tutto». Poi la riapertura del fascicolo ha smosso l’anziano. Nella testimonianza di Ancarani è emerso il dettaglio del prossimo processo.

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In primo piano i fratelli di Pier Paolo Minguzzi: a sinistra Anna Maria, a destra Giancarlo

Quando è arrivato il rinvio a giudizio dei tre odierni imputati – che non erano mai stati indagati per quella vicenda nonostante a luglio del 1987 furono arrestati per aver ucciso un carabiniere in un’altra tentata estorsione – le parti hanno avuto accesso alle carte e così Tarroni ha potuto sapere delle lettere anonime il cui autore era stato individuato dalla squadra mobile.

Prossima udienza il 4 ottobre. La corte ha disposto la convocazione della donna che era la fidanzata di Minguzzi all’epoca dei fatti e di un suo corteggiatore. La 54enne è già stata interrogata a luglio e nella sua deposizione emerse la misteriosa figura del “brigadiere Ciccio” che attirò l’interesse del presidente della giuria Michele Leoni.

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