Progetti carenti, verifiche mancanti e scelte esecutive inadeguate. Sarebbero queste, secondo i periti nominati dal tribunale di Ravenna, le cause che portarono al crollo della diga sul fiume Ronco a San Bartolo il 25 ottobre 2018, tragedia nella quale perse la vita Danilo Zavatta, tecnico 52enne della protezione civile. Le conclusioni della superperizia sono state illustrate in aula il 13 maggio, come riportano i quotidiani locali Resto del Carlino e Corriere Romagna, nel processo per omicidio colposo e crollo colposo di costruzioni. Imputate nove persone (progettisti, tecnici, dirigenti della protezione civile e responsabili di una società costruttrice) coinvolte nella realizzazione di una centrale idroelettrica in corrispondenza della diga: Daniele Tumidei, legale rappresentante della Gipco srl e concessionario della centrale idroelettrica (qui la nostra intervista); Angelo Sampieri, progettista esecutivo della Go4it; Silvano Landi, capocantiere; Massimo Casanova, imprenditore; Franco Frosio, tecnico Go4it; Andrea Bezzi, Davide Sormani e Mauro Vannoni della Protezione civile; e Claudio Miccoli, dirigente regionale e attualmente candidato sindaco a Faenza per Lega, Forza Italia e Dc.
Secondo quanto riferito dai professori e ingegneri Luca Pagano e Domenico Pianese, il collasso sarebbe stato provocato da un fenomeno di sifonamento, cioè il filtraggio dell’acqua nel sottosuolo, sviluppatosi a valle della chiusa a causa dello scavo realizzato per la costruzione del canale idroelettrico. Per i consulenti, nei progetti mancavano verifiche fondamentali sulla permeabilità del terreno e sulle caratteristiche del sottosuolo, oltre a specifiche opere di contrasto al sifonamento.
I periti hanno parlato in aula di principi basilari dell’ingegneria idraulica ignorati durante la progettazione. «Sono cose che uno studente al terzo anno conoscerebbe», hanno spiegato, sottolineando come l’attenzione si fosse concentrata quasi esclusivamente sulla stabilità della struttura visibile, trascurando invece gli effetti dell’erosione e delle infiltrazioni sotto terra. Anche la vecchia chiusa di San Bartolo, costruita negli anni Cinquanta, secondo i consulenti rappresentava «un ottimo suggerimento» perché già dotata di presidi anti-sifonamento.
Tra gli elementi contestati ci sono inoltre alcune scelte adottate durante i lavori. In particolare la realizzazione di una paratia con pali distanziati sul lato della strada statale 67 Ravegnana, ritenuta «inadeguata» a contrastare erosione e infiltrazioni. Critico anche il cosiddetto “pozzettone”, un foro di circa un metro lasciato aperto sul fondo del canale e indicato dai periti come possibile origine di un primo episodio di sifonamento già documentato prima della tragedia. Secondo la consulenza sarebbero stati inoltre omessi controlli necessari e le palancole sarebbero state installate senza adeguati calcoli sulla profondità.
La perizia affronta anche il sopralluogo del giorno del crollo, durante il quale morì Zavatta mentre osservava i movimenti anomali del letto del Ronco. Per gli esperti sarebbe stato necessario predisporre una verifica funzionale con uno specifico piano di sicurezza e postazioni protette per gli osservatori. L’attività, invece, sarebbe stata «declassata a semplice sopralluogo», senza un’adeguata programmazione da parte di collaudatori o commissioni tecniche.
In aula la pm Lucrezia Ciriello fa sintesi dello studio consegnato al giudice: «È mancata la cognizione di quello che si andava a costruire, dall’inizio alla fine. Possiamo dirlo?». La risposta dei periti è netta: «Sì».
Nel processo sono parti civili i familiari della vittima, assistiti dall’avvocato Carlo Benini, oltre all’agriturismo “La Ravegnana” penalizzata dalla successiva chiusura della strada per 10 mesi (avvocata Carlotta Benini) e l’associazione Italiana Esposti sostanze cancerogene e infortuni sul lavoro (avvocata Federica Mariani).



